Le espulsioni di haitiani dalla Repubblica Dominicana creano una grave emergenza al confine
Jean Bertrande Aristide? La missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite?
Le armi che gli Usa vogliono riportare nell’isola? L’ondata di sequestri che minacciano
la popolazione? No, questa volta si parla di Haiti per il gran numero di persone
che da alcuni giorni vengono espulse dalla Repubblica Dominicana. Una brutta gatta
da pelare per il primo ministro haitiano Gerard Latortue e con la violenza a fare
da sfondo.
Disperati. 3500 persone, uomini, donne, anziani e bambini, tutti espulsi dalla Repubblica
Dominicana con l’uso della forza, e adesso tutti disperati.
“Un'emigrazione coatta massiccia e inaspettata”, ha fatto sapere Javier Hernandez,
uno dei responsabili regionali della missione di stabilizzazione delle Nazioni
unite ad Haiti. I problemi sono iniziati il 9 maggio scorso, quando per l’omicidio della manager
dominicana Maritza Nunez, avvenuto nella località di Hatillo Palma, a poca distanza
della capitale Santo Domingo, sono stati accusati quattro cittadini di Haiti.
Da quel momento sono iniziate le espulsioni e una tremenda, quanto inutile, caccia
all'haitiano. Privati di tutto e costretti ad abbandonare casa e lavoro, gli sfollati
si sono riversati in massa nei dintorni della città di Oumaminthe, appena al di
là del confine. Moltissime persone sono state fermate per strada, bloccate e condotte
alla frontiera con Haiti, senza nemmeno avere il tempo di infilare un paio di
scarpe e
senza avere la possibilità di raccogliere le proprie cose.
La polizia
non ha preso in considerazione la loro età, tanto meno il periodo di tempo trascorso
nel Paese. Oltre agli oggetti hanno abbandonato anche la speranza, seppur flebile,
di costruirsi un futuro stabile e sereno.
Agli espulsi è stato detto che dovevano tornare in patria per un controllo della
loro nazionalità. Forse un pretesto, forse una scusa, la cosa certa è che tra
haitiani e dominicani non scorre buon sangue e spesso in passato si sono verificate
delle tensioni dovute soprattutto alla notevole differenza culturale e alle opposte
condizioni economiche.
Ancora emergenza. Si aprono quindi nuovi scenari di emergenza per la martoriata terra dalle grandi
montagne (questa la traduzione del nome Haiti), un Paese che vede l’80 per cento
della popolazione senza un lavoro e più del 70 per cento mangiare solo una volta
al giorno.
Dopo gli uragani, le violenze della guerra civile, gli episodi orribili
dei sequestri, tutta la nazione si ritrova nuovamente in uno stato di emergenza.
Soprattutto la città di Ouanaminthe che, impreparata, si è trovata
ad accogliere gli sfollati e ad affrontare una situazione davvero difficile.
Mancano
servizi essenziali come acqua, elettricità e medicine e si prevede che la situazione
possa peggiorare.
Due pesi. Sembra però alquanto strano il comportamento tenuto dalle autorità della Repubblica
Dominicana. Da una parte espellono con una certa regolarità i cittadini haitiani
e dall’altra li sfruttano per il basso costo del loro lavoro.
Secondo
Solidariedad Fronteriza, un organismo umanitario che fa parte del Jesuit Refugee Service (servizio dei gesuiti per i rifugiati), quella usata dalle istituzioni dominicane
è “una doppia morale”.
Le due associazioni a difesa dei rifugiati mantengono
fermo il sospetto che gli allontanamenti in massa non rispettino le convenzioni
internazionali che riguardano il rimpatrio né gli accordi bilaterali in vigore
tra i Paesi vicini.
Armi, una via d’uscita? Per aiutare la polizia haitiana a combattere la crescente ondata di violenza
nel paese, gli Usa vorrebbero poter togliere l’embargo imposto 14 anni fa alla
vendita di armi all’isola caraibica. Secondo l’ambasciatore statunitense ad Haiti,
James Foley, è necessario ed urgente un maggiore armamento per le forze dell’ordine
in modo che possano garantire la sicurezza alla nazione in previsione delle prossime
elezioni di ottobre 2006.