Non un’incursione della guerriglia cecena, ma
un’insurrezione armata della popolazione ingusceta, stanca delle
persecuzioni russe. Che ora, però, non fanno che aumentare. Una nuova
guerra provocata dall’esercito russo per procurarsi un nuovo territorio
da depredare dopo la Cecenia
A quasi una settimana di distanza dalla
grande offensiva della guerriglia anti-russa (92 morti e centinaia di
feriti), a Nazran e in tutta l’Inguscezia regna la paura. C’è chi prova
a tornare alla normalità, ma prevale la sensazione che dopo quello che
è successo, e che sta succedendo ora, questo ritorno non sia più
possibile. Parecchi negozi sono ancora chiusi e molta gente preferisce
rimanere chiusa in casa. Per le strade circolano poche auto. Si vedono
più che altro carri armati e blindati russi, che da giorni presidiano e
pattugliano ogni angolo di questa piccola repubblica della Federazione
Russa, improvvisamente piombata in un clima di guerra.
Un clima che più che a Nazran, dove i soldati russi e i
loro mezzi vengono vissuti come una strana novità, si respira nei
villaggi di campagna e nei pochi campi profughi ceceni rimasti, dove
migliaia di soldati russi sono a caccia dei guerriglieri nascosti tra
la popolazione locale e tra i rifugiati. Una caccia condotta con le zachistkas,
le operazioni di rastrellamento
tristemente note alla popolazione cecena, ora applicate anche in questo
nuovo teatro di guerra. Da una settimana, gli abitanti delle zone
rurali dell’Inguscezia e i profughi ceceni delle poche tendopoli non
sgomberate dai russi vivono nel terrore. Non che non siano abituati
alle violenze dei russi, ma ora sono in atto dei veri e propri pogrom.
Raisa Isayeva, la
sovrintendente del campo profughi di Altiyevo, ha raccontato alla radio
russa Ekho Moskvy, quello che è successo nei due giorni successivi
all’attacco della guerriglia. “Mercoledì i soldati russi con il volto
coperto dal passamontagna sono entrati nel campo, hanno preso tutti gli
uomini, anche i ragazzini, li hanno costretti a spogliarsi e, tenendoli
faccia a terra, li hanno picchiati per ore con calci e pugni. Poi li
hanno portati tutti in una stanza per controllare i documenti e
sessanta di loro sono stati portati via. Il giorno dopo, giovedì, i
soldati sono tornati al campo, tagliano la corrente, l’acqua e il gas,
e dicendoci che se entro due giorni non avessimo abbandonato le nostre
tende e le nostre case, sarebbero tornati per bruciare tutto. Molti,
terrorizzati da queste minacce, se ne sono andati via, sono tornati in
Cecenia. So per certo – ha affermato Raisa – che quello che è accaduto
ad Altiyevo è accaduto e sta accadendo in tutti gli altri campi e
centri profughi rimasti in Inguscezia”.
Ma non sono solo i profughi ceceni ad essere presi di mira.
Tutta la popolazione ingusceta è sotto tiro perché le autorità russe e
quelle del governo ingusceto filo-russo del presidente Zyazikov
ritengono che i guerriglieri si nascondano tra i locali, o meglio che
siano gli stessi locali. Quindi ogni villaggio è ormai considerato un
potenziale covo di ribelli, e ogni civile ingusceto un potenziale
guerrigliero. Sembra infatti assodato che, contrariamente a quanto
affermato nelle prime ore, quello che è successo nella notte tra il 21
e il 22 giugno non è stata un’incursione di qualche centinaio di
ceceni, ma un’insurrezione armata condotta da almeno 1.500 guerriglieri
ingusceti guidati, si dice, da Magomed Yevloyev, locale leader ribelle
integralista legato al comandante ceceno Shamil Basayev. Guerriglieri
che poi non sono fuggiti in Cecenia, ma che si sono nascosti nelle
foreste dell’Inguscezia o sono semplicemente tornati ai loro villaggi.
“Parlavano tutti ingusceto, erano di queste parti
– ha racconta all’agenzia Iwpr l’agente di polizia Kureish –. Quando mi
hanno fermato a un loro posto di blocco quella notte, non mi hanno
fatto del male: dopo aver visto che ero ingusceto mi hanno solo perso
la macchina e la pistola. Gli agenti locali come me, quando venivano
fermati e catturati non venivano uccisi. Quando invece fermavano
militari russi e agenti dei servizi segreti russi, venivano giustiziati
sul posto”. “Era ovvio fin da subito che non si trattava di ceceni ma
di gente di qui – ha detto a Iwpr Ruslan Tangiev, uno dei pochi
tassisti tornati al lavoro a Nazran –. Per fare quello che hanno fatto
dovevano essere del posto, conoscere bene Nazran e tutti gli altri loro
obiettivi e i momenti giusti in cui colpire”.
Quindi, per quanto certamente coordinata con i comandi
ceceni, si è trattata di una prevedibile esplosione di rabbia di una
popolazione locale stanca dei soprusi e delle violenze subite da quando
Putin, con le elezioni farsa dell’aprile 2002, ha messo alla presidenza
dell’Inguscezia il suo fido Murat Zyazikov, che, contrariamente al suo
predecessore, Ruslan Aushev (amatissimo dalla popolazione), non si è
opposto alle politiche persecutorie del Cremlino, che ha così iniziato
ad accanirsi contro i profughi ceceni e contro la stessa popolazione
ingusceta, che da sempre condivide con i ‘cugini’ ceceni un triste
destino di persecuzioni razzistiche da parte dei russi: per Putin e per
i generali russi sono tutti appartenenti alla stessa razza di “banditi”
e “terroristi”, e in quanto tali vanno eliminati.
Secondo
Imran Ezhiev, presidente dell’associazione pacifista “Amicizia
Russo-Cecena”, rifugiato anche lui in Inguscezia, dietro a questa
ideologia violenta e razzista, ci sono in realtà gli interessi
economici degli ambienti militari russi. “I generali russi e i vertici
dei servizi segreti, dopo aver fatto della Cecenia la propria fonte di
autofinanziamento (dato che lo Stato non passa un rublo) e dopo averla
spremuta per dieci anni fino all’osso con il contrabbando di armi,
petrolio e gas, le estorisioni mafiose, l’industria dei rapimenti, da
un paio d’anni, con la benedizione del Cremlino, hanno deciso di
applicare la loro strategia di depredazione alla terra vergine
d’Inguscezia. Così sono cominciate le violenze contro la popolazione
ingusceta e i locali campi profughi ceceni, allo scopo di provocare una
reazione e quindi una nuova situazione di guerra e una nuova occasione
di predazione per i militari russi”. Militari russi che infatti sono
già affluiti a migliaia nell’ultima settimana e che, come ha dichiarato
Putin, rimarranno di stanza in Inguscezia in maniera permaente “per
sopperire alle carenze degli apparati di sicurezza locali emerse con
l’offensiva del 21-22 giugno”.