L’assassinio del presidente ceceno Kadyrov ha riportato nel Paese terrore e violenza
L’assassinio del presidente ceceno
Akhmad Kadyrov, avvenuto lo scorso 9 maggio con un clamoroso attentato
durante una cerimonia allo stadio Dynamo di Grozny, ha fatto
riprecipitare il paese in un clima di terrore e violenza. Nell’attuale vuoto di
potere, un potere che era manovrato da
Mosca ma che in qualche modo riusciva a porre un freno alla linea dura
e intransigente del Cremlino, le forze armate e i servizi segreti russi
si sentono ora liberi di agire come vogliono
“Dal 9 maggio la
situazione è notevolmente peggiorata”, ha dichiarato una residente di
Grozny, Makka Hamidova, a un agenzia di stampa straniera. “Dopo
l’uccisione di Kadyrov i russi hanno scatenato una vera e propria
caccia alle streghe, terrorizzando la popolazione con operazioni
militari, rastrellamenti, arresti di massa e rapimenti”.
Nell’ultimo mese l’aviazione e l’artiglieria russa
hanno ricominciato a bombardare i villaggi, com’è accaduto ad esempio
nei giorni scorsi a Kharsenoi, nel distretto di Shatoi, e il 5 e 6
giugno a Samashki, nel distretto di Achkoi-Martan. L’esercito ha
intensificato le operazioni anti-guerriglia in tutto il territorio
ceceno, con decine di morti negli scontri armati delle ultime
settimane. Gli ultimi ieri, nel distretto di Shali: dieci
guerriglieri e cinque soldati russi.
Interi centri abitati sono stati isolati e rastrellati dai
militari, decine di civili sono stati picchiati e arrestati. Sono
tornati a spuntare anche i famigerati ‘punti di filtraggio’, centri di
detenzione e tortura allestiti a margine delle aree d’operazione. E’ il
caso del villaggio di Roshni-Chu, circondato l’8 giugno dalle forze
russe, che per tre giorni hanno impedito ai residenti di entrare e
uscire, rastrellando tutte le abitazioni, picchiando gente e portando
tutti i prigionieri in un punto di filtraggio organizzato in una casa
abbandonata fuori dal centro abitato.
Ma il dato più preoccupante è la
riesplosione del fenomeno dei rapimenti di civili da parte delle
‘squadre della morte’, che agiscono di notte seminando il terrore nei
villaggi. Da quando Kadyrov era al potere questi sequestri erano
notevolmente calati. Invece, nel solo mese di maggio sono stati già
denunciati 25 rapimenti. La notte del 31 maggio, ad esempio, tre Uaz
senza targa sono entrare nel villaggio di Kalaus. Uomini in mimetica e
passamontagna, che parlavano russo, sono entrati in un’abitazione,
uccidendo un uomo e rapendone altri due, dopo averli selvaggiamente
picchiati.
Il due giugno, centinaia di donne,
madri di ragazzi recentemente rapiti, si erano date appuntamento a
Grozny per protestare in piazza, per chiedere notizie dei loro figli.
La risposta è arrivata subito, forte e chiara: è intervenuto l’esercito
russo, disperdendo le manifestanti con la forza. Molte donne sono state
brutalmente picchiate, finendo in ospedale. Altre sono state arrestate.
Per Rudnik Dudayev, capo del Consiglio di Sicurezza ceceno, si trattava
di “madri di criminali”.
“Qualsiasi cosa si
pensasse di Kadyrov – afferma la già citata Hamidova – gli va
riconosciuto che era riuscito a limitare la violenza russa. Ora che lui
non c’è più, i russi sono fuori controllo. Un mio lontano parente, un
tenente-colonnello che lavora nella sezione cecena dei servizi segreti
russi, mi ha raccontato che dalla morte di Kadyrov gli agenti e i
militari russi non obbediscono più ai suoi ordini e che tutti gli
ufficiali ceceni che collaborano con i russi sono stati di fatto
degradati a un ruolo secondario. Ora i russi sono tornati a comandare”.
Questa situazione getta una luce inquietante sullo stesso
assassinio di Kadyrov. Come osservato dagli analisti di Equilibri.net, “malgrado
la sua linea
filorussa, il presidente ceceno era stato fortemente avversato da
alcuni nazionalisti russi che avevano contestato Putin per aver
delegato a lui e alla sua milizia fin troppi poteri. Le
recenti richieste fatte da Kadyrov a Putin di ritirare parte del
contingente russo avevano provocato l’ira dei
nazionalisti. Ma, oltre tali dichiarazioni, ciò che aveva
causato la rabbia di molti esponenti della destra russa, nonché di
alcuni dei più importanti esponenti delle gerarchie militari russe
presenti in Cecenia, era stata la recente confisca, da parte di
Kadyrov, di diversi pozzi di petrolio locali che andavano ad
arricchire illecitamente le tasche dei vertici dell’esercito russo
presente nella repubblica caucasica”.
Per i settori
più fanatici e militaristi del Cremlino, Kadyrov era forse
diventato un alleato scomodo, troppo indipendente. Un ostacolo
per gli affari sporchi dei ‘signori della guerra’ russi in Cecenia e
per la loro spietata e razzista politica di sterminio della popolazione
cecena. La stessa dinamica dell’attentato getta non poche
ombre sui coinvolgimenti dei servizi russi: eludere così facilmente le
rigidissime misure di sicurezza che erano state allestite allo stadio
Dynamo quel giorno appare davvero impossibile senza che vi sia stato
qualche aiuto dall’interno.
La pista della cospirazione russa è
stata scartata da tutti dopo la rivendicazione arrivata il 17 maggio da
parte di Shamil Basayev, leader della fazione integralista islamica
della guerriglia indipendentista cecena. Ma l’ambiguità di questo
personaggio, che ha sempre mantenuto stretti rapporti con alcuni
settori dei servizi segreti russi, dovrebbe far riflettere sulla
complessità della questione cecena. In ogni caso, comunque
stiano le cose, in questa lotta di potere e di grandi interessi sono
sempre gli stessi a farne le spese: la popolazione civile cecena.