L'Onu si piega alla Russia: “Nessuna guerra in Cecenia” ma le violenze dimostrano il contrario
In seguito alle pressanti
richieste del Cremlino, le Nazioni Unite hanno accettato di cancellare
dai documenti Onu sulla Cecenia la definizione di “conflitto armato”.
Un’importante vittoria diplomatica per il presidente russo Vladimir
Putin, che riesce così a imporre alla comunità internazionale la
‘versione russa’ della questione cecena, una versione tesa a dimostrare
che la situazione nel paese è normalizzata, pacificata, che le forze
russe hanno il pieno controllo del paese e che la resistenza armata
indipendentista cecena è ridotta a sporadica attività terroristica
islamica, che va combattuta senza pietà nel quadro della guerra globale
al terrorismo. Dai documenti Onu, a iniziare da quello oggetto del contendere
sull’impiego dei
bambini-soldato, sparirà infatti la dizione “gruppi
insurrezionali”, per essere sostituita da quella chiesta dal Cremlino
di “bande armate illegali”.
L’esercito
indipendentista ceceno, comandato dall’ex presidente ceceno Aslan
Maskhadov (liberamente eletto nel 1997 e spodestato dai russi con
l’invasione militare del 1999) continua a essere attivo in tutto il
territorio ceceno con azioni di guerriglia che causano decine di morti
alla settimana tra i militari russi. I bollettini diffusi dal comando
militare del Consiglio di Difesa ceceno (Majlis
al-Shura) sono pesantissimi. Quello della 239esima settimana
di guerra (dal 3 al 9 aprile 2004) annuncia l’uccisione di 122 soldati
russi e la distruzione di cinque carri armati, sette blindati Btr da
trasporto truppe, otto camion Ural da trasporto truppe, una locomotiva
diesel, cinque fuoristrada Uaz. Quello precedente, della 238esima
settimana di guerra (dal 27 marzo al 2 aprile 2004), annunciava
l’uccisione di 97 soldati russi e la distruzione di dieci camion Ural
da trasporto truppe, cinque blindati Btr da trasporto truppe e tre
fuoristrada Uaz.
Come rappresaglia a questi continui attacchi, i russi
bombardano i villaggi e le basi della guerriglia, con impiego di
caccia-bombardieri e artiglieria pesante, compiono rastrellamenti volti
a terrorizzare la popolazione, arresti di massa, torture ed esecuzioni
extragiudiziali. Fonti locali riferiscono, soprattutto in queste ultime
settimane, che i caccia-bombardieri Mig e gli elicotteri russi hanno
ripetutamente bombardato nascondigli della guerriglia e obiettivi
civili sulle montagne dei distretti sud-orientali di Vedeno e
Nozhai-Yurt. Negli ultimi giorni i russi hanno compiuto raid aerei nei
pressi dei villaggi di Dargo, Belgatoi, Ersenoi, Gansol-Chu,
Shirdi-Mohk, Yalhoi-Mohk, Ahkinchu-Borze e Agishbatoi. In uno di questi
raid, la mattina del 16 aprile, un missile ha ucciso Abdul Aziz
Al-Ghamdi, nome di battaglia Abu Walid, comandante saudita delle
formazioni mujaheddin arabe che partecipano alla resistenza cecena. Ma
più spesso sono i civili innocenti a fare le spese di questi attacchi,
com’è accaduto il 9 aprile quando un missile russo ha centrato la casa
di Marin Tsintsayeva, nel villaggio di Rigakhoy, uccidendo lei e i suoi
cinque bambini.
Tra un bombardamento e l’altro, nei villaggi della
zona le forze russe e le milizie cecene filo-russe conducono operazioni
di ‘pulizia’ (zachistki), occupando e isolando i
centri abitati, facendo irruzione in tutte la case, minacciando,
picchiando e arrestando tutti gli uomini in ‘età militare’, che poi
vengono orrendamente torturati, uccisi con un colpo di pistola alla
nuca e buttati in fosse comuni o burroni. Com’è accaduto con i nove
civili ‘rapiti’ dai russi il 27 marzo scorso durante un rastrellamento
nel villaggio di Duba-Yurt e ritrovati morti il 9 aprile in fondo a un
crepaccio vicino al villaggio di Serzhen-Yurt. Durante queste
operazioni sia i soldati russi che le famigerate milizie cecene
filo-russe, picchiano e stuprano le donne cecene, com’è accaduto il 16
aprile nel villaggio di Sogunti, dove la moglie di Mukharbi Tamiraev è
stata violentata in pubblico perché si rifiutava di rivelare ai
miliziani dove si trovasse suo marito, accusato di essere un
guerrigliero.
Lo scorso 2 aprile Umar Khambiev,
ministro della Sanità del governo ceceno indipendentista in esilio, ha
tenuto un discorso davanti alla Commissione dei diritti
dell’uomo delle Nazioni Unite, a Ginevra, per denunciare
quello che lui ha definito un vero e proprio ‘genocidio’ del popolo
ceceno ad opera delle forze militari russe. Ha ricordato che oltre 200
mila ceceni (quasi un quarto della popolazione totale) sono stati
uccisi dal 1994 a oggi (senza dimenticare gli almeno 20 mila caduti
russi), e che questa guerra di sterminio continua con bombardamenti di
villaggi, rastrellamenti e arresti in massa di civili, indicibili torture ed esecuzioni
extragiudiziali nei
campi di concentramento. Sulla base di queste denunce, il
Parlamento europeo ha sottoposto alla stessa Commissione Onu una
risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani commesse dai
russi in Cecenia. Ma il 15 aprile i membri della commissione hanno
votato bocciando il documento.
I ceceni sono vittima di un gioco più grande di
loro. I paesi occidentali chiudono un occhio, anche due, davanti alla
questione cecena per evitare che la Russia si impunti sulla questione
irachena e sull’espansione ad est della Nato, come altrimenti il
Cremlino ha più volte minacciato di fare. C'è un
proverbio che dice: “Quando gli elefanti combattono, sono i
fili d’erba a soffrire”(*)