14/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Una compagnia italiana porta in scena 10 ragazzi africani arrivati da poco negli Usa
 
La scommessa era proibitiva: mettere insieme attori veri e adolescenti con zero esperienza alle spalle, che per di più parlano un’altra lingua, e creare qualcosa di nuovo da queste basi inusuali. Il Teatro delle Albe di Ravenna, una compagnia composta da attori italiani e senegalesi che da quindici anni esplora il terreno della contaminazione culturale, c’è riuscito. Il suo spettacolo “I polacchi”, realizzato con il contributo di dieci studenti di origine africana, è andato in scena lo scorso weekend a Chicago, ottenendo un buon successo di pubblico e di critica. Ma soprattutto ha centrato l’obiettivo di far crescere giorno dopo giorno dei ragazzi che devono costruirsi un futuro in un Paese che li ha accolti solo da qualche anno.
 
Un mese di sacrifici. I ragazzi al debutto sul palcoscenico vengono da Etiopia, Eritrea, Sudan, Camerun, Nigeria, Angola, Haiti. Hanno tra i 15 e i 19 anni, quasi tutti vanno ancora alle superiori. Sono stati reclutati quasi a forza dai loro insegnanti, hanno sacrificato pomeriggi interi nelle prove proprio nel momento in cui erano più impegnati con gli esami di fine anno. Ma alla fine concordano tutti che ne è valsa la pena. “E’ stato bellissimo – dice Billy, un 15 nigeriano che ha vissuto a Parma fino a due anni fa –. All’inizio eravamo timidi e non sapevamo bene cosa dovevamo fare, ma con il passare dei giorni abbiamo capito che potevamo farcela”.
 
Teatro d’avanguardia. “I polacchi” è la rivisitazione di “Ubu re”, un classico del teatro d’avanguardia nato nel 1896 dal genio dissacrante del francese Alfred Jarry. La storia è quella di Padre Ubu, un nobile che complotta per uccidere il re di Polonia e diventare lui stesso sovrano con l’aiuto dei suoi irruenti “palotini”, qui rappresentati dai dieci ragazzi. Il regista Marco Martinelli e l’attrice Ermanna Montanari, compagni sul palco e nella vita, sono una garanzia di successo: lei è stata premiata due volte come miglior attrice italiana, lui per “I polacchi” ha ricevuto diversi riconoscimenti anche all’estero. Arricchito dalla presenza dell’attore senegalese Mandiate N’Diaye, che da quindici anni lavora col Teatro delle Albe e nella rappresentazione fa la parte di Padre Ubu, lo spettacolo visto a Chicago si è sviluppato in quattro lingue diverse: italiano, inglese, wolof e dialetto romagnolo. Ma a giudicare dagli applausi del pubblico in sala, il senso dell’opera è stato compreso in pieno.
 
Un’idea nata tre anni fa. Il progetto è nato grazie all’interessamento di Thomas Simpson, un professore di italianistica alla Northwestern University di Chicago. Rimasto incantato tre anni fa dalla rappresentazione di “Sogno in una notte di mezza estate” da parte del Teatro delle Albe, Simpson si è fatto in quattro per portare la compagnia negli Usa e creare un progetto con gli immigrati africani. Arrivato un mese fa nell’Illinois, il gruppo italiano ha dovuto confrontarsi con dieci studenti sprovvisti di qualunque background teatrale. “E’ stato appassionante perché all’inizio si chiedevano chi eravamo – dice Martinelli –, la loro cultura d’altronde è quella dell’hip hop, non del palcoscenico. Questi ragazzi sono barbari, sono anche maleducati, hanno tutti i difetti del mondo ma hanno la vita in sé. Così, dalle nostre esperienze diverse è nata un’alchimia particolare, un linguaggio nuovo che ci ha permesso di creare questo spettacolo unico, che io chiamo ‘messa in vita’ e non ‘messa in scena’”.

Alessandro Ursic

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