Una compagnia italiana porta in scena 10 ragazzi africani arrivati da poco negli Usa
La scommessa era proibitiva: mettere insieme attori veri e adolescenti
con zero esperienza alle spalle, che per di più parlano un’altra
lingua, e creare qualcosa di nuovo da queste basi inusuali. Il Teatro
delle Albe di Ravenna, una compagnia composta da attori italiani e
senegalesi che da quindici anni esplora il terreno della contaminazione
culturale, c’è riuscito. Il suo spettacolo “I polacchi”, realizzato con
il contributo di dieci studenti di origine africana, è andato in scena
lo scorso weekend a Chicago, ottenendo un buon successo di pubblico e
di critica. Ma soprattutto ha centrato l’obiettivo di far crescere
giorno dopo giorno dei ragazzi che devono costruirsi un futuro in un
Paese che li ha accolti solo da qualche anno.
Un mese di sacrifici. I
ragazzi al debutto sul palcoscenico vengono da Etiopia, Eritrea, Sudan,
Camerun, Nigeria, Angola, Haiti. Hanno tra i 15 e i 19 anni, quasi
tutti vanno ancora alle superiori. Sono stati reclutati quasi a forza
dai loro insegnanti, hanno sacrificato pomeriggi interi nelle prove
proprio nel momento in cui erano più impegnati con gli esami di fine
anno. Ma alla fine concordano tutti che ne è valsa la pena. “E’ stato
bellissimo – dice Billy, un 15 nigeriano che ha vissuto a Parma fino a
due anni fa –. All’inizio eravamo timidi e non sapevamo bene cosa
dovevamo fare, ma con il passare dei giorni abbiamo capito che potevamo
farcela”.

Teatro d’avanguardia. “I polacchi” è la rivisitazione di “Ubu
re”, un classico del teatro d’avanguardia nato nel 1896 dal genio
dissacrante del francese Alfred Jarry. La storia è quella di Padre Ubu,
un nobile che complotta per uccidere il re di Polonia e diventare lui
stesso sovrano con l’aiuto dei suoi irruenti “palotini”, qui
rappresentati dai dieci ragazzi. Il regista Marco Martinelli e
l’attrice Ermanna Montanari, compagni sul palco e nella vita, sono una
garanzia di successo: lei è stata premiata due volte come miglior
attrice italiana, lui per “I polacchi” ha ricevuto diversi
riconoscimenti anche all’estero. Arricchito dalla presenza dell’attore
senegalese Mandiate N’Diaye, che da quindici anni lavora col Teatro
delle Albe e nella rappresentazione fa la parte di Padre Ubu, lo
spettacolo visto a Chicago si è sviluppato in quattro lingue diverse:
italiano, inglese, wolof e dialetto romagnolo. Ma a giudicare dagli
applausi del pubblico in sala, il senso dell’opera è stato compreso in
pieno.
Un’idea nata tre anni fa. Il progetto è nato grazie all’interessamento
di Thomas Simpson, un professore di italianistica alla Northwestern
University di Chicago. Rimasto incantato tre anni fa dalla
rappresentazione di “Sogno in una notte di mezza estate” da parte del
Teatro delle Albe, Simpson si è fatto in quattro per portare la
compagnia negli Usa e creare un progetto con gli immigrati africani.
Arrivato un mese fa nell’Illinois, il gruppo italiano ha dovuto
confrontarsi con dieci studenti sprovvisti di qualunque background
teatrale. “E’ stato appassionante perché all’inizio si chiedevano chi
eravamo – dice Martinelli –, la loro cultura d’altronde è quella
dell’hip hop, non del palcoscenico. Questi ragazzi sono barbari, sono
anche maleducati, hanno tutti i difetti del mondo ma hanno la vita in
sé. Così, dalle nostre esperienze diverse è nata un’alchimia
particolare, un linguaggio nuovo che ci ha permesso di creare questo
spettacolo unico, che io chiamo ‘messa in vita’ e non ‘messa in
scena’”.