dalla nostra corrispondente a Teheran (Iran) - Dopo alcune settimane sembra che l’Iran continui a pormi davanti degli ostacoli
come per sfidarmi a restare. E io, cocciuta come sempre, assicuro a questo paese
che ora non vorrei essere in un altro luogo che non fosse questo. Nonostante la
sensazione che i miei sensi vengano quotidianamente insultati dall’iperstimolazione
delle vie multicolori di Teheran, sono determinata a trovare la mia strada qui,
a scoprire il ritmo del passato dei miei genitori e accordarlo con la melodia
del mio presente.
Viaggiando lungo le strade di questa immensa città, desiderando in silenzio di
arrivare un giorno a conoscere le migliaia di vie che solcano il volto di Teheran,
distinguo la musica che scandisce la mia quotidianità. Di mattina mi sveglio,
sorpresa dal rumore del traffico fuori dalla nostra casa, che si trova nascosta
nel profondo delle strade secondarie, lontana dalle grandi vie principali. Perché
motociclette e automobili strombazzano con i clacson fuori dalle nostre finestre
a quest’indecente ora del mattino? Allora rammento al mio corpo sonnolento che
le sette del mattino è tutt’altro che un’ora indecente e che i più mattinieri
stanno semplicemente cercando di evitare l’ora più caotica prendendo le vie secondarie.
Come biasimarli?
Alcuni minuti più tardi, mentre mi vesto per cominciare la giornata, sento il
richiamo che mi scalda il cuore ogni mattina e pomeriggio in Iran. Qui è abitudine
che la gente cammini per i quartieri offrendo mercanzie, prodotti o frutta da
vendere o scambiare. Tutti questi venditori hanno la stessa identica voce, un
misto di nasale e rugginoso. Non riesco mai a capire cosa dicono; sono richiami
e accenti particolari e decifrabili solo da orecchie native che sono abituate
a questi suoni goffi eppure a loro modo musicali. Tutte le volte che posso seguo
questi uomini nelle strade dei quartieri, e non ne ho mai visto uno vendere effettivamente
qualcosa. Il loro guadagno giornaliero, come la loro voce, deve avere una qualche
magica fonte di rifornimento, nella buona e nella cattiva sorte.
Rientrando a casa dall’università, seduta in un taxi all’ora di punta, assaporo
i momenti in cui ci troviamo nel traffico più caotico. Il tempo è ancora bello
fuori, e molte macchine tengono i finestrini abbassati. Mentre procediamo a fatica
nel traffico, chiudo gli occhi e assorbo tutti i suoni attorno a me: dall’auto
alla mia destra, piena di ragazzi e ragazze, suona a tutto volume l’ultimo successo
di musica pop persiana: gli sono grata perché regalano un’esplosione di energia
nella folla di stanchi lavoratori che tornano a casa dopo una lunga giornata in
ufficio.
Il guidatore nella macchina alla mia sinistra si è sintonizzato sulla radio e
ascolta attentamente le notizie del giorno, maledicendo di tanto in tanto le parti
di notizie che non apprezza, proponendo ad alta voce una soluzione diversa per
il dilemma politico del giorno. Dal taxi dietro di me sbraita l’ultimo CD di Googoosh,
la cantante nazionale di cui ogni iraniano, dimenticando le differenze, è perdutamente
innamorato.

Per i passeggeri attorno, la splendida voce di Googoosh è un sollievo alla stanchezza
di corpi e spiriti. Per i passeggeri più anziani, questa voce è un’opportunità
per volare via dal traffico di Valiasr Avenue e tornare per un momento con la
memoria alla gioventù; per i più giovani, questa voce confortante riporta alle
protettive braccia materne, perché è la voce delle case in cui siamo cresciuti,
in Iran o nella diaspora. E l’auto davanti al mio taxi, che condivido con quattro
altri passeggeri, è occupata da due giovani uomini, immersi in una conversazione
d’affari su come aumentare i loro profitti.
Le motociclette suonano e si muovono a zigzag nei minuscoli spazi tra le auto:
mi ricordano i videogiochi con cui giocano i miei cugini, nei quali più ostacoli
eviti, più punti guadagni; e né i personaggi dei videogiochi né i motociclisti
in carne e ossa paiono avere il minimo riguardo per la propria vita. Guidano senza
paura.
Con gli occhi ancora chiusi, cercando avidamente di evitare l’orribile smog che
l’autobus appena passato ha sbuffato fuori nell’aria pesante, lascio che questi
suoni si mescolino e mi inghiottano. Questo mescolarsi di canzoni è la melodia
della mia giornata. Il motivo di ciascun battito mi scalda l’anima e riporta al
mio corpo stanco il ricordo dell’incredibile vita di queste strade sobbalzanti.
E tirando il fiato, esausta dalla giornata al lavoro e all’università, sento
di nuovo la gratitudine per il fatto di poter essere qui. Ora sono finalmente
in grado di cogliere tutti i suoni pazzi e meravigliosi dell’Iran e creare la
mia musica, decidere il ritmo dei miei passi, sullo sfondo delle mie esperienze.
Questa è la mia canzone. Non ho più bisogno di imparare questo paese attraverso
la musica delle storie dei miei genitori o del passato dei miei parenti. Ora,
nel momento in cui posso cogliere e scegliere i suoni viventi della mia canzone
(o meglio, nel momento in cui loro scelgono me), sono grata ogni giorno della
possibilità di comporre quest’umile melodia.
Dopo tre settimane all’Università di Tehran, facendo del mio meglio per non dare
troppo nell’occhio e assorbire quanto più è possibile, sto finalmente cominciando
a capire come funziona il sistema universitario. Molti studenti della Facoltà
di Legge e Scienze Politiche, dove studio, ancora non sanno che sono cresciuta
all’estero. Ho perso l’accento quando parlo in persiano e le brevi conversazioni
non mi tradiscono più. In classe, mentre prendo appunti con entusiasmo scrivendo
da sinistra a destra (e gli altri studenti scribacchiano impegnati da destra a
sinistra nell’elegante grafia persiana), i miei compagni mi guardano un po’ di
traverso, probabilmente pensando che sono una ragazzina snob che cerca di fare
sfoggio del suo inglese.
Non sanno che le mie capacità di scrivere in persiano sono praticamente nulle;
che il mio scrivere in inglese non è dovuto al desiderio di mettermi in mostra,
ma alla necessità. Così ho deciso che il mio tentativo di armonizzarmi completamente
potrebbe non essere la strada giusta, in particolare dal punto di vista sociale,
quando cerco di fare nuove amicizie. Sono giunta alla conclusione che la soluzione
migliore è parlare ad alcuni studenti della mia situazione, del fatto che sono
qui per uno scambio universitario, nella speranza che la notizia si diffonda come
un incendio nel giro di pochi giorni.

Sono piacevolmente stupita della qualità delle lezioni che frequento e aspetto
con ansia che ne cominci una nuova. La maggior parte delle lezioni riguarda la
politica e la storia iraniana, il pensiero politico islamico, i movimenti islamici,
i diritti umani e lo stato. Molti dei miei professori sono la spina dorsale intellettuale
del movimento riformista nel mio paese e ascoltare le loro lezioni è elettrizzante.
Sono molto critici nei confronti del regime e aperti alle discussioni in classe
e a qualsiasi tipo di domanda da parte degli studenti più polemici. Il
case study è la società fuori dalle mura dell’università. Anche quando i professori cercano
di fare altri esempi, in particolare riguardanti la religione nella società, gli
implacabili studenti riportano caparbiamente la discussione all’Iran contemporaneo
e sfidano il professore a spiegare la situazione attuale nel paese.
Per esempio durante una lezione, mentre un professore (lo stesso che la settimana
prima aveva affermato che gli alti gradi di questo sistema sono dominati da fondamentalisti
religiosi sullo stile di Sayyid Qutb) conduceva una lezione sulla necessità di
separare la religione dallo stato, uno studente ha alzato la mano e ha dichiarato
che la religione è solo per gli ignoranti e ha supportato la sua affermazione
citando alcuni filosofi. I suoi compagni l’hanno guardato con sorrisi di approvazione
e poi si sono di nuovo girati verso l’insegnante, in attesa di una risposta. Non
è che tutti gli studenti nella mia classe siano atei: molti di loro praticano
la propria fede, ma comunque rifiutano fermamente la religione imposta dallo stato.
Affermazioni come questa, all’Università di Tehran, non vogliono necessariamente
mettere in discussione l’idea di Dio; piuttosto sono una pugnalata diretta alla
retorica dello stato, una protesta personale contro una religione che è stata
nella sfera pubblica negli ultimi 25 anni. Invece di rispondere, il professore
ha sorriso anche lui, ammiccando al ragazzo che aveva parlato.
Apprezzo molto l’ambiente intellettualmente critico della mia facoltà. Sebbene
sia interessante notare che le altre facoltà dell’università sono di gran lunga
più politiche e critiche della mia, probabilmente perché gli studenti della mia
facoltà, una volta laureati, dovranno comunque lavorare in qualche modo all’interno
del sistema e non possono spingersi troppo oltre certi limiti. La Facoltà di Ingegneria
è la più polemica che ho visitato. Ero a una lezione con mio cugino, il professore
parlava di ingegneria civile, e gli studenti hanno trovato il modo di ricollegare
il discorso ai fallimenti del governo e cominciare una discussione sul regime.
La Facoltà di Arte è la mia preferita in assoluto. Camminando nel loro campus
mi sento come se stessi passeggiando attraverso il Village a New York. Gli studenti,
con vestiti alternativi, all’avanguardia, sono circondati da una specie di aura
da artisti ed è bello stare con loro. Mi sento come se potessi, semplicemente
attraverso la loro presenza, assorbire la loro calma e tranquillità.
Più tempo passo qui e più mi rendo conto che il movimento che vedo oggi in Iran
si è spostato dal contesto politico di qualche anno fa al mondo artistico e culturale.
C’è una galleria d’arte praticamente in ogni angolo di Tehran. Ne ho scoperta
una in un vialetto nella strada che percorro per andare da casa al lavoro. È una
galleria piccola e intima, con una porta di legno sempre aperta e splendida musica
persiana di sottofondo. I muri del locale sono graziosamente decorati con lavori
a sfondo sociale e politico.

Tornando a casa l’altra sera, ho percorso le strade addobbate a festa da luci
colorate che ricordavano il compleanno dell’Imam Mahdi, sacro al culto sciita.
Tutte le strade di Teheran sono ancora illuminate da brillanti luci multicolori,
che evocano i ricordi del fine settimana di festeggiamenti, nel quale le strade
si sono affollate di persone che offrivano dolci e cibo a tutti per celebrare
il dodicesimo compleanno dell’Imam, in attesa del suo ritorno dall’altro mondo.
Nel buio si diffondeva la dolce voce di un vecchio perso nel suo mondo. Un suono
pacifico. Cantava una canzone sulla vita dell’Imam Ali, e non ho potuto far altro
che fermarmi. Sebbene io non sia affatto religiosa, la voce di quest’uomo mi catturava.
Man mano che i miei occhi si abituavano all’oscurità, ho visto che questo cantore
solitario era vestito come un derviscio; la sua canzone mi ricordava i meravigliosi
ritmi che ho sentito nei riti Sufi. Non sapeva di avere un pubblico, e comunque
non gli importava: il mio derviscio, nel suo angolo, cantava dal cuore, e io mi
sono lasciata cullare dalla gioiosa melodia della sua voce.
Lasciando che i suoi sussurri mi riempissero le orecchie, non ho potuto fare
a meno di pensare quanto sia ridicola l’ossessione del mondo euro-americano che
lo “spirito islamico” conduca le persone a fare cose cattive in questa parte del
mondo, come se l’Islam fosse differente dalle altre religioni del mondo. Se solo
la gente in Occidente potesse vivere la bellezza della voce del mio derviscio
all’angolo della strada, la calma della preghiera di mia nonna, in un misto di
arabo e persiano che ho imparato ad amare. Se potesse ascoltare le discussioni
dei miei compagni di università che hanno una propria fede personale (che sia
islamica, cristiana, ebrea, zoroastrica, o niente di tutto ciò), ma criticano
lo sfruttamento della religione da parte del governo. Se solo potessero vedere
i colori nelle strade, forse allora smetterebbero di pensare che questa religione
sia così oscura
Narghes Bajoghli