03/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I giovani di Teheran, tra rinnovamento e tradizione
il traffico di teherandalla nostra corrispondente a Teheran (Iran) - Dopo alcune settimane sembra che l’Iran continui a pormi davanti degli ostacoli come per sfidarmi a restare. E io, cocciuta come sempre, assicuro a questo paese che ora non vorrei essere in un altro luogo che non fosse questo. Nonostante la sensazione che i miei sensi vengano quotidianamente insultati dall’iperstimolazione delle vie multicolori di Teheran, sono determinata a trovare la mia strada qui, a scoprire il ritmo del passato dei miei genitori e accordarlo con la melodia del mio presente.
 
Viaggiando lungo le strade di questa immensa città, desiderando in silenzio di arrivare un giorno a conoscere le migliaia di vie che solcano il volto di Teheran, distinguo la musica che scandisce la mia quotidianità. Di mattina mi sveglio, sorpresa dal rumore del traffico fuori dalla nostra casa, che si trova nascosta nel profondo delle strade secondarie, lontana dalle grandi vie principali. Perché motociclette e automobili strombazzano con i clacson fuori dalle nostre finestre a quest’indecente ora del mattino? Allora rammento al mio corpo sonnolento che le sette del mattino è tutt’altro che un’ora indecente e che i più mattinieri stanno semplicemente cercando di evitare l’ora più caotica prendendo le vie secondarie. Come biasimarli?
 
Alcuni minuti più tardi, mentre mi vesto per cominciare la giornata, sento il richiamo che mi scalda il cuore ogni mattina e pomeriggio in Iran. Qui è abitudine che la gente cammini per i quartieri offrendo mercanzie, prodotti o frutta da vendere o scambiare. Tutti questi venditori hanno la stessa identica voce, un misto di nasale e rugginoso. Non riesco mai a capire cosa dicono; sono richiami e accenti particolari e decifrabili solo da orecchie native che sono abituate a questi suoni goffi eppure a loro modo musicali. Tutte le volte che posso seguo questi uomini nelle strade dei quartieri, e non ne ho mai visto uno vendere effettivamente qualcosa. Il loro guadagno giornaliero, come la loro voce, deve avere una qualche magica fonte di rifornimento, nella buona e nella cattiva sorte.
 
Rientrando a casa dall’università, seduta in un taxi all’ora di punta, assaporo i momenti in cui ci troviamo nel traffico più caotico. Il tempo è ancora bello fuori, e molte macchine tengono i finestrini abbassati. Mentre procediamo a fatica nel traffico, chiudo gli occhi e assorbo tutti i suoni attorno a me: dall’auto alla mia destra, piena di ragazzi e ragazze, suona a tutto volume l’ultimo successo di musica pop persiana: gli sono grata perché regalano un’esplosione di energia nella folla di stanchi lavoratori che tornano a casa dopo una lunga giornata in ufficio.
 
Il guidatore nella macchina alla mia sinistra si è sintonizzato sulla radio e ascolta attentamente le notizie del giorno, maledicendo di tanto in tanto le parti di notizie che non apprezza, proponendo ad alta voce una soluzione diversa per il dilemma politico del giorno. Dal taxi dietro di me sbraita l’ultimo CD di Googoosh, la cantante nazionale di cui ogni iraniano, dimenticando le differenze, è perdutamente innamorato.
 
manifestazione di studenti a teheranPer i passeggeri attorno, la splendida voce di Googoosh è un sollievo alla stanchezza di corpi e spiriti. Per i passeggeri più anziani, questa voce è un’opportunità per volare via dal traffico di Valiasr Avenue e tornare per un momento con la memoria alla gioventù; per i più giovani, questa voce confortante riporta alle protettive braccia materne, perché è la voce delle case in cui siamo cresciuti, in Iran o nella diaspora. E l’auto davanti al mio taxi, che condivido con quattro altri passeggeri, è occupata da due giovani uomini, immersi in una conversazione d’affari su come aumentare i loro profitti.
 
Le motociclette suonano e si muovono a zigzag nei minuscoli spazi tra le auto: mi ricordano i videogiochi con cui giocano i miei cugini, nei quali più ostacoli eviti, più punti guadagni; e né i personaggi dei videogiochi né i motociclisti in carne e ossa paiono avere il minimo riguardo per la propria vita. Guidano senza paura.
 
Con gli occhi ancora chiusi, cercando avidamente di evitare l’orribile smog che l’autobus appena passato ha sbuffato fuori nell’aria pesante, lascio che questi suoni si mescolino e mi inghiottano. Questo mescolarsi di canzoni è la melodia della mia giornata. Il motivo di ciascun battito mi scalda l’anima e riporta al mio corpo stanco il ricordo dell’incredibile vita di queste strade sobbalzanti.
 
E tirando il fiato, esausta dalla giornata al lavoro e all’università, sento di nuovo la gratitudine per il fatto di poter essere qui. Ora sono finalmente in grado di cogliere tutti i suoni pazzi e meravigliosi dell’Iran e creare la mia musica, decidere il ritmo dei miei passi, sullo sfondo delle mie esperienze. Questa è la mia canzone. Non ho più bisogno di imparare questo paese attraverso la musica delle storie dei miei genitori o del passato dei miei parenti. Ora, nel momento in cui posso cogliere e scegliere i suoni viventi della mia canzone (o meglio, nel momento in cui loro scelgono me), sono grata ogni giorno della possibilità di comporre quest’umile melodia.
 
Dopo tre settimane all’Università di Tehran, facendo del mio meglio per non dare troppo nell’occhio e assorbire quanto più è possibile, sto finalmente cominciando a capire come funziona il sistema universitario. Molti studenti della Facoltà di Legge e Scienze Politiche, dove studio, ancora non sanno che sono cresciuta all’estero. Ho perso l’accento quando parlo in persiano e le brevi conversazioni non mi tradiscono più. In classe, mentre prendo appunti con entusiasmo scrivendo da sinistra a destra (e gli altri studenti scribacchiano impegnati da destra a sinistra nell’elegante grafia persiana), i miei compagni mi guardano un po’ di traverso, probabilmente pensando che sono una ragazzina snob che cerca di fare sfoggio del suo inglese.
 
Non sanno che le mie capacità di scrivere in persiano sono praticamente nulle; che il mio scrivere in inglese non è dovuto al desiderio di mettermi in mostra, ma alla necessità. Così ho deciso che il mio tentativo di armonizzarmi completamente potrebbe non essere la strada giusta, in particolare dal punto di vista sociale, quando cerco di fare nuove amicizie. Sono giunta alla conclusione che la soluzione migliore è parlare ad alcuni studenti della mia situazione, del fatto che sono qui per uno scambio universitario, nella speranza che la notizia si diffonda come un incendio nel giro di pochi giorni.
 
murales a teheran con khomeiniSono piacevolmente stupita della qualità delle lezioni che frequento e aspetto con ansia che ne cominci una nuova. La maggior parte delle lezioni riguarda la politica e la storia iraniana, il pensiero politico islamico, i movimenti islamici, i diritti umani e lo stato. Molti dei miei professori sono la spina dorsale intellettuale del movimento riformista nel mio paese e ascoltare le loro lezioni è elettrizzante. Sono molto critici nei confronti del regime e aperti alle discussioni in classe e a qualsiasi tipo di domanda da parte degli studenti più polemici. Il case study è la società fuori dalle mura dell’università. Anche quando i professori cercano di fare altri esempi, in particolare riguardanti la religione nella società, gli implacabili studenti riportano caparbiamente la discussione all’Iran contemporaneo e sfidano il professore a spiegare la situazione attuale nel paese.
 
Per esempio durante una lezione, mentre un professore (lo stesso che la settimana prima aveva affermato che gli alti gradi di questo sistema sono dominati da fondamentalisti religiosi sullo stile di Sayyid Qutb) conduceva una lezione sulla necessità di separare la religione dallo stato, uno studente ha alzato la mano e ha dichiarato che la religione è solo per gli ignoranti e ha supportato la sua affermazione citando alcuni filosofi. I suoi compagni l’hanno guardato con sorrisi di approvazione e poi si sono di nuovo girati verso l’insegnante, in attesa di una risposta. Non è che tutti gli studenti nella mia classe siano atei: molti di loro praticano la propria fede, ma comunque rifiutano fermamente la religione imposta dallo stato. Affermazioni come questa, all’Università di Tehran, non vogliono necessariamente mettere in discussione l’idea di Dio; piuttosto sono una pugnalata diretta alla retorica dello stato, una protesta personale contro una religione che è stata nella sfera pubblica negli ultimi 25 anni. Invece di rispondere, il professore ha sorriso anche lui, ammiccando al ragazzo che aveva parlato.
 
Apprezzo molto l’ambiente intellettualmente critico della mia facoltà. Sebbene sia interessante notare che le altre facoltà dell’università sono di gran lunga più politiche e critiche della mia, probabilmente perché gli studenti della mia facoltà, una volta laureati, dovranno comunque lavorare in qualche modo all’interno del sistema e non possono spingersi troppo oltre certi limiti. La Facoltà di Ingegneria è la più polemica che ho visitato. Ero a una lezione con mio cugino, il professore parlava di ingegneria civile, e gli studenti hanno trovato il modo di ricollegare il discorso ai fallimenti del governo e cominciare una discussione sul regime. La Facoltà di Arte è la mia preferita in assoluto. Camminando nel loro campus mi sento come se stessi passeggiando attraverso il Village a New York. Gli studenti, con vestiti alternativi, all’avanguardia, sono circondati da una specie di aura da artisti ed è bello stare con loro. Mi sento come se potessi, semplicemente attraverso la loro presenza, assorbire la loro calma e tranquillità.
 
Più tempo passo qui e più mi rendo conto che il movimento che vedo oggi in Iran si è spostato dal contesto politico di qualche anno fa al mondo artistico e culturale. C’è una galleria d’arte praticamente in ogni angolo di Tehran. Ne ho scoperta una in un vialetto nella strada che percorro per andare da casa al lavoro. È una galleria piccola e intima, con una porta di legno sempre aperta e splendida musica persiana di sottofondo. I muri del locale sono graziosamente decorati con lavori a sfondo sociale e politico.
 
luogo di culto a teheranTornando a casa l’altra sera, ho percorso le strade addobbate a festa da luci colorate che ricordavano il compleanno dell’Imam Mahdi, sacro al culto sciita. Tutte le strade di Teheran sono ancora illuminate da brillanti luci multicolori, che evocano i ricordi del fine settimana di festeggiamenti, nel quale le strade si sono affollate di persone che offrivano dolci e cibo a tutti per celebrare il dodicesimo compleanno dell’Imam, in attesa del suo ritorno dall’altro mondo.
 
Nel buio si diffondeva la dolce voce di un vecchio perso nel suo mondo. Un suono pacifico. Cantava una canzone sulla vita dell’Imam Ali, e non ho potuto far altro che fermarmi. Sebbene io non sia affatto religiosa, la voce di quest’uomo mi catturava. Man mano che i miei occhi si abituavano all’oscurità, ho visto che questo cantore solitario era vestito come un derviscio; la sua canzone mi ricordava i meravigliosi ritmi che ho sentito nei riti Sufi. Non sapeva di avere un pubblico, e comunque non gli importava: il mio derviscio, nel suo angolo, cantava dal cuore, e io mi sono lasciata cullare dalla gioiosa melodia della sua voce.
 
Lasciando che i suoi sussurri mi riempissero le orecchie, non ho potuto fare a meno di pensare quanto sia ridicola l’ossessione del mondo euro-americano che lo “spirito islamico” conduca le persone a fare cose cattive in questa parte del mondo, come se l’Islam fosse differente dalle altre religioni del mondo. Se solo la gente in Occidente potesse vivere la bellezza della voce del mio derviscio all’angolo della strada, la calma della preghiera di mia nonna, in un misto di arabo e persiano che ho imparato ad amare. Se potesse ascoltare le discussioni dei miei compagni di università che hanno una propria fede personale (che sia islamica, cristiana, ebrea, zoroastrica, o niente di tutto ciò), ma criticano lo sfruttamento della religione da parte del governo. Se solo potessero vedere i colori nelle strade, forse allora smetterebbero di pensare che questa religione sia così oscura
 
 
Narghes Bajoghli 
Categoria: Politica, Religione
Luogo: Iran