
Florence e Hussein sono liberi. Dopo cinque mesi di prigionia i due ostaggi sono
stati rilasciati e sono ormai sulla via di casa. La giornalista di Libération
è già in volo per la Francia, dove sembra atterrerà questo pomeriggio. Hussein
Hanoun, invece, interprete iracheno che lavorava a fianco di Florence, è rimasto
nel suo Paese e ha già raggiunto la sua famiglia, nel quartiere di Jadria, nel
centro di Baghdad.
L’attesa è finita, dunque. Da quel 5 gennaio scorso, quando furono rapiti, si
sono susseguiti lunghi mesi di silenzio, di totale assenza di novità. Dal primo
marzo, quando uno straziante video diffuso dai sequestratori aveva mostrato una
Aubenas stanca, provata, supplichevole, nessuna informazione sulla loro sorte
era più trapelata. E la Francia era da allora col fiato sospeso, sostenuta dalla
forte solidarietà di molti Paesi europei. Tante le manifestazioni, le fiaccolate,
gli appelli. Tante le gigantografie appese nelle piazze principali – e non solo
francesi – imponenti e maestose, lì per non dimenticare.
Le prime voci. Già da ieri pomeriggio le agenzie di stampa hanno cominciato a riportare alla
ribalta della cronaca il caso Aubenas. Tante le dichiarazioni che si rincorrevano
frenticamente. Alcune definivano il rapimento “forse in dirittura d’arrivo”, altre
parlavano di un riscatto richiesto ormai da tempo che si sarebbe aggirato intorno
ai 15 milioni di dollari, altre ancora sostenevano che il governo francese stava
servendosi di intermediari credibili. Tante buone nuove, dunque, che facevano
presagire un lieto fine, ma non così imminente.
Finalmente liberi. E questa mattina, intorno alle 10.30, ecco che invece è arrivata ufficialmente
la bella notizia: “La giornalista francese Florence Aubenas e il suo interprete
iracheno, Hussein Hanoun, sequestrati in Iraq cinque mesi fa, sono stati liberati
oggi. Lo ha annunciato da Parigi Cecile Pozzo di Borgo, la portavoce del ministero
degli Esteri”, hanno recitato le agenzie di stampa. Dunque che altro aggiungere?
E adesso? Presto ascolteremo i loro racconti, i loro ricordi, le loro sensazioni. Sentiremo
ancora una volta raccontare come si vivono giorni interminabili con un’arma puntata
contro; come si riesce a sopportare questo tipo di prigionia senza impazzire;
come si fa ad attendere impotenti che qualcun altro decida del nostro destino;
come ci si sente ad essere vittime innocenti della guerra, una delle tante.
A costo della vita. Florence ha 44 anni e da 18 lavora a Libération come inviata nei teatri più
violenti del mondo, dove la guerra, spietata e cieca, colpisce chiunque, senza
guardare in faccia nessuno.
In Iraq era arrivata appositamente per realizzare un’inchiesta sulla sorte della
popolazione di Falluja, costretta a fuggire dopo l’assalto delle truppe statunitensi
contro una delle roccheforti della ribellione sunnita. Ed è stata rapita, con
Hussein, mentre usciva dal suo albergo di Baghdad.
Sulla via di casa. Adesso è finita, almeno per loro. L’aereo che sta riportando in patria la giornalista
atterrerà nel primo pomeriggio in una base militare alla periferia di Parigi.
Sua sorella, Sylvie, si è detta “pazza di gioia” e che non ringrazierà mai abbastanza
le autorità francesi per averla riportata a casa. Alla voce dei familiari si sono
aggiunte le dichiarazioni delle istituzioni di ogni ordine e grado, felici e sollevate
per una brutta storia finita bene.
Ma la guerra resta, a sequestrare, ferire, uccidere.