Essere bambini in guerra. Vittime due volte
scritto per noi da
Augusta De Piero*
Quando le
persone cominciano a dire e a dirsi, è importante che la loro voce trovi i modi
per farlo. Uno, che sembra meritevole di
interesse, è stato offerto dal progetto
Advocacy Tool for Youth Concerns.
Si tratta di un’iniziativa svolta presso dieci scuole del distretto di Betlemme,
in cui ragazze e ragazzi sono stati aiutati ad impadronirsi dei modi per
esprimersi attraverso strumenti visivi. Hanno manifestato le loro speranze e le
loro paure, quelle che trovano fondamento nei loro sguardi di adolescenti su
una realtà che, anche attraverso l’autorità riconosciuta alla tradizione, minaccia
di soffocarli.
Entrando nel loro mondo di adolescenti, si esce dal “muro” che Israele ha
costruito per imprigionare le loro città, le loro case, per sottrarre risorse
all’agricoltura e opportunità di lavoro. Per loro la libertà è ancora
un sogno irrinunciabile.

Un
soggetto che
più volte si è manifestato nel loro immaginario è la donna. E non
è un caso che vi insista una scuola governativa per ragazze, la
Chile Secondary School for Girls di
Beit Jala (cittadina a nord ovest di Betlemme, nel medesimo distretto).
Le sagome che hanno chiamato “violenza” sono bloccate da catene (“segnano il
limite entro cui siamo costrette”, mi dicono) e dal cappio di un’impiccagione,
simbolo non di esecuzioni capitali ma della “realtà che ci soffoca”,
aggiungono.
Certamente non succede solo in Palestina, anche se qui quella realtà soffocante
è potenziata dallo stato fisico di assedio e controllo militare. Penso, ad esempio,
a un
bimbo di cinque anni che vive in un campo profughi, a ridosso del muro cui non
vuole avvicinarsi perché immagina che di là
ci sia il vuoto in cui precipitare.
Il permesso per
tutelare i diritti di un bimbo che il muro rischia di far impazzire non è
previsto.
Eppure anche
Israele ha firmato la
Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia,
approvata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 a New York. Ma sembra
che
tutti se ne siano dimenticati, e non solo in Israele. E’
esasperante seguire le tappe di liberazione dei prigionieri palestinesi
(500
lo scorso inverno, 400 pochi giorni fa) e rendersi conto che nessuno ha
inserito nel dibattito sulla loro liberazione il problema dei minori
palestinesi in carcere (sembra siano circa 300, compresi alcuni neonati
allattati dalle mamme imprigionate). O se qualcuno lo ha fatto non se
ne è
parlato.
Dove sono finite le parlamentari europee
che lo scorso ottobre nell’aula di Montecitorio hanno
partecipato alla Conferenza mondiale delle donne parlamentari per la tutela
dell’infanzia e dell’adolescenza? Erano oltre 200, deputate, senatrici e
rappresentanti al Parlamento europeo, provenienti da ogni parte del mondo per
dare seguito ai lavori della sessione speciale che l'Assemblea generale delle
Nazioni Unite ha dedicato ai bambini nel maggio 2002 a New York. Se le adolescenti
di
Beit Jala ne avessero conosciuto
l’esistenza e avessero voluto inserirle nel loro lavoro come le avrebbero
considerate? Figure liberanti o garanti di catene e cappio?

Contemporaneamente
a quella conferenza l’opinionista israeliano Gideon Levy aveva scritto su Ha’aretz
, il 17 ottobre 2004, un
articolo dal titolo sconsolato e sconsolante: “Uccidere i bambini non è più una
faccenda tanto importante”. Levy scriveva che:
“Mentre nel considerare l’insieme
delle vittime dell’intifada il rapporto è di tre palestinesi per ogni
israeliano ucciso, quando si contano i bambini il rapporto è di cinque a uno.
Secondo la B’Tselem, organizzazione per i diritti umani, anche prima
dell’attuale operazione a Gaza, 557 minori palestinesi (al di sotto dei 18
anni) sono stati uccisi contro 110 minori israeliani”. Uccisi per errore? “Un
esercito non fa giorno dopo giorno più di 500 errori di identità”, continua
Levy e di alcuni degli uccisi cita i nomi; fra questi ne leggo uno che mi fa
trasalire: “Kristen Saada era nell’auto dei genitori, di ritorno a casa dopo
una visita di famiglia, quando i soldati colpirono la macchina con una raffica
di proiettili. Aveva 12 anni al tempo della sua morte”.
Durante il mio soggiorno a Betlemme nel
2003 avevo mi ero incontrata con il volto di questa ragazzina (di cui mi
avevano parlato chiamandola Christine e tale per me è rimasta) che appariva
ovunque sui muri di Betlemme. Era stata assassinata pochi mesi prima.
Ora di quei manifesti vedo
qualche residuo brandello e mi chiedo se sia tutto quello che rimane del
ricordo di lei, piccola vittima di una delle tante morti che, ovunque
avvengano, sono senza senso. Ma alzando gli occhi nella preziosa bottega del
signor Jacaman (avete presente il
negozio di Omar Sharif ne “Monsieur
Ibrahim e i fiori del Corano”?) vedo la fotografia della piccola, in alto, perché le merci che arrivano quasi al
soffitto non la nascondano. Chiedo al signor Jacaman il permesso di fotografarla
e ne parliamo per un po’. Nessuno di noi due dice “fino a quando?”. Forse non
ne abbiamo il coraggio. Per Christine e per tante bambine e bambini come lei un
“quando” non è più pronunciabile se non
al passato.