10/05/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



La difficoltà di trovare un linguaggio comune tra Occidente e Cina

Molti osservatori ritengono che la leadership sia riuscita a cooptare le classi emergenti: ti faccio arricchire, e magari anche eleggere, in cambio del consenso.

È sempre stato così, ma secondo me non sono così importanti quei cinquecento leader del governo centrale. È più importante il modo in cui il sistema dialoga con la società. In questo momento, tutte le forme anche velatamente critiche sono state azzittite. Significa che il sistema non ha la flessibilità, il margine di tolleranza, per sopportarle. E quindi poi ha delle difficoltà a fare delle scelte.
È anche vero che noi, sia Italia sia Occidente, non abbiamo più nulla da insegnare da questo punto di vista.
Secondo me, più che Ai Weiwei e il diritto in senso lato, in questa fase è importante capire se ci siano margini per discutere a livello internazionale l'attuale irrigidimento del potere cinese.
Il punto è che molti prendono costantemente di mira la Cina e non sono più credibili: mi riferisco a molte Ong, agli attivisti per i diritti umani di stampo e cultura occidentale, alle agenzie finanziate dai governi. Poi ci sono invece quelli che nella logica della realpolitik tollerano tutto, dato che la Cina è una potenza economica e non accetta dialogo su questi temi. Quindi, per un motivo o per l'altro, nessuno dice amichevolmente ai cinesi che quando si assume un ruolo internazionale non si possono fare certe cose. Chi è amico della Cina dovrebbe muoversi adesso.

Per fare cosa?

È molto difficile addirittura trovare un codice comune per esercitare una critica costruttiva. Abbiamo due linguaggi sbagliati: uno da maestrina con la penna rossa, l'altro troppo prono agli interessi materiali e immateriali. Parlare ai cinesi da interlocutore indipendente, amico alla pari, è difficile, anche perché loro non hanno questo tipo di linguaggio nel Dna. Le cinque relazioni confuciane non prevedono rapporti paritari: anche tra amico e amico, c'è sempre il vecchio e il giovane, chi deve dare l'esempio e chi deve imparare, quello che ha un dovere di tutela e quello che ha un dovere di obbedienza.
Per cui, in quest'ottica di rapporti non alla pari, i cinesi in questo momento si sentono molto forti, il centro del mondo, e credono di possedere le chiavi del benessere materiale e umano. Stanno sbagliando, ma anche noi non troviamo un modo di rapportarci collaborativo e al tempo stesso critico. Alterniamo un linguaggio molto aggressivo a uno molto passivo, passiamo schizofrenicamente dal sostenere che devono imparare e diventare come noi al lasciargli intendere che siamo decadenti e in recessione mentre loro rappresentano il futuro.

<Tra Confucio e Lenin | La Cina tra legalità e arbitrio>

Parole chiave: linguaggio
Categoria: Diritti, Politica, Popoli, Storia
Luogo: Cina