Il rapimento di Clementina: la logica che vuole che paghino i più deboli e vincano i più spietati

Clementina è libera. Basta il poterlo scrivere per stare un
po' meglio.
Liberata a Kabul ieri pomeriggio. Ma che cos'è Kabul, oggi?
Che cos'è l'Afghanistan?
Questa vicenda, sui giornali italiani ha segnato la
riscoperta della guerra afgana, l'altra guerra mai finita. Anzi nemmeno
iniziata, dato che non è mai stata dichiarata.
In Afghanistan, oggi, e anche ieri, la situazione non è
molto diversa da quella irachena. Se non per il fatto che in Afghanistan non
c'è bisogno di controllare tutto il territorio: non c'è il petrolio. Basta
avere dei punti strategici per intervenire nella regione. Infatti solo Kabul,
e
peraltro nemmeno del tutto, è sotto il controllo del governo di Karzai e del
contingente internazionale.
Un paese fuori controllo. Il resto del paese, nonostante la costruzione di varie basi
americane regolarmente prese di mira dai guerriglieri talebani, è ancora in
mano ai signori della guerra e dell'oppio e fuori dal controllo governativo.
Da mesi fallisce il tentativo del ‘governo’ di coinvolgere
nella gestione del potere i grandi comandanti militari afgani, che però ai
soldi del governo e degli Stati Uniti continuano a preferire quelli della
droga.
L’Afghanistan di oggi è un narco-Stato che Karzai e gli Usa
non riescono a controllare. La stessa ambasciata Usa a Kabul il 13 maggio ha
detto: “Karzai non ha fatto nulla per imporre l’autorità del governo centrale
nel Paese, nemmeno nella sua provincia natale di Kandahar”. Un’accusa indiretta
alla politica di Washington in Afghanistan, mostratasi fino ad ora
incomprensibilmente incapace di eliminare le piantagioni di papaveri da oppio,
che sono il principale canale di autofinanziamento della guerriglia talebana e
di tutti quei signori della guerra che continuano a mantenere il paese in una
situazione di completa anarchia feudale.
La situazione è fuori controllo soprattutto nelle province
meridionali, le terre dei pashtun, dove gli agguati alle pattuglie militari
Usa, gli scontri a fuoco e i bombardamenti aerei non sono mai finiti. Un
‘dopoguerra’ che ha visto 5.000 morti dalla ‘fine della guerra’ dopo la caduta
del regime talebano, 350 solo negli ultimi due mesi, di cui 200 combattenti
talebani, un centinaio tra militari e poliziotti afgani, 26 soldati Usa e
ufficialmente solo una trentina di civili.
Numeri. In proporzione stanno morendo più soldati Usa in Afghanistan
che in Iraq.
Dall’inizio di marzo in Afghanistan sono morti 27 soldati
statunitensi.
Nell’inferno iracheno nello stesso periodo ne sono morti
124. In rapporto al numero di truppe dispiegate nei due Paesi, 135 mila in Iraq
e solo 16.700 in Afghanistan, il tasso di perdite umane risulta oggi più alto
sul fronte afgano (1,6 per mille) che su quello iracheno (0,9 per mille). Non
a
caso la Gran Bretagna sta valutando di inviare in Afghanistan un corposo
contingente ‘di soccorso’ alle forze Usa impegnate nelle province ribelli del
sud. Nonostante questo il Pentagono continua a minimizzare il deterioramento
della situazione in Afghanistan per non ammettere il fallimento del processo di
‘pacificazione’ del Paese. Ma la verità emerge nelle dichiarazioni di alcuni
generali Usa che comandano le truppe sul campo. E’ il caso del generale Greg Champion,
vicecomandante della Task Force 76, che nei giorni scorsi ha ammesso che
sebbene siano passati tre anni dalla caduta del regime integralista, l’attuale
recrudescenza della resistenza armata dimostra che i talebani rappresentano
ancora una seria minaccia.
E' la guerra. Il contesto dunque non è lontanissimo da quello iracheno. E
in una situazione di questo genere, dove le uniche regole che hanno “esportato”
sono quelle della legge del più forte, non ci si può stupire ed indignare per
il rapimento delle persone, sia che a rapire siano delinquenti come quelli di
Timur Shah, membro della banda criminale di Rais Dada Qoda, sia che a rapire
siano guerriglieri più o meno politicizzati o fanatici. E' la logica che vuole che a pagare sino i più
deboli. E a vincere i più spietati. Lontanissima e opposta a quella democrazia
che dicono di esportare.
E' la guerra.
Enrico Piovesana