05/05/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Per la prima volta un presidente colombiano ammette l'esistenza di un conflitto armato. Il che implica riconoscimento delle vittime e degli attori armati che cessano così di essere terroristi. L'ira di Uribe

 

"Ebbene sì, in Colombia c'è un conflitto armato". Questa la rivoluzionaria conclusione raggiunta dai senatori di maggioranza, riuniti con il presidente Juan Manuel Santos per discutere sulla Legge sulle vittime. Una posizione che ribalta completamente la posizione tenuta dai due governi Uribe, che hanno sempre e indiscutibilmente negato la guerra interna che da oltre sessant'anni piega il paese. Una presa di posizione ideologica molto forte, che nega la definizione di "minaccia terroristica" con cui Alvaro Uribe era solito appellare e liquidare la guerriglia.

Una definizione che immediatamente va anche a delineare con precisione l'universo delle vittime ai cui familiari dovrebbero essere destinate le riparazioni e che arrivano finalmente a essere altro rispetto a chi ha subito la delinquenza comune.
Finora la definizione di conflitto armato è stata sempre usata politicamente, mentre giuridicamente mai era venuta in ballo. Adesso invece per la prima volta si riconosce l'esistenza di una guerra interna e tutto cambia.

E oltre ad avere un'importanza simbolica e ideologica, questa novità va anche a scavare un solco incolmabile fra Juan Manuel Santos e il suo predecessore, di cui molti lo volevano erede fedele. E che adesso non sta certo a guardare. Appena venuto a conoscenza della grossa novità, ha espresso tutta la sua rabbia in Twitter: "Coloro che minacciano la vita, l'onore e i beni della popolazione civile non è in Conflitto con lo Stato. Sono una minaccia criminale". E ancora: "I gruppi Narco-terroristi colombiani non sono parti in conflitto. Sono criminali che profumano le loro azioni con discorsi politici".

Come riporta la rivista Semana, secondo il dizionario colombiano "Diccionario para desarmar la palabra", conflitto armato significa "Scontro continuo e sostenuto fra due o più parti che ricorrono alla forza per dirimere la controversia suscitata dall'opposizione fra le loro volontà, interessi o punti di vista", dunque è proprio il caso della Colombia e dubbi non ce ne sarebbero.
Secondo un segretario governativo che si occupa di diritti umani "c'è chi dice che la Legge sulle vittime cerchi di essere uno strumento per chiudere un ciclo di violenza nel paese, tramite alcune misure di transizione, e questo obbliga lo Stato colombiano a definire qual è il ciclo che viene chiuso e quali vittime verranno risarcite. Tutto ciò ci impone di definire le misure all'interno del conflitto armato". Solo così "si chiariscono e si legittimano gli strumenti della legge", aggiunge. Quindi conclude: "Chiudere un ciclo, questa è la mia migliore definizione dal punto di vista politico. Se non avessimo detto ‘conflitto armato' nessuno avrebbe capito a quali vittime ci saremmo riferiti".

Secondo l'avvocato della Commissione colombiana dei giuristi, Arturo Mujica, questo riconoscimento del conflitto renderà più veloce l'espletamento delle richieste delle vittime. "E' come riconoscere che il paramilitarismo, la guerriglia e lo Stato stesso producono vittime. Questa sarebbe la prima volta che si fa un riconoscimento simile a livello politico, dato che finora tutti i governi hanno mantenuto posizioni a dir poco ambigue in proposito", sottolinea l'avvocato. "Riconoscerlo, spalanca le porte affinché molte vittime di paracos, guerriglieri e agenti dello Stato possano cercare giustizia, riparazioni e verità", conclude. 

 

 

Stella Spinelli

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