Bunia, una città nel cuore della regione congolese dell’Ituri. Tra bande ribelli e caschi blu
Scritto per
noi da Davide Rasella,
cooperante italiano a Bunia
Capire
la situazione qui in Congo non è facile, è frutto di anni di guerra, di
contrasti tribali e interessi economici conflittuali. Siamo a Bunia,
capitale dell’Ituri,
la
regione al confine con l’Uganda, presidiata dai caschi blu della Monuc
(il distaccamento dei caschi blu in Congo).

Bunia. Bunia ha vissuto varie invasioni
e guerriglie nel corso degli ultimi anni, dal 2001 al 2003 è stata conquistata
dall’Upc (Union Patriotique Congolaise) ed è stata per circa un anno un campo
di battaglia tra Upc ed Fni.
L’Upc è il braccio armato delle tribù Hema, che sono
praticamente tutsi, mentre l’Fni, il Front National pour l’Indipendence, lo è
dei Lendu, che sono hutu.
La guerra tra hutu e tutsi fu molto
cruenta, la gente è ancora traumatizzata dal ricordo dei bambini uccisi, delle
donne violentate e dei miliziani che mostravano le teste degli avversari uccisi.
I caschi blu erano qui anche allora, ma non hanno fatto quasi niente per
fermare i massacri.
I francesi hanno cambiato la situazione ed
eliminato la guerriglia da Bunia. Senza andare troppo per il sottile facevano
pattuglie e
sparavano direttamente a chiunque avesse un arma in mano. Bunia adesso è quindi
relativamente tranquilla (ci sono ancora scontri ma solo nella periferia), noi
possiamo girare in macchina anche di sera, non si vede in giro nessuno.
La
Monuc. La Monuc dunque
era presente in Congo durante gli scontri, ma aveva un mandato di sola osservazione
e quindi non interveniva, un atteggiamento che ha infastidito molto la
popolazione in balia delle atrocità, al punto che, quando i Ruandesi hanno
preso Bukavu nel 2004 e la Monuc non ha fatto niente per impedirlo, ci sono state
violente manifestazioni di protesta a Kinshasa, con anche dei morti.
In seguito
a questi episodi i caschi blu hanno cambiato mandato e hanno imposto il disarmo
alle milizie di tutti gli schieramenti. L’ultimatum scadeva il 1 aprile scorso,
ma
ancora adesso i punti di disarmo non sono stati istituiti.
Ora i caschi blu possono
pianificare direttamente le operazioni di attacco contro i miliziani e, con
elicotteri e carri armati, sono riusciti a "pacificare" alcune aree.
La loro strategia
consisterebbe
nel ritirarsi progressivamente e lasciare le postazioni conquistate
alla Fardc (Force Armée RDC), l’esercito congolese, che dovrebbe alla
fine prendere il
controllo di tutta la zona.
Chiaramente questi ultimi non sono armati come i
caschi blu e non sono pagati o quasi (intorno ai dieci dollari al mese) dal
governo, quindi ci sono molti dubbi sulla loro reale motivazione (i miliziani
al contrario sono molto motivati) e sulla loro fedeltà al governo. Si sa
che hanno già cominciato a imporre dazi alla popolazione per mantenersi, e sembra
abbiano anche cominciato a fare razzie.

Disarmo.
Ci
sono vari progetti che mirano al reinserimento degli ex miliziani in
attività produttive, ma mentre quelli che non hanno commesso crimini
gravi non
faticano a prendervi parte, diversi altri hanno ancora paura di essere
uccisi
per ritorsione. Circa due settimane fa ad esempio, nei dintorni di
Kpandroma,
dei ribelli dopo ripetute rapine dei dintorni
sono stati catturati da gente della loro stessa tribù, che li ha uccisi
con
colpi di machete e che ha dato fuoco alla casa di uno di loro, con la
sua famiglia
dentro (c’era anche un bambino).
Per i miliziani che non riescono a reinserirsi
nella società, si era prospettata la possibilità di farli entrare nelle forze
armate congolesi. Così in qualche modo verrebbero inquadrati, e sarebbe anche
possibile processarli per i crimini commessi. È successo ad alcuni comandanti
come Lubanga, capo dell’Upc, che inizialmente sono stati nominati generali a
Kinshasa, ma poi, dopo l’istituzione della commissione per i crimini di guerra
sono stati arrestati. Il problema è che mentre la Monuc procede con il disarmo,
non finanzia, nel frattempo, altri progetti che sarebbero necessari alla
reintegrazione e al recupero. Così molti dei ribelli
stanno già pensando di rientrare nelle milizie.
Ultimi
sviluppi. In
questo quadro ci sono degli sviluppi recenti che lasciano poco spazio
all’ottimismo: pochi giorni fa è stato ucciso un maggiore nepalese della Monuc:
alcuni caschi blu e operatori per i diritti umani erano discesi in elicottero
a
Luga, vicino a Mahagi, una località che ritenevano sicura, e avevano discusso
per due ore con i capi della comunità su come promuovere il rispetto dei
diritti umani. Al momento di salire sull’elicottero per tornare a Bunia, alcuni
miliziani dell’Fni nascosti tra la folla hanno cominciato a sparare, ferendo
alcuni caschi blu tra cui un maggiore che poi nella notte è morto.
Negli stessi giorni vicino a Iga venivano rapiti i due operatori
di Msf, ma ancora non si è potuto capire molto su chi siano gli autori del
sequestro e sul loro movente.
In
generale la situazione è molto più tranquilla di come era
anche solo alcuni mesi fa, e la gente comincia a ritornare nei villaggi e a fare
i mercati. Ma ci sono ancora migliaia di miliziani armati che controllano
alcune zone contro cui la Monuc e l'esercito stanno compiendo operazioni militari.
Quello
che manca, però sono i programmi di ricostruzione e di disarmo, senza i quali
non è pensabile che la pace possa prendere piede.