Bombe, stupri e villaggi bruciati. L'offensiva dell'esercito birmano contro la minoranza shan
Da settimane le bombe cadono sui loro villaggi. I soldati governativi
hanno dato fuoco alle loro case e stuprato donne e ragazzine. Per gli shan, una
delle tante minoranze perseguitate dalla giunta birmana, non c’è scampo:
l’unica via di sopravvivenza è la fuga. Nella giungla, sulle colline e per chi
ce la fa oltre il confine con la Thailandia. Da queste parti giornalisti e
osservatori stranieri non sono ammessi e non è possibile sapere se e quanti
civili siano caduti nel conflitto dimenticato e decennale fra l’esercito di
Yangon e la guerriglia separatista dello Shan state army (Ssa). Certo, questa
volta,
le truppe governative del tatmadaw e
dell’alleato United wa state army (Uwsa) non hanno risparmiato nessuno: circa
100mila soldati a partire dal marzo scorso hanno ucciso, torturato, stuprato e
sfollato decine, forse centinaia, di shan.
Contro il diritto internazionale. La “
road map verso
la democrazia” annunciata dal governo del Myanmar (ex Birmania) nell’agosto
2003 sembra sempre più inattuabile. Le ultime azioni del
tatmadaw violano il diritto umanitario internazionale, il tutto nella totale indifferenza
della comunità e dei media
stranieri. Brad Adams, direttore del desk Asia di
Human rights watch (Hrw), ha
dichiarato che “I civili shan vivono sotto la minaccia costante di essere colpiti
da piogge di bombe e di dover abbandonare le loro case in fiamme”.
L’organizzazione umanitaria ha espresso preoccupazione per le 2mila persone che
abitano vicino alle basi dei ribelli Shan a Loi Taileng, la zona bombardata in
questo periodo, e riporta che tra i 200 e i 500 profughi sono già arrivati in
Thailandia attraverso i distretti di Fang e Chiang Dao. Ma il loro destino è
assai incerto: Bangkok non riconosce agli shan lo status di rifugiati, rifiuta
di allestire campi di accoglienza e di offrire loro ogni genere di assistenza.

Il no di Bangkok ai profughi. Il 18 maggio scorso un comandante dell’esercito tailandese
ha emesso un ordine per rinviare in Birmania 500 rifugiati, tra i quali 200
orfani, entro la fine dello stesso mese. L’ultimatum è scaduto e diversi shan
sono già stati rimpatriati. Lo rende noto il quotidiano
Irrawaddy, fondato da
esuli birmani a Chang Mai, nel nord della Thailandia. Ma la politica di Bangkok
contro l’immigrazione clandestina ha adottato anche altre misure disumane: le
autorità locali hanno impedito alle organizzazioni umanitarie di distribuire
cibo ai profughi. “Alla fine alcuni di loro hanno accettato di andarsene poiché
non avevano niente da mangiare”, commenta con rammarico un operatore dello Shan
youth network group, un’Ong che fornisce razioni alimentari agli shan da cinque
anni. Brad Adams insiste: “Il governo tailandese continua a non riconoscere lo
status di rifugiati agli shan anche se fuggono da combattimenti e abusi e i
rischi che corrono nel loro Paese sono evidenti. Così facendo, viola il diritto
internazionale e chiude gli occhi di fronte a un problema che sta alle sue
porte”.

Sfruttamento e traffici di esseri umani. Per chi riesce a restare in territorio tailandese i problemi
sono comunque enormi. La maggior parte dei migranti provenienti dal Myanmar –
denuncia Amnesty International – finiscono col fare lavori sottopagati e in
condizioni pericolose per la salute. Gli shan, ad esempio, sono impiegati come
operai, muratori e domestici, mentre donne e giovanissime possono essere
vittime di traffici di esseri umani e costrette a prostituirsi. Secondo Amnesty,
qui i birmani sono all’ultimo gradino della scala sociale e occupano posti di
lavoro che i tailandesi ormai rifiutano. Un migrante ha detto
all’organizzazione umanitaria: “I tailandesi ci considerano spazzatura, non
capiscono che aiutiamo l’economia del Paese”.
La guerra continua. Intanto nell’ex Birmania il conflitto si inasprisce. Un
vecchio gruppo ribelle, lo Shan state national army, ha rotto il cessate il
fuoco firmato nel 1995 con l’esercito governativo e si è alleato con l’Ssa, il
movimento separatista shan tuttora attivo. Un segno che la situazione nell’ex
Birmania è incandescente, soprattutto dopo gli
attentati di maggio a Yangon e
Mandalay (nel nord) che hanno causato la morte di almeno una ventina di
persone. Finora 17 gruppi separatisti avevano firmato la pace con la giunta e
nessuno di loro aveva pensato di tornare alle armi.