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Il
mondo ha speso nel 2004 mille miliardi di dollari in armamenti.
L'incremento del 6 per cento, rispetto all'anno precedente, ha portato
la cifra al valore più alto dalla fine della Guerra fredda. Il fattore
determinante di questa crescita è costituito dall'impegno finanziario
profuso dagli Stati Uniti nella cosiddetta 'guerra al terrore'.
Washington ha stanziato, principalmente per le operazioni militari in
Afghanistan e Iraq, oltre 450 miliardi di dollari, il 47 percento della spesa
bellica mondiale. I supplementi di bilancio del Dipartimento della
Difesa Usa per gli anni 2003-2005 (238 miliardi di dollari) hanno
superato l'intero budget militare di tutti i
Paesi industrializzati. I dati emergono dal Rapporto annuale su
guerra, disarmo e sicurezza internazionale pubblicato martedì scorso
dal Sipri, istituto di Stoccolma per gli studi sulla pace. Secondo
Caroline Holmqvist, ricercatrice dell'istituto, le spese globali
protrebbero addirittura raddoppiare entro il 2010. Dei 159 Paesi
esaminati, solo 15 contribuiscono all'85 percento del totale. Al secondo posto,
dopo gli Stati Uniti, figurano nell'ordine Gran Bretagna,
Francia, Giappone e Cina. Quattro di questi cinque paesi sono membri
permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L'Italia, con
una spesa di 27,8 miliardi di dollari, è al settimo posto. Altro dato
rilevante della ricerca è il declino dei processi di fusione tra
industrie belliche, rispetto agli anni '90. Un segno, questo, che la
loro crescita è stata talmente elevata da raggiungere livelli
impensabili. Nel 2003 si sono verificate solo sei acquisizioni
superiori al miliardo di dollari. Nel 2004 una: l'acquisto, da parte
dell'italiana Finmeccanica, del 50 percento dell'inglese Gkn, per relativi 1.98
miliardi di dollari
Un'industria ricca quanto un Paese. Spesso tali industrie producono una gamma diversificata di componenti, e quelli
militari costituiscono solo un settore del loro mercato. Tuttavia, in molti casi
il fatturato della vendita di armi di tali gigantesche entità economiche arriva
a superare il prodotto interno di Paesi in via di sviluppo, mentre il fatturato
totale è paragonabile al Pil di alcuni Paesi industrializzati. Uno studio comparato
ha calcolato che nel 2003 gli introiti delle 100 principali industrie ammontano
alle esportazioni totali di 61 Paesi in via di sviluppo. Delle 100 principali
industrie, 38 sono statunitensi: queste detengono il 63 percento del fatturato
totale,
contro il 30,5 percento delle 42 industrie europee (incluse 6 russe). Sul versante
delle
forniture, la guerra in Iraq ha intensificato un problema già esistente, quello
della trasparenza. Le industrie sono riluttanti a fornire dettagliati rapporti
sulla vendita di materiale bellico. Tali 'distinte' sono assai rare e spesso incomplete.
Delle 150 industrie incluse in una ricerca sulla trasparenza del Sipri, solo 41
hanno fornito dati esaustivi in relazione alla produzione e alla vendita di armi.
I conflitti invisibili. Lo studio del Sipri prende anche in considerazione le destinazioni dei prodotti
bellici. Se la Russia ha soppiantato gli Usa, diventando il principale produttore
di armi convenzionali per il periodo 2000-2004, Cina e India sono i maggiori compratori.
La Cina è quasi interamente dipendente dalla Russia per le sue importazioni di
armi, così come l'India, anche se quest'ultima sta rivolgendo il proprio interesse
verso Francia, Inghilterra e altri Paesi europei. Le armi trovano mercato in diciannove
'grandi conflitti armati', classificati dal Sipri come quelli in cui si verificano
almeno mille decessi all'anno. Solo tre di questi sono in corso da meno di 10
anni. I conflitti che producono il maggior numero di morti e feriti, e il maggior
carico di sofferenze per la popolazione civile, sono invece quelli di lunga
durata. Ciononostante, la loro esistenza pluriennale e la loro natura ricorrente
tende a renderli internazionalmente 'invisibili', come nel caso dei conflitti
in Nepal e Uganda: entrambi hanno inflitto pesanti costi alla popolazione,
ma hanno attratto scarsa attenzione da parte dei media. Quanta più guerra e quanto
più a lungo la si assimila: sembra essere questa, per l'Occidente, la vera ricetta
per l'oblio.Luca Galassi