09/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Mille miliardi di dollari spesi nel 2004 per le armi, metà dei quali dagli Usa
Militari Usa a FallujahIl mondo ha speso nel 2004 mille miliardi di dollari in armamenti. L'incremento del 6 per cento, rispetto all'anno precedente, ha portato la cifra al valore più alto dalla fine della Guerra fredda. Il fattore determinante di questa crescita è costituito dall'impegno finanziario profuso dagli Stati Uniti nella cosiddetta 'guerra al terrore'. Washington ha stanziato, principalmente per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, oltre 450 miliardi di dollari, il 47 percento della spesa bellica mondiale. I supplementi di bilancio del Dipartimento della Difesa Usa per gli anni 2003-2005 (238 miliardi di dollari) hanno superato l'intero budget militare di tutti i Paesi industrializzati. I dati emergono dal Rapporto annuale su guerra, disarmo e sicurezza internazionale pubblicato martedì scorso dal Sipri, istituto di Stoccolma per gli studi sulla pace. Secondo Caroline Holmqvist, ricercatrice dell'istituto, le spese globali protrebbero addirittura raddoppiare entro il 2010. Dei 159 Paesi esaminati, solo 15 contribuiscono all'85 percento del totale. Al secondo posto, dopo gli Stati Uniti, figurano nell'ordine Gran Bretagna, Francia, Giappone e Cina. Quattro di questi cinque paesi sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L'Italia, con una spesa di 27,8 miliardi di dollari, è al settimo posto. Altro dato rilevante della ricerca è il declino dei processi di fusione tra industrie belliche, rispetto agli anni '90. Un segno, questo, che la loro crescita è stata talmente elevata da raggiungere livelli impensabili. Nel 2003 si sono verificate solo sei acquisizioni superiori al miliardo di dollari. Nel 2004 una: l'acquisto, da parte dell'italiana Finmeccanica, del 50 percento dell'inglese Gkn, per relativi 1.98 miliardi di dollari
 
Caccia F-15Un'industria ricca quanto un Paese. Spesso tali industrie producono una gamma diversificata di componenti, e quelli militari costituiscono solo un settore del loro mercato. Tuttavia, in molti casi il fatturato della vendita di armi di tali gigantesche entità economiche arriva a superare il prodotto interno di Paesi in via di sviluppo, mentre il fatturato totale è paragonabile al Pil di alcuni Paesi industrializzati. Uno studio comparato ha calcolato che nel 2003 gli introiti delle 100 principali industrie ammontano alle esportazioni totali di 61 Paesi in via di sviluppo. Delle 100 principali industrie, 38 sono statunitensi: queste detengono il 63 percento del fatturato totale, contro il 30,5 percento delle 42 industrie europee (incluse 6 russe). Sul versante delle forniture, la guerra in Iraq ha intensificato un problema già esistente, quello della trasparenza. Le industrie sono riluttanti a fornire dettagliati rapporti sulla vendita di materiale bellico. Tali 'distinte' sono assai rare e spesso incomplete. Delle 150 industrie incluse in una ricerca sulla trasparenza del Sipri, solo 41 hanno fornito dati esaustivi in relazione alla produzione e alla vendita di armi.
 
Un marine in Arabia SauditaI conflitti invisibili. Lo studio del Sipri prende anche in considerazione le destinazioni dei prodotti bellici. Se la Russia ha soppiantato gli Usa, diventando il principale produttore di armi convenzionali per il periodo 2000-2004, Cina e India sono i maggiori compratori. La Cina è quasi interamente dipendente dalla Russia per le sue importazioni di armi, così come l'India, anche se quest'ultima sta rivolgendo il proprio interesse verso Francia, Inghilterra e altri Paesi europei. Le armi trovano mercato in diciannove 'grandi conflitti armati', classificati dal Sipri come quelli in cui si verificano almeno mille decessi all'anno. Solo tre di questi sono in corso da meno di 10 anni. I conflitti che producono il maggior numero di morti e feriti, e il maggior carico di sofferenze per la popolazione civile, sono invece quelli di lunga durata. Ciononostante, la loro esistenza pluriennale e la loro natura ricorrente tende a renderli internazionalmente 'invisibili', come nel caso dei conflitti in Nepal e Uganda: entrambi hanno inflitto pesanti costi alla popolazione, ma hanno attratto scarsa attenzione da parte dei media. Quanta più guerra e quanto più a lungo la si assimila: sembra essere questa, per l'Occidente, la vera ricetta per l'oblio.

Luca Galassi

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