30/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



E' arrivato il giorno delle elezioni negli Usa. Bush e Kerry allo scontro finale
Dopo mesi di attesa, il momento che tutto il mondo aspettava è arrivato: martedì 2 novembre gli Stati Uniti decideranno se rinnovare il mandato presidenziale di George W. Bush per altri quattro anni o se consegnare il Paese allo sfidante John F. Kerry. Ecco una guida degli argomenti-chiave per capirci di più.
 
Come funziona
Il sistema elettorale è basato sulla regola del winner takes all, cioè un maggioritario puro diviso per Stati, e sulla distinzione tra voto popolare e Grandi Elettori. In pratica, in ognuno dei 50 Stati dell’Unione i cittadini votano per uno dei candidati, ma il conto delle preferenze a livello nazionale è inutile ai fini del risultato. Chi prende più voti in uno Stato conquista l’intera quota di Grandi Elettori – cioè i rappresentanti che a dicembre eleggeranno formalmente il presidente – assegnata allo Stato in base al suo peso demografico. Per esempio il Wyoming, che conta 500mila abitanti, porta in dote solo tre Grandi Elettori al candidato che lo conquista anche con un solo voto di scarto. Gli oltre 35 milioni abitanti della California fanno invece del Golden State il piatto più ricco, con i suoi 55 Grandi Elettori. Diventa presidente degli Stati Uniti chi conquista 270 Grandi Elettori. Nel 2000 George W. Bush sconfisse Al Gore per 271 a 266, pur prendendo 543mila voti in meno del rivale su scala nazionale.
 
Gli swing States
Il più grande limite di questo sistema è che concentra la sfida tra i candidati solo in alcuni Stati chiave, perché in circa l’80 per cento degli Stati la preferenza della maggior parte dell’elettorato è ben nota ancor prima che cominci la campagna elettorale. Gli Stati del nord-est e quelli della costa ovest, per esempio, sono praticamente vinti in partenza dai democratici, mentre il vasto Midwest e gli Stati del sud sono un feudo repubblicano. Per determinare l’esito delle elezioni diventano quindi fondamentali gli swing States, quelli che non votano tradizionalmente per un partito. Sono circa una decina, anche se le variazioni nei sondaggi fanno entrare e uscire dalla categoria nuovi Stati in continuazione.
Tra quelli sicuramente in bilico ci sono Florida, Pennsylvania e Ohio, dotati rispettivamente di 27, 21 e 20 Grandi Elettori: il candidato che prevale in due di questi tre, si dice, conquista la Casa Bianca. Altri swing States sono Iowa, Minnesota, Wisconsin, New Mexico, West Virginia, New Hampshire. Uno Stato dato come sicuro democratico ma diventato swing secondo gli ultimi sondaggi è il Michigan (con ben 17 Grandi Elettori disponibili). E’ successo lo stesso anche per il Colorado, conquistato con otto punti di scarto da Bush nel 2000 ma fresco di inserimento nella categoria degli Stati in bilico.
 
I sondaggi
Ne sono stati fatti migliaia nell’ultimo anno, a livello nazionale e nei singoli Stati. Kerry era saldamente in vantaggio quando viaggiava col vento in poppa dei successi nelle primarie dei democratici e gli attentati in Iraq si erano intensificati. L’estate e la convention repubblicana a New York avevano ribaltato la situazione. I tre dibattiti televisivi tenuti in ottobre, vinti dal candidato democratico, hanno fatto perdere qualche consenso a Bush. Ora tutti i sondaggi danno per certo un testa a testa fino all’ultimo: nelle scorse settimane il presidente in carica sembrava godere di un vantaggio minimo, ora è lo sfidante democratico che viene dato per leggero favorito. Senza dimenticare che i sondaggi fatti a livello nazionale, come si è visto, contano ben poco.
 
L’affluenza
Dagli anni Sessanta a oggi è andata progressivamente in calando, specie tra i più giovani. Nel 1960 andò alle urne il 63,1% dell’elettorato mentre nel 2000 l’affluenza fu del 51,3%, il che vuol dire che più di 100 milioni di potenziali elettori non hanno votato per scegliere il presidente. Secondo tutti gli osservatori, però, queste elezioni sono le più sentite da almeno una generazione: la guerra in Iraq, la minaccia del terrorismo, gli ambigui rapporti tra l’amministrazione Bush e le grandi corporation, la recessione dopo lo scoppio della bolla della new economy hanno estremamente polarizzato i due campi. Molti simpatizzanti democratici rientrano nell’acronimo ABB (Anybody But Bush, chiunque ma non Bush), dall’altra parte i repubblicani credono ciecamente nella capacità di questo presidente di difendere l’America dai terroristi. Ci si aspetta che entrambi si rechino alle urne in percentuale più alta del solito. Molte associazioni indipendenti hanno cercato di convincere i cittadini a registrarsi nelle liste elettorali, un passo indispensabile per votare negli Stati Uniti: le statistiche mostrano un forte incremento delle registrazioni. Non ci sarà da sorprendersi se l’affluenza raggiungerà il 55-60 per cento. In genere gli analisti credono che un aumento dell’affluenza sia un buon segno per lo sfidante, in questo caso John Kerry.
 
Pericolo brogli
C’è un clima pesante nel Paese che si autodefinisce il baluardo della democrazia. Il caso della Florida nel 2000 – uno Stato che Bush conquistò per soli 537 voti, dopo un mese di conta e riconta delle schede e con l’ultima parola data a una Corte Suprema di tendenze repubblicane – è un precedente che tutti sperano di evitare. Ma dagli errori di quattro anni fa si è imparato poco: sempre in Florida, come nel 2000 si discute molto sulla lista degli elettori privati del diritto di voto perché condannati in passato con una sentenza penale (una norma in vigore in sette Stati). Dopo la vittoria di Bush contro Gore si scoprì che la felon list comprendeva anche persone con la fedina penale pulitissima: in pratica, erano stati esclusi dal voto molti cittadini colpevoli solo di essere omonimi della persona sbagliata, e quasi tutti facevano parte della comunità afro-americana, che vota in grande maggioranza per i democratici.
Un altro problema – soprattutto in Florida – è dato dal sistema di voto elettronico, che non lascia una ricevuta cartacea e rende quindi impossibile una conta manuale dei voti. E’ polemica anche sulle difficoltà che stanno incontrando gli americani all’estero (anche loro tradizionalmente pro-democratici) per votare: molti hanno denunciato l’eccessiva difficoltà delle procedure e il mancato arrivo delle schede.
La questione delle absentee ballot, le schede di chi vota per corrispondenza (una pratica che può scegliere anche chi sarebbe perfettamente in grado di andare al seggio) è esplosa prepotentemente negli ultimi giorni in Florida. In una contea che nel 2000 votò al 67,4 per cento per Al Gore, circa 58mila absentee ballot non sono mai state consegnate a chi ne ha fatto richiesta. Sono sparite e neanche le autorità elettorali della Florida non sanno che fine abbiano fatto.
Per tutti questi motivi, schiere di avvocati di entrambi i campi saranno dispiegati negli swing States e specialmente in Florida. Oltre ai legali, sul territorio statunitense opereranno anche un migliaio di osservatori internazionali.
 
Il fattore Nader
Come nel 2000 c’è il terzo incomodo, Ralph Nader. Quattro anni fa l’allora candidato dei Verdi (oggi corre come indipendente) ricevette il 2,7 per cento dei voti a livello nazionale e fu decisivo per determinare il risultato in Florida e nel New Hampshire. Nello Stato del sole, vinto da Bush per 537 preferenze, Nader raccolse oltre 97mila voti, erodendo la base dei democratici. Anche i suoi oltre 22mila voti nel New Hampshire danneggiarono Al Gore, che venne sconfitto da Bush per 7mila voti. Non c’è da stupirsi se oggi i simpatizzanti democratici incolpino Nader di aver regalato la Casa Bianca a Bush.
Anche per questo, al momento il candidato indipendente sembra godere di meno consensi rispetto a quelli di quattro anni fa. La sua campagna elettorale è stata più in sordina, il duello Bush-Kerry lo ha oscurato. Non sarà neanche presente sulle schede di tutti e 50 i Paesi, ma in quelle della Florida sì, e questo basta per tenerlo in dovuta considerazione.
 
Le incognite
Se quattro anni fa le elezioni iniziarono ai seggi e finirono in tribunale per la faccenda della Florida, quest’anno le battaglie legali potrebbero partire dal Colorado. Il 2 novembre gli elettori dello Stato sulle Montagne Rocciose voteranno non solo per il presidente, ma anche per un referendum che propone di passare subito dal sistema winner takes all al proporzionale: se i “sì” vinceranno, i 9 Grandi Elettori in palio nel Colorado verrebbero quindi divisi con criterio proporzionale in base ai voti ricevuti. E’ facile prevedere che, se da questo dovesse dipendere il risultato delle elezioni, la questione diventerebbe incandescente.
Occhio anche agli avvenimenti degli ultimi giorni. C’è chi paventa un attentato terroristico e chi sospetta sia imminente una sorpresa tipo la cattura di Osama bin Laden. Intanto, a spostare più di qualche voto potrebbero contribuire anche le prese di posizione di alcuni personaggi famosi. In questi giorni la più clamorosa è venuta da Eminem, che finora si era tenuto fuori dalla politica.
Il rapper bianco di Detroit ha pubblicato il singolo “Mosh” (“pogare”) con un video fortemente anti-Bush, che invita i ragazzi a registrarsi per votare. Dato l’enorme successo del cantante tra i giovani statunitensi, alcuni prevedono che la sua uscita possa essere molto più influente di centinaia di spot.

Alessandro Ursic

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