E' arrivato il giorno delle elezioni negli Usa. Bush e Kerry allo scontro finale

Dopo mesi di attesa, il momento che tutto il mondo aspettava è arrivato: martedì
2 novembre gli Stati Uniti decideranno se rinnovare il mandato presidenziale di
George W. Bush per altri quattro anni o se consegnare il Paese allo sfidante John
F. Kerry. Ecco una guida degli argomenti-chiave per capirci di più.
Come funziona
Il sistema elettorale è basato sulla regola del winner takes all, cioè un maggioritario puro diviso per Stati, e sulla distinzione tra voto popolare
e Grandi Elettori. In pratica, in ognuno dei 50 Stati dell’Unione i cittadini
votano per uno dei candidati, ma il conto delle preferenze a livello nazionale
è inutile ai fini del risultato. Chi prende più voti in uno Stato conquista l’intera
quota di Grandi Elettori – cioè i rappresentanti che a dicembre eleggeranno formalmente
il presidente – assegnata allo Stato in base al suo peso demografico. Per esempio
il Wyoming, che conta 500mila abitanti, porta in dote solo tre Grandi Elettori
al candidato che lo conquista anche con un solo voto di scarto. Gli oltre 35 milioni
abitanti della California fanno invece del Golden State il piatto più ricco, con i suoi 55 Grandi Elettori. Diventa presidente degli
Stati Uniti chi conquista 270 Grandi Elettori. Nel 2000 George W. Bush sconfisse
Al Gore per 271 a 266, pur prendendo 543mila voti in meno del rivale su scala
nazionale.
Gli swing States
Il più grande limite di questo sistema è che concentra la sfida tra i candidati
solo in alcuni
Stati chiave, perché in circa l’80 per cento degli Stati la preferenza della maggior parte
dell’elettorato è ben nota ancor prima che cominci la campagna elettorale. Gli
Stati del nord-est e quelli della costa ovest, per esempio, sono praticamente
vinti in partenza dai democratici, mentre il vasto Midwest e gli Stati del sud
sono un feudo repubblicano. Per determinare l’esito delle elezioni diventano quindi
fondamentali gli
swing States, quelli che non votano tradizionalmente per un partito. Sono circa una decina,
anche se le variazioni nei sondaggi fanno entrare e uscire dalla categoria nuovi
Stati in continuazione.
Tra quelli sicuramente in bilico ci sono Florida, Pennsylvania e Ohio, dotati
rispettivamente di 27, 21 e 20 Grandi Elettori: il candidato che prevale in due
di questi tre, si dice, conquista la Casa Bianca. Altri swing States sono Iowa, Minnesota, Wisconsin, New Mexico, West Virginia, New Hampshire. Uno
Stato dato come sicuro democratico ma diventato swing secondo gli ultimi sondaggi è il Michigan (con ben 17 Grandi Elettori disponibili).
E’ successo lo stesso anche per il Colorado, conquistato con otto punti di scarto
da Bush nel 2000 ma fresco di inserimento nella categoria degli Stati in bilico.
I sondaggi
Ne sono stati fatti migliaia nell’ultimo anno, a livello nazionale e nei singoli
Stati. Kerry era saldamente in vantaggio quando viaggiava col vento in poppa dei
successi nelle primarie dei democratici e gli attentati in Iraq si erano intensificati.
L’estate e la convention repubblicana a New York avevano ribaltato la situazione.
I tre dibattiti televisivi tenuti in ottobre, vinti dal candidato democratico,
hanno fatto perdere qualche consenso a Bush. Ora tutti i sondaggi danno per certo
un testa a testa fino all’ultimo: nelle scorse settimane il presidente in carica
sembrava godere di un vantaggio minimo, ora è lo sfidante democratico che viene
dato per leggero favorito. Senza dimenticare che i sondaggi fatti a livello nazionale,
come si è visto, contano ben poco.
L’affluenza
Dagli anni Sessanta a oggi è andata progressivamente in calando, specie tra i
più giovani. Nel 1960 andò alle urne il 63,1% dell’elettorato mentre nel 2000
l’affluenza fu del 51,3%, il che vuol dire che più di 100 milioni di potenziali
elettori non hanno votato per scegliere il presidente. Secondo tutti gli osservatori,
però, queste elezioni sono le più sentite da almeno una generazione: la guerra
in Iraq, la minaccia del terrorismo, gli ambigui rapporti tra l’amministrazione
Bush e le grandi corporation, la recessione dopo lo scoppio della bolla della new economy hanno estremamente polarizzato i due campi. Molti simpatizzanti democratici
rientrano nell’acronimo ABB (Anybody But Bush, chiunque ma non Bush), dall’altra parte i repubblicani credono ciecamente nella
capacità di questo presidente di difendere l’America dai terroristi. Ci si aspetta
che entrambi si rechino alle urne in percentuale più alta del solito. Molte associazioni
indipendenti hanno cercato di convincere i cittadini a registrarsi nelle liste
elettorali, un passo indispensabile per votare negli Stati Uniti: le statistiche
mostrano un forte incremento delle registrazioni. Non ci sarà da sorprendersi
se l’affluenza raggiungerà il 55-60 per cento. In genere gli analisti credono
che un aumento dell’affluenza sia un buon segno per lo sfidante, in questo caso
John Kerry.
Pericolo brogli
C’è un clima pesante nel Paese che si autodefinisce il baluardo della democrazia.
Il caso della Florida nel 2000 – uno Stato che Bush conquistò per soli 537 voti,
dopo un mese di conta e riconta delle schede e con l’ultima parola data a una
Corte Suprema di tendenze repubblicane – è un precedente che tutti sperano di
evitare. Ma dagli errori di quattro anni fa si è imparato poco: sempre in Florida,
come nel 2000 si discute molto sulla lista degli elettori privati del diritto
di voto perché condannati in passato con una sentenza penale (una norma in vigore
in sette Stati). Dopo la vittoria di Bush contro Gore si scoprì che la felon list comprendeva anche persone con la fedina penale pulitissima: in pratica, erano
stati esclusi dal voto molti cittadini colpevoli solo di essere omonimi della
persona sbagliata, e quasi tutti facevano parte della comunità afro-americana,
che vota in grande maggioranza per i democratici.

Un altro problema – soprattutto in Florida – è dato dal sistema di voto elettronico,
che non lascia una ricevuta cartacea e rende quindi impossibile una conta manuale
dei voti. E’ polemica anche sulle difficoltà che stanno incontrando gli americani
all’estero (anche loro tradizionalmente pro-democratici) per votare: molti hanno
denunciato l’eccessiva difficoltà delle procedure e il mancato arrivo delle schede.
La questione delle absentee ballot, le schede di chi vota per corrispondenza (una pratica che può scegliere anche
chi sarebbe perfettamente in grado di andare al seggio) è esplosa prepotentemente negli ultimi giorni in Florida. In una contea che nel
2000 votò al 67,4 per cento per Al Gore, circa 58mila absentee ballot non sono mai state consegnate a chi ne ha fatto richiesta. Sono sparite e neanche
le autorità elettorali della Florida non sanno che fine abbiano fatto.
Per tutti questi motivi, schiere di avvocati di entrambi i campi saranno dispiegati
negli swing States e specialmente in Florida. Oltre ai legali, sul territorio statunitense opereranno
anche un migliaio di osservatori internazionali.
Il fattore Nader
Come nel 2000 c’è il terzo incomodo, Ralph Nader. Quattro anni fa l’allora candidato
dei Verdi (oggi corre come indipendente) ricevette il 2,7 per cento dei voti a
livello nazionale e fu decisivo per determinare il risultato in Florida e nel
New Hampshire. Nello Stato del sole, vinto da Bush per 537 preferenze, Nader

raccolse oltre 97mila voti, erodendo la base dei democratici. Anche i suoi oltre
22mila voti nel New Hampshire danneggiarono Al Gore, che venne sconfitto da Bush
per 7mila voti. Non c’è da stupirsi se oggi i simpatizzanti democratici incolpino
Nader di aver regalato la Casa Bianca a Bush.
Anche per questo, al momento il candidato indipendente sembra godere di meno
consensi rispetto a quelli di quattro anni fa. La sua campagna elettorale è stata
più in sordina, il duello Bush-Kerry lo ha oscurato. Non sarà neanche presente
sulle schede di tutti e 50 i Paesi, ma in quelle della Florida sì, e questo basta
per tenerlo in dovuta considerazione.
Le incognite
Se quattro anni fa le elezioni iniziarono ai seggi e finirono in tribunale per
la faccenda della Florida, quest’anno le battaglie legali potrebbero partire dal
Colorado. Il 2 novembre gli elettori dello Stato sulle Montagne Rocciose voteranno
non solo per il presidente, ma anche per un referendum che propone di passare
subito dal sistema winner takes all al proporzionale: se i “sì” vinceranno, i 9 Grandi Elettori in palio nel Colorado
verrebbero quindi divisi con criterio proporzionale in base ai voti ricevuti.
E’ facile prevedere che, se da questo dovesse dipendere il risultato delle elezioni,
la questione diventerebbe incandescente.
Occhio anche agli avvenimenti degli ultimi giorni. C’è chi paventa un attentato
terroristico e chi sospetta sia imminente una sorpresa tipo la cattura di Osama
bin Laden. Intanto, a spostare più di qualche voto potrebbero contribuire anche
le prese di posizione di alcuni personaggi famosi. In questi giorni la più clamorosa
è venuta da Eminem, che finora si era tenuto fuori dalla politica.
Il
rapper bianco di Detroit ha pubblicato il singolo “Mosh” (“pogare”) con un
video fortemente anti-Bush, che
invita i ragazzi a registrarsi per votare. Dato l’enorme successo del cantante tra
i giovani statunitensi, alcuni prevedono che la sua uscita possa essere molto
più influente di centinaia di spot.