12/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Disoccupazione e criminalità: la dura vita di Sarajevo
scritto per noi da
Francesca Micheletti 
 
Per la maggior parte delle persone che vivono in Europa è difficile immaginare come, con una pensione d’invalidità di 70 euro al mese, si possa mangiare, tirare avanti e mandare un figlio a scuola. Eppure le scuole sono così piene, gli alunni degli istituti scolastici di Sarajevo sono così tanti, che si devono fare i turni, metà al mattino e metà al pomeriggio, per poter andare tutti a scuola.
Il problema più grande della capitale bosniaca è l’economia che stenta a riprendersi, con un tasso di disoccupazione altissimo e la corruzione come regola. Ma il potenziale c’è, e lo dimostrano coloro che non si arrendono e ogni giorno lottano per non emigrare. Come Dzana.

 
dzana
Dzana. Guida e interprete: questa la sua vocazione, vera o di circostanza. Dzana era abituata prima del 1992 ad un tenore di vita medio-alto. Ora è testimone di un passato che non c’è più.  Durante la guerra ha abbandonato la sua casa e si è trasferita a Vicenza con il marito e i suoi due figli. Lì è nato anche Edi, il terzo bambino. Suo marito si è ammalato di tumore cerebrale ed è stato curato in Italia.
La loro casa era semi distrutta, quando sono tornati, ma l’hanno rimessa a posto dignitosamente. Dzana ora è arrabbiata. Credeva nella ricostruzione, ma sostiene che dopo dieci anni si è mosso ben poco. Mersiha, la sua figlia più grande, ha vent’anni, i lineamenti dolci e il fisico longilineo. È stata lei a insistere perché si tornasse, dopo la guerra. Suo fratello Emir, forse più lungimirante, era contrario. Emir ha da poco compiuto 19 anni e fa l’autista-tuttofare per i giornalisti di Hayat, l’emittente televisiva locale. Il lavoro gli piace, nonostante gli orari irregolari e il fatto che dopo due mesi di servizio ancora non ha visto un soldo.  Mersicha vorrebbe andare all’università, ma Dzana le dice ogni giorno che non se lo possono assolutamente permettere.
 
Meglio lavapiatti. Lei conosce bene la situazione: appena tornata, forte della sua conoscenza dell’italiano, faceva da interprete per la Sfor. Per cinque anni ha girato con il personale della Forza di Stabilizzazione, fra campi profughi e popolazione locale in difficoltà.
Guadagnava bene, ma dopo una drastica riduzione del personale è stata licenziata. “Non so come tirare avanti, qui non c’è lavoro, non c’è niente” continua a ripetere Dzana, mentre si meraviglia come in Italia ci siano donne che rifiutano di fare mestieri come la lavapiatti. “A me non mancava niente: a Vicenza lavavo i piatti in un ristorante, arrotondavo facendo le pulizie. Stavamo bene. Mi mangio le mani per essere tornata in questo schifo”.
Uno degli innumerevoli ministeri della Bosnia post-Dayton ha diramato alcuni volantini, che Dzana mostra con disprezzo. Uno di essi recita: “Come scrivere un curriculum vitae”. “Ma non dice dove mandarlo!!!” esclama.
La ditta dove lavora suo marito è stata da poco ceduta e già sui giornali si parla di un esubero di 500 dipendenti. Dzana è preoccupata. Si arrabbia quando vede una macchina con targa diplomatica o più in generale una macchina di lusso. La forbice sociale, a Sarajevo, è spalancata: tra la miseria e la ricchezza c’è un abisso, e pochissime vie di mezzo. Non c’è più quel ceto medio di cui faceva parte anche lei.  
I ricchi sono tipicamente i politici o coloro che hanno fatto fortuna al mercato nero durante l’assedio, quando tutto passava sotto al tunnel dall’aeroporto nel quartiere di Dobrinja. In quegli 800 metri il prezzo della merce decuplicava, e c’è chi ha saputo sfruttare al meglio al situazione.  
 
Caffé a Trieste. Una volta, ricorda Dzana, si andava a Trieste a fare un giro, a bere il caffè, a comprare i vestiti. Ora, con le nuove leggi sui permessi, è impossibile espatriare, e questo alimenta un diffuso senso di frustrazione e di isolamento da parte della popolazione. Tutti vorrebbero andarsene. Le liste d’attesa per chi vuole andare in Italia sono interminabili.  C’è però chi ancora ama il suo paese, e vorrebbe poterci restare. Come i giovani, votati alla costruzione anziché all’autodistruzione. Un esempio recente è stato il festival Revival, tre giorni di musica e ballo al plateau Skenderjia, ex villaggio olimpico. L’iniziativa, partita da un gruppo di studenti danesi e norvegesi, ha riscontrato un buon successo e per un finesettimana la spianata di cemento è stata invasa da giovani in skateboard e musica sparata a tutto volume. I ricavati andranno alla ricostruzione della Dom Madih (casa del giovane), l’ex palazzetto olimpionico annerito dal fumo in cui i ragazzi vogliono ritornare ad incontrarsi.
 
suor liberia, collega di suor admirataIl futuro sono i bambini. L’orfanotrofio Egypta (Egitto) è il più antico di Sarajevo. Fondato nel 1890 e distrutto dalla guerra, è stato inaugurato nuovamente nel 1999. È gestito dalle suore croate Ancelle del Bambin Gesù: caute, oculate, di una precisione un po’ teutoniche. Hanno creato un piccolo gioiello, un’oasi dove i bimbi sono raggruppati in appartamenti da nove, al posto delle famiglie di cui sono stati privati.
I bambini sono puliti, ordinati, le stanze colorate e piene di animali di stoffa, tappeti, di spazi ampi dove giocare e imparare. Sembrano sereni, forse un po’ troppo vivaci, un po’ troppo agitati mentre corrono avanti e indietro e aiutano a scaricare i grossi sacchetti di pasta e farina dal camion degli aiuti umanitari.
“Hanno ferite molto profonde per via di quello che hanno vissuto. Noi qui cerchiamo di rimarginarle”, spiega suor Admirata, vera propria “ammiraglia” delle suore del Bambin Gesù. Molti di questi bambini hanno perso i genitori durante l’assedio, altri sono stati tolti alle famiglie perché queste non erano in grado di provvedere a loro. “Proprio qualche giorno fa è venuto qui un uomo con una ragazza di 15 anni”, racconta la superiora, “erano stati sfrattati. Mi implorava di prendere la figlia con sé, che lui sarebbe andato anche a vivere sotto a un ponte, non gli importava, l’unica cosa che lo preoccupava era l’avvenire della ragazza”.
Suor Admirata sorride talmente tanto che gli occhi sono costantemente semi chiusi, due fessure con gli angoli all’insù. Uno spettacolo, insieme alla sua voce dolce, che non si dimentica facilmente. Dopo la guerra le suore hanno ri-occupato l’orfanotrofio distrutto, immediatamente, per evitare appropriazioni indebite. Tempo qualche anno e l’orfanotrofio è ritornato come prima, anzi meglio di prima. Ora la casa Egitto ha 34 ospiti fissi, fino ai 18 anni, e una quarantina di esterni, che frequentano la struttura solo di giorno.  Le suore hanno esteso le loro opere anche oltre i confini della città. Nella cittadina di Gromiljak, dove c’è un’altra casa di accoglienza, e in quella di Vitez, 70 chilometri a nord di Sarajevo, dove è partito il loro ultimo progetto: una struttura di recupero per i bambini invalidi di guerra. Fulcro della casa di Vitez è il centro fonologico, già parzialmente in funzione, dove si aiuta chi è stato colpito da problemi come afasia, balbuzie, dislessia. Tutte conseguenze di traumi vissuti, fra cui frequente è quello di aver visto violentare la propria madre.

Crisi, ma non per tutti. Insieme alla droga, il traffico di armi è per esempio uno dei motori principali dell’economia sommersa, che è anche l’unica che sembra funzionare. Un kalashnikov al mercato nero costa dai 100 ai 150 euro, poco più della metà rispetto ai tempi di guerra. “Ma è aumentato il prezzo delle pistole”, dicono i più informati, “sono più agili e maneggevoli”. Ci sono poi il riciclaggio di denaro e i sequestri di automobile (900 casi al mese) con pagamento di riscatto (fino a 2 mila euro).
Negli ultimi tempi si è verificato persino il rapimento di un bambino. “Speriamo che non cominci anche qui quel tipo di affari” dice padre Giuseppe che collabora con Sprofondo, un’associazione attiva a Sarajevo da 10 anni. La polizia, ancora sotto addestramento da parte della Eufor, afferma di avere paura, di essere armata poco o niente - solo di recente è stata dotata di manganelli - di finire spesso tra le vittime solo per aver dato una multa alla persona sbagliata. I delinquenti sono invece armati fino ai denti, “e te la possono far pagare perché sanno tutto di te, e ti seguono fino in caserma”, raccontano gli impiegati delle forze dell’ordine.  Un mestiere ingrato, quello del poliziotto, ma accettato di buon grado, considerando lo stipendio di 350 euro al mese e la disoccupazione diffusa e la miseria cui è costretto l’80 per cento della popolazione. Non si contano le persone che frugano nei cassonetti alla ricerca di cibo a Sarajevo. E non sono certo solo gli zingari, molti dei quali in Bosnia sono del tutto integrati nella società e lavorano nelle imprese di pulizie e come tassisti.
 
Spesso il posto di lavoro si compra, pagando il prezzo di un anno di stipendio, soprattutto se serve per avere il passaporto bosniaco. Sorgono nuovi centri commerciali o risorgono vecchie costruzioni come il palazzo dello storico quotidiano Oslobodenje, in cima al quale stanno costruendo un ristorante. Dzana si è informata per sua figlia Mersiha, che cerca lavoro. La risposta è stata una risata: “Ci sono già tantissimi montenegrini che hanno prenotato un posto qui, pagando decine di migliaia di marchi, perché ciò permetterà loro di avere il passaporto”.
Le fabbriche sono state bombardate o hanno chiuso, e faticano a ripartire nonostante si dica che alcune, come la Famos, siano state svendute alle multinazionali. Non mancano le dimostrazioni di autoironia, anche nei cartelloni pubblicitari che ormai sono un po’ ovunque lo specchio della cultura popolare. “Acqua di Sarajevo” si legge sotto all’immagine di un manager che nel proprio ufficio si spara in bocca dell’acqua con una pistola nera. Ironia che all’occhio esterno e sensibilizzato potrebbe apparire atroce. Ma che forse fa parte dell’inat, quel “coraggio orgoglioso” che si attribuiscono gli abitanti di Sarajevo.
Alla fabbrica della birra si vendono le “pivo” in bottiglia con il tappo che ricorda quello delle granate, ad anello da sganciare proprio come le bombe a mano usate durante la guerra. La fabbrica era l’unico punto della città dove l’acqua non ha mai cessato di sgorgare. E davanti alla quale, il 18 giugno ’95, avvenne la “strage della coda dell’acqua”. Una delle tante stragi quotidiane ancora impresse nella la memoria dei luoghi ad alta frequentazione, come anche il Markale (mercato) di via maresciallo Tito, dove i due attentati provocarono quasi cento morti.

il mercato markalaIronia della sorte. Il marito di Haša è uno dei disoccupati della Famos, sminata di recente. Era operaio meccanico, nella sua ditta fabbricavano motori di ogni tipo, dal motorino all’aereo. La fabbrica è proprio sotto alla sua casa a Hrasnica, non lontano dall’imbocco del famoso tunnel per l’aeroporto, a Sarajevo. Nella storia di Haša si incontrano la malasanità e l’ironia della sorte: dopo mille peripezie durante la guerra, con una fuga in Norvegia e un rimpatrio forzato, era riuscita a passare illesa. Ma ora non ha le gambe: una medicina sbagliata, un anticoagulante per la menopausa, le ha procurato due trombosi nel giro di pochi mesi. Haša è robusta, pesante e abita al quinto piano di un palazzo senza ascensore. Non riesce neanche a guardare fuori dalla finestra perché è troppo in alto, ma il suo spirito ancora la sorregge: scherza, ironizza, inveisce contro i ‘banditi’ dell’Onu, della Comunità europea e del governo.
I ‘banditi’ sono tutti i politicanti corrotti e i governatori della regione che mangiano i soldi della comunità internazionale affamando la popolazione con sussidi irrisori e affitti inesistenti. “Dopo la guerra, ognuno si è sistemato come poteva. Quasi tutti si sono visti assegnare alloggi a caso, senza avere in mano documenti”, racconta Haša, “come noi. Questa casa non è nostra, non sappiamo di chi sia, e certo da un momento all’altro potrebbe tornare il suo legittimo proprietario e mandarci via. Non avremmo documenti o prove per smentirlo”. Nelle sue condizioni si stima sia circa il 70 per cento della popolazione, che vive da eterno profugo. La casa di Haša è arredata con alcuni particolari in stile musulmano: l’immagine di un Corano dorato appeso alla parete, alcuni elefantini e statuette, scritte in arabo. Lei si definisce “molto credente”.

Suo marito ride quando lo dice. Per lui la religione è l’ultima delle preoccupazioni e dei pensieri. Sua moglie è bionda, occhi azzurri, niente velo o particolari che ricalchino il tipico abbigliamento delle donne islamiche. Si massaggia continuamente i monconi freschi delle gambe, dice che le fanno male, soprattutto quando cambia il tempo. Haša non ha mai lavorato, non ha quindi diritto alla pensione. Suo marito dice che non può abbandonarla durante il giorno, che non è autosufficiente, e sta cercando di ottenere un sussidio per questo.

Mostra orgoglioso le foto del figlio, un giovane tozzo e robusto, dai riccioli castani. Ha 22 anni. “Lui non fuma, non beve” dice il padre “Sa quattro lingue, è stato nell’esercito, ha fatto le scuole in Norvegia”. Tra le foto di questo giovanotto ritratto nella pratica di vari sport, ce n’è una in cui gioca con una pistola puntandola alla tempia di un amico seduto in terra. Nel contesto la naturalezza del gesto pare eccessiva, la tensione del braccio lievemente torto, la precisione dell’arma puntata alla tempia. L’uomo esce sul balcone, e indica le colline verdeggianti: “Là, serbi, Pum pum”, dice, imitando il gesto di un fucile. Com’è difficile dimenticare.
Categoria: Guerra
Luogo: Bosnia Erzegovina
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