scritto per noi da
Francesca Micheletti
Per la maggior
parte delle persone che vivono in Europa è difficile immaginare come, con una
pensione d’invalidità di 70 euro al mese, si possa mangiare, tirare avanti e
mandare un figlio a scuola. Eppure le scuole sono così piene, gli alunni
degli istituti scolastici di Sarajevo sono così tanti, che si devono fare i turni,
metà al mattino e metà al pomeriggio, per poter andare tutti a scuola.
Il
problema più grande della capitale bosniaca è l’economia che stenta a
riprendersi, con un tasso di disoccupazione altissimo e la corruzione come
regola. Ma il potenziale c’è, e lo dimostrano coloro che non
si arrendono e ogni giorno lottano per non emigrare. Come Dzana.
Dzana. Guida e interprete: questa la sua
vocazione, vera o di circostanza. Dzana era abituata prima del 1992 ad un
tenore di vita medio-alto. Ora è testimone di un passato che non c’è
più. Durante la guerra ha abbandonato la sua casa e si è trasferita a
Vicenza con il marito e i suoi due figli. Lì è nato anche Edi, il terzo bambino.
Suo marito si è ammalato di tumore cerebrale ed è stato curato in Italia.
La
loro casa era semi distrutta, quando sono tornati, ma l’hanno rimessa a posto
dignitosamente. Dzana ora è arrabbiata. Credeva nella ricostruzione, ma
sostiene che dopo dieci anni si è mosso ben poco. Mersiha, la sua figlia più
grande, ha vent’anni, i lineamenti dolci e il fisico longilineo. È stata lei a
insistere perché si tornasse, dopo la guerra. Suo fratello Emir, forse più
lungimirante, era contrario. Emir ha da poco compiuto 19 anni e fa
l’autista-tuttofare per i giornalisti di Hayat,
l’emittente televisiva locale. Il lavoro gli piace, nonostante gli orari
irregolari e il fatto che dopo due mesi di servizio ancora non ha visto un
soldo. Mersicha vorrebbe andare
all’università, ma Dzana le dice ogni giorno che non se lo possono
assolutamente permettere.
Meglio lavapiatti. Lei conosce bene la
situazione: appena tornata, forte della sua conoscenza dell’italiano, faceva da
interprete per la Sfor. Per cinque
anni ha girato con il personale della Forza di Stabilizzazione, fra campi
profughi e popolazione locale in difficoltà.
Guadagnava bene, ma dopo una drastica
riduzione del personale è stata licenziata. “Non so come tirare avanti, qui non
c’è lavoro, non c’è niente” continua a ripetere Dzana, mentre si meraviglia
come in Italia ci siano donne che rifiutano di fare mestieri come la
lavapiatti. “A me non mancava niente: a Vicenza lavavo i piatti in un
ristorante, arrotondavo facendo le pulizie. Stavamo bene. Mi mangio le mani per
essere tornata in questo schifo”.
Uno degli innumerevoli ministeri della
Bosnia post-Dayton ha diramato alcuni volantini, che Dzana mostra con
disprezzo. Uno di essi recita: “Come scrivere un curriculum vitae”. “Ma non
dice dove mandarlo!!!” esclama.
La ditta dove lavora suo marito è stata da poco
ceduta e già sui giornali si parla di un esubero di 500 dipendenti. Dzana è
preoccupata. Si arrabbia quando vede una macchina con targa diplomatica o più
in generale una macchina di lusso. La forbice sociale, a Sarajevo, è
spalancata: tra la miseria e la ricchezza c’è un abisso, e pochissime vie di
mezzo. Non c’è più quel ceto medio di cui faceva parte anche lei.
I ricchi sono tipicamente i politici o coloro che hanno fatto fortuna
al mercato nero durante l’assedio, quando tutto passava sotto al tunnel
dall’aeroporto nel quartiere di Dobrinja. In quegli 800 metri il prezzo della
merce decuplicava, e c’è chi ha saputo sfruttare al meglio al situazione.
Caffé a Trieste. Una volta, ricorda Dzana, si andava a Trieste
a fare un giro, a bere il caffè, a comprare i vestiti. Ora, con le nuove leggi
sui permessi, è impossibile espatriare, e questo alimenta un diffuso senso di
frustrazione e di isolamento da parte della popolazione. Tutti vorrebbero andarsene.
Le liste d’attesa per chi vuole andare in Italia sono interminabili. C’è però chi ancora ama il suo paese, e
vorrebbe poterci restare. Come i giovani, votati alla costruzione anziché
all’autodistruzione. Un esempio recente è stato il festival Revival, tre giorni di musica e ballo al
plateau Skenderjia, ex villaggio
olimpico. L’iniziativa, partita da un gruppo di studenti danesi e norvegesi, ha
riscontrato un buon successo e per un finesettimana la spianata di cemento è
stata invasa da giovani in skateboard e musica sparata a tutto volume. I
ricavati andranno alla ricostruzione della Dom
Madih (casa del giovane), l’ex palazzetto olimpionico annerito dal fumo in
cui i ragazzi vogliono ritornare ad incontrarsi.
Il futuro sono i bambini. L’orfanotrofio Egypta (Egitto) è il più antico di Sarajevo. Fondato nel 1890 e
distrutto dalla guerra, è stato inaugurato nuovamente nel 1999. È gestito dalle
suore croate Ancelle del Bambin Gesù: caute, oculate, di una precisione un po’
teutoniche. Hanno creato un piccolo gioiello, un’oasi dove i bimbi sono
raggruppati in appartamenti da nove, al posto delle famiglie di cui sono stati
privati.
I bambini sono
puliti, ordinati, le stanze colorate e piene di animali di stoffa, tappeti, di
spazi ampi dove giocare e imparare. Sembrano sereni, forse un po’ troppo
vivaci, un po’ troppo agitati mentre corrono avanti e indietro e aiutano a
scaricare i grossi sacchetti di pasta e farina dal camion degli aiuti
umanitari.
“Hanno ferite molto
profonde per via di quello che hanno vissuto. Noi qui cerchiamo di
rimarginarle”, spiega suor Admirata, vera propria “ammiraglia” delle suore del
Bambin Gesù. Molti di questi bambini hanno perso i genitori durante l’assedio,
altri sono stati tolti alle famiglie perché queste non erano in grado di
provvedere a loro. “Proprio qualche giorno fa è venuto qui un uomo con una
ragazza di 15 anni”, racconta la superiora, “erano stati sfrattati. Mi
implorava di prendere la figlia con sé, che lui sarebbe andato anche a vivere
sotto a un ponte, non gli importava, l’unica cosa che lo preoccupava era
l’avvenire della ragazza”.
Suor Admirata sorride
talmente tanto che gli occhi sono costantemente semi chiusi, due fessure con
gli angoli all’insù. Uno spettacolo, insieme alla sua voce dolce, che non si
dimentica facilmente. Dopo la guerra le suore hanno ri-occupato l’orfanotrofio
distrutto, immediatamente, per evitare appropriazioni indebite. Tempo qualche
anno e l’orfanotrofio è ritornato come prima, anzi meglio di prima. Ora la casa
Egitto ha 34 ospiti fissi, fino ai 18 anni, e una quarantina di esterni, che
frequentano la struttura solo di giorno. Le suore hanno esteso le loro opere anche
oltre i confini della città. Nella cittadina di Gromiljak, dove c’è un’altra
casa di accoglienza, e in quella di Vitez, 70 chilometri a nord di Sarajevo, dove
è partito il loro ultimo progetto: una struttura di recupero per i bambini
invalidi di guerra. Fulcro della casa di Vitez è il centro fonologico, già
parzialmente in funzione, dove si aiuta chi è stato colpito da problemi come
afasia, balbuzie, dislessia. Tutte conseguenze di traumi vissuti, fra cui
frequente è quello di aver visto violentare la propria madre.
Crisi, ma non per tutti. Insieme alla droga, il traffico di armi è
per esempio uno dei motori principali dell’economia sommersa, che è anche
l’unica che sembra funzionare. Un kalashnikov al mercato nero costa dai 100 ai
150 euro, poco più della metà rispetto ai tempi di guerra. “Ma è aumentato il
prezzo delle pistole”, dicono i più informati, “sono più agili e maneggevoli”.
Ci sono poi il riciclaggio di denaro e i sequestri di automobile (900 casi al
mese) con pagamento di riscatto (fino a 2 mila euro).
Negli ultimi tempi si è
verificato persino il rapimento di un bambino. “Speriamo che non cominci anche
qui quel tipo di affari” dice padre Giuseppe che collabora con Sprofondo,
un’associazione attiva a Sarajevo da 10 anni. La polizia, ancora sotto addestramento
da parte della Eufor, afferma di avere paura, di essere armata poco o niente -
solo di recente è stata dotata di manganelli - di finire spesso tra le vittime
solo
per aver dato una multa alla persona sbagliata. I delinquenti sono invece
armati fino ai denti, “e te la possono far pagare perché sanno tutto di te, e
ti seguono fino in caserma”, raccontano gli impiegati delle forze
dell’ordine. Un mestiere ingrato, quello del poliziotto, ma accettato di buon
grado, considerando lo stipendio di 350 euro al mese e la disoccupazione
diffusa e la miseria cui è costretto l’80 per cento della popolazione. Non si
contano le persone che frugano nei cassonetti alla ricerca di cibo a Sarajevo.
E non sono certo solo gli zingari, molti dei quali in Bosnia sono del tutto integrati
nella società e lavorano nelle imprese di pulizie e come tassisti.
Spesso il posto di lavoro
si compra, pagando il prezzo di un anno di stipendio, soprattutto se serve per
avere il passaporto bosniaco. Sorgono nuovi centri commerciali o risorgono vecchie
costruzioni come il palazzo dello storico quotidiano Oslobodenje, in cima al quale stanno costruendo un ristorante.
Dzana si è informata per sua figlia Mersiha, che cerca lavoro. La risposta è
stata una risata: “Ci sono già tantissimi montenegrini che hanno prenotato un
posto qui, pagando decine di migliaia di marchi, perché ciò permetterà loro di
avere il passaporto”.
Le fabbriche sono state
bombardate o hanno chiuso, e faticano a ripartire nonostante si dica che
alcune, come la Famos, siano state
svendute alle multinazionali. Non mancano le dimostrazioni di autoironia, anche
nei cartelloni pubblicitari che ormai sono un po’ ovunque lo specchio della
cultura popolare. “Acqua di Sarajevo” si legge sotto all’immagine di un manager
che nel proprio ufficio si spara in bocca dell’acqua con una pistola nera.
Ironia che all’occhio esterno e sensibilizzato potrebbe apparire atroce. Ma che
forse fa parte dell’inat, quel “coraggio orgoglioso” che si
attribuiscono gli abitanti di Sarajevo.
Alla fabbrica della birra
si vendono le “pivo” in bottiglia con il tappo che ricorda quello delle
granate, ad anello da sganciare proprio come le bombe a mano usate durante la
guerra. La fabbrica era l’unico punto della città dove l’acqua non ha mai
cessato di sgorgare. E davanti alla quale, il 18 giugno ’95, avvenne la “strage
della coda dell’acqua”. Una delle tante stragi quotidiane ancora impresse nella
la memoria dei luoghi ad alta frequentazione, come anche il Markale (mercato)
di via maresciallo Tito, dove i due attentati provocarono quasi cento morti.
Ironia della sorte. Il marito di Haša è uno dei disoccupati della Famos, sminata di recente. Era operaio
meccanico, nella sua ditta fabbricavano motori di ogni tipo, dal motorino
all’aereo. La fabbrica è proprio sotto alla sua casa a Hrasnica, non lontano
dall’imbocco del famoso tunnel per l’aeroporto, a Sarajevo. Nella storia di
Haša si incontrano la malasanità e l’ironia della sorte: dopo mille peripezie
durante la guerra, con una fuga in Norvegia e un rimpatrio forzato, era
riuscita a passare illesa. Ma ora non ha le gambe: una medicina sbagliata, un
anticoagulante per la menopausa, le ha procurato due trombosi nel giro di pochi
mesi. Haša è robusta, pesante e abita al quinto piano di un palazzo senza
ascensore. Non riesce neanche a guardare fuori dalla finestra perché è troppo
in alto, ma il suo spirito ancora la sorregge: scherza, ironizza, inveisce
contro i ‘banditi’ dell’Onu, della Comunità europea e del governo.
I ‘banditi’ sono tutti i
politicanti corrotti e i governatori della regione che mangiano i soldi della
comunità internazionale affamando la popolazione con sussidi irrisori e affitti
inesistenti. “Dopo la guerra, ognuno si è sistemato come poteva. Quasi tutti si
sono visti assegnare alloggi a caso, senza avere in mano documenti”, racconta
Haša, “come noi. Questa casa non è nostra, non sappiamo di chi sia, e certo da
un momento all’altro potrebbe tornare il suo legittimo proprietario e mandarci
via. Non avremmo documenti o prove per smentirlo”. Nelle sue condizioni si
stima sia circa il 70 per cento della popolazione, che vive da eterno profugo.
La casa di Haša è arredata con alcuni particolari in stile musulmano:
l’immagine di un Corano dorato appeso alla parete, alcuni elefantini e
statuette, scritte in arabo. Lei si definisce “molto credente”.
Suo marito ride quando lo
dice. Per lui la religione è l’ultima delle preoccupazioni e dei pensieri. Sua
moglie è bionda, occhi azzurri, niente velo o particolari che ricalchino il
tipico abbigliamento delle donne islamiche. Si massaggia continuamente i
monconi freschi delle gambe, dice che le fanno male, soprattutto quando cambia
il tempo. Haša non ha mai lavorato, non ha quindi diritto alla pensione. Suo
marito dice che non può abbandonarla durante il giorno, che non è
autosufficiente, e sta cercando di ottenere un sussidio per questo.
Mostra orgoglioso le foto del
figlio, un giovane tozzo e robusto, dai riccioli castani. Ha 22 anni. “Lui non
fuma, non beve” dice il padre “Sa quattro lingue, è stato nell’esercito, ha
fatto le scuole in Norvegia”. Tra le foto di questo giovanotto ritratto nella
pratica di vari sport, ce n’è una in cui gioca con una pistola puntandola alla
tempia di un amico seduto in terra. Nel contesto la naturalezza del gesto pare
eccessiva, la tensione del braccio lievemente torto, la precisione dell’arma
puntata alla tempia. L’uomo esce sul balcone, e indica le colline verdeggianti:
“Là, serbi, Pum pum”, dice, imitando il gesto di un fucile. Com’è difficile
dimenticare.