21/04/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Colonnello stringe la morsa mentre la città è al collasso. Al fronte intervista il compito di liberarla, sempre che interessi farlo

Si sono avvicinati troppo alla linea del fronte, i due fotoreporter uccisi mercoledì dallo scoppio di una granata. Tim Hetherington e Chris Hondros erano grandi professionisti, tra i migliori nel loro campo, ma tutta l'esperienza maturata nei tanti teatri di guerra in cui i due erano stati per lavoro, a Misurata è servita a poco. Troppo grande la tentazione di capire e documentare l'assedio che verrà ricordato come uno degli episodi chiave di questa guerra libica e del quale, tuttavia, si sa poco. La forze rimaste fedeli a Muhammar Gheddafi e soprattutto i mercenari che lo sono diventati a suon di dollari, cercano di prenderla ormai da un mese e mezzo. Oltre quaranta giorni di uno strangolamento che finora, secondo fonti dell'ospedale cittadino, ha fatto un migliaio di morti e tremila feriti, vittime dei proiettili dei cecchini che le truppe gheddafiane sono riuscite a far penetrare, dei razzi Bm-21, meglio noti come Grad e delle bombe a grappolo, che in linea teorica sarebbero vietate da precise convenzioni internazionali. All'interno della città, la terza più importante del Paese, tra le trecento e le cinquecentomila persone sono letteralmente in trappola, visto che esercito e milizie controllano le tre vie d'accesso di terra. Ai ribelli, male armati e inesperti, resta solo la zona del porto, dal quale arrivano col contagocce navi di aiuti, principalmente cibo e medicine, e anche qualche carico d'armi da Bengasi. E il porto è anche il simbolo dell'agonia di una città, dove mancano acqua ed elettricità e si va avanti con i generatori elettrici.

Lì si sono ammassati migliaia di disperati che stanno cercando di lasciare la Libia, principalmente lavoratori dell'Africa subsahariana ma non solo. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni ha organizzato tre viaggi in pochi giorni per portarne in salvo una parte; giovedì mattina è partita l'ultima nave con un carico di circa mille sfollati. Che da Misurata potrebbe arrivare una svolta nella gestione del conflitto libico, lo si è capito mercoledì quando Francia e Italia hanno rivelato il prossimo invio di piccoli team composti da personale militare in aiuto ai ribelli. Non è ben chiaro se avranno compiti di consulenza o, come pare più probabile, di addestramento ma è certo che rispetto alla fase dei soli attacchi aerei, si tratta di un passo verso un intervento militare di ben altra entità. Lo ha capito subito il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che ha espresso la contrarietà di Mosca: "Noi riteniamo che operazioni del genere siano estremamente rischiose e dalle conseguenze imprevedibili. Ci sono stati altri casi cominciati con l'invio di istruttori militari e che si sono trascinati per anni con la morte di centinaia di migliaia di persone". Un no secco, quindi, ad eventuali operazioni di terra, ribadito a stretto giro anche dalla grande assente della crisi libica, l'Unione Africana e dalle Nazioni Unite, che hanno già rifiutato un'offerta di truppe di terra fatta dall'Unione Europea. "Il nostro obiettivo è quello di far sì che i nostri aiuti siano offerti con imparzialità", ha detto la responsabile degli interventi umanitari dell'Onu, Valerie Amos. Quindi, no grazie. Per gli analisti esperti di questioni strategiche, però, per la Nato, che ha il comando delle operazioni, non c'è altra opzione che l'escalation militare, con l'impiego di elicotteri da combattimento, operazioni di terra e l'impiego della flotta navale.

La situazione è talmente drammatica che è ora che le potenze intervenute nella crisi mettano sul tavolo una strategia chiara, sulla cui esistenza è lecito sospettare. La Francia ha irrobustito la qualità della sua partecipazione, aumentando il numero delle missioni giornaliere dei suoi caccia, passate da 30 a 41 nel giro di pochi giorni. Ma tutti sanno che una guerra non si vince con la sola aviazione. La Nato lo conferma. Martedì, il generale di brigata Mark Van Uhm ha spiegato che "c'é un limite a quello che si può ottenere con le forze aeree per fermare i combattimenti in una città. Noi ci muoviamo con molta cautela per evitare vittime civili". L'Alleanza ha distrutto una quarantina di tank di Gheddafi, troppo poco per fermare i miliziani che possono contare su armi a lunga gittata. D'altro canto, gli strateghi del Colonnello sono stati tanto accorti da evitare di concentrare troppi soldati così da esporli alle bombe dell'Alleanza. Si muovono con una certa fluidità, lungo il perimetro esterno e in centro, tra Tripoli street e Naki el-Thequeel, la strada che conduce al porto. Se al Colonnello riuscirà di prenderlo, Misurata cadrà in un secondo e con lei anche gli altri centri della parte occidentale del Paese in mano ai ribelli, come Nalut, Yifrayn e Zintan. A quel punto avverrà quella partizione tra est e ovest della Libia che all'Alleanza risolverà due problemi in un colpo solo: eviterà che l'Occidente si debba sporcare le mani con eventuali liquidazioni, esilii e processi a Gheddafi e toglierà a quest'ultimo l'aura del martire, oltre che un bel pò di pozzi petroliferi. Il sospetto che gli occidentali abbiano già deciso per la partizione, i ribelli ce l'hanno. Si sentono traditi e, impotenti, covano risentimento.

 

Alberto Tundo

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