08/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I civili feriti non si contano. E spesso non sono neanche curati
Jonathan Finer e Omar Fekeiki, corrispondenti in Iraq per il Washington Post hanno recentemente affrontato in un articolo, pubblicato dal quotidiano statunitense, il problema dei feriti iracheni e della mancanza di strutture atte a curarli.
L’esercito americano, sostengono gli autori, tiene un conteggio rigoroso delle uccisioni e dei ferimenti di propri soldati dall’inizio dell’occupazione irachena: rispettivamente 12762 feriti e 1658 morti.
I feriti iracheni, invece, non vengono conteggiati.
  Degente iracheno in riabilitazione
I dati mancanti. A due anni dall’invasione del Paese, ancora non esistono statistiche al riguardo e le storie delle vittime civili solo raramente hanno trovato spazio nei media.
Mentre gli attacchi si susseguono a un ritmo insostenibile, gli studi sul campo si limitano a conteggiare le vittime di cui si parla sui lanci di agenzia. Risulta così che i morti tra i civili iracheni sono stati 21940, ma le stime che ipotizzano il numero reale delle vittime, anche quelle di cui la stampa non ha dato alcuna notizia sono molto maggiori: in ottobre ad esempio, una ricerca di the Lancet parlava di oltre centomila vittime. “È molto complicato fornire cifre anche grossolanamente - spiega Mazin Abdullah Salloum della Mezzaluna Rossa - perché il ministero della Salute, per ragioni in parte politiche e in parte sconosciute, non fornisce quei numeri. Non ci aiutano a mostrare come stanno le cose”.
Mercoledì scorso però, il ministero della Salute iracheno ha per la prima volta divulgato alcuni dati riguardanti i feriti civili iracheni negli ultimi due mesi. Anche in questo caso non è possibile stabilire se si tratta di stime o di conteggi, ma sono in ogni caso numeri che danno la misura di come il caos, nell’Iraq del dopo invasione, sia tutt’altro che in via di contenimento.
Secondo il ministero nel mese di aprile 2005 sono stati 598 i civili rimasti feriti in occasione di attacchi della guerriglia o da parte di soldati della Coalizione, mentre in maggio il bilancio è stato di 775 feriti.
 
Enzo Baldoni, l'amico Mohamed e le sue protesiLe scorte esaurite. Gli autori dell'articolo del Washington Post hanno visitato un ospedale a nord di Baghdad, il Rehabilitation and Rheumatological Center, che prima dell’invasione ospitava soprattutto malati di polio, diabete e altre malattie vascolari. “Oggi – racconta Emad Khudair, il direttore del centro - oltre due terzi dei degenti sono ricoverati in seguito a traumi”. Sul retro dell’ospedale c’è oggi un laboratorio in cui una quarantina di tecnici si occupano di fabbricare protesi di arti in alluminio, plastica e propilene, ma anche mani e piedi di varie misure, ginocchia e gomiti di titanio. Il laboratorio è stato creato perché negli ultimi due anni le importazioni di protesi mediche da Francia e Germania non sono state possibili.
Tamir Aziz, il medico che sovrintende alla produzione delle protesi, spiega che “La maggior parte delle nostre attrezzature sono state saccheggiate durante l’invasione, dunque dobbiamo arrangiarci con quello che c’è. Anche perché abbiamo pagine e pagine di persone in lista d’attesa per ricevere una protesi, almeno per cinque mesi”.
Altri medici della struttura hanno citato, per la mancanza di forniture, una disputa finanziaria con le compagnie fornitrici, mentre altri hanno incolpato la corruzione del nuovo governo, ma in ogni caso, il ritiro dall’Iraq di molte delle organizzazioni umanitarie e mediche ha reso ancora più complesso l’accesso alle strumentazioni mediche.
 
Quali che siano le reali cause delle difficoltà di fornitura, la preoccupazione dei medici in questi giorni è motivata: con una media di cinque amputazioni di arti al giorno le scorte finiranno in un paio di mesi e poi saranno costretti a chiudere il reparto di protesi.
“Di fronte a un paziente ferito da un’arma da fuoco o da una bomba - racconta Emad Khudair - mi chiedo continuamente come sarebbe se fosse successo a me. Dove potrei rivolgermi se avessi perso un arto e l’ospedale non potesse aiutarmi? È una situazione molto dolorosa, i nostri pazienti hanno bisogno di aiuto e io non voglio chiudere il laboratorio, ma cos’altro potrei fare?”  

Naoki Tomasini

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