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Secondo quanto riferisce all'Afp Philip Aguer, portavoce dell'Esercito popolare di liberazione del Sud Sudan (Spla), almeno 31 persone sarebbero rimaste uccise ieri nello Stato petrolifero dell'Unità in seguito ai combattimenti tra forze armate e gruppi di ribelli. Gli scontri sarebbero stati scatenati da miliziani fedeli a Peter Gadet, ex ufficiale dello Spla ora oppositore del governo, affiancati dalla tribù araba dei Misseriya.
"I rivoltosi hanno attaccato la zona di Boang, dove era di stanza una compagnia di 100 uomini, e raso al suolo un villaggio della contea di Mayom", ha affermato Aguer, aggiungendo che rinforzi sono stati inviati sul posto per dare la caccia ai ribelli, uccidendone 62. Altri due civili sarebbero invece stati colpiti dall'esplosione di una mina.
Non si arrestano dunque le violenze in Sudan, nonostante la fine della guerra civile e i risultati del tanto atteso referendum dello scorso gennaio, in cui il Sud ha scelto l'indipendenza dal governo di Karthum, da proclamarsi ufficialmente a luglio. I giacimenti di petrolio restano la vera posta in gioco della contesa che, secondo l'Onu, avrebbe già causato più di 800 morti solo quest'anno.
Le autorità del Sud Sudan continuano ad accusare il governo nazionale di fomentare elementi rivoltosi, mentre gli esperti lanciano l'allarme:"Se la situazione deteriora pericolo destabilizzazione per l'intera regione", chiamando in causa Paesi vicini come Kenya, Uganda ed Etiopia.