In
Nepal dopo il primo febbraio, quando il re Gyanendra ha preso il potere
assoluto, si è innescata una spirale di violenza in cui sono caduti oltre a
decine di ribelli e soldati, anche diversi civili. Lunedì l’ultimo tragico
atto: almeno 38 persone sono morte e altre 70 sono rimaste ferite per un
attentato dinamitardo contro un autobus nel distretto di Chitwan, a soli 180
chilometri dalla capitale Kathmandu. Tra le vittime molti bambini, donne e uomini
dei villaggi che si recavano al mercato o al lavoro lungo il tragitto
Madi-Narayangadh. I guerriglieri maoisti, che dal 1996 combattono contro l’Esercito
reale nepalese (Rna) per instaurare una repubblica comunista, hanno ammesso di
aver sferrato l’attacco e di aver commesso un tragico errore, dato che volevano
colpire
un mezzo militare.
In
nove anni di guerra entrambe le parti hanno rivaleggiato in abusi, denunciati
da
molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Ma la situazione è
peggiorata negli ultimi mesi e lo dimostra la testimonianza di Barbara
Monachesi, cooperante di una Ong locale e collaboratrice di Amnesty
International: “Dopo il primo febbraio nel
distretto di Kapilbastu un gruppo di persone ha attaccato 21 villaggi,
bruciando centinaia di case, uccidendo decine di persone e commettendo stupri
di gruppo. Secondo i rapporti raggiunti da quelle zone sembra che questi
squadroni punitivi siano stati organizzati e addestrati dall’esercito”. Al
momento nel piccolo regno himalayano, lo stato d’emergenza è stato tolto, ma
restano negati i diritti fondamentali. La stampa è sottoposta a censura e sono
vietate riunioni e manifestazioni. Ecco il racconto della Monachesi.
Che
atmosfera si respira oggi a Kathmandu?
Se non
fosse per i numerosissimi cartelloni inneggianti alla democrazia e al rispetto
dei diritti umani (che sembrano moltiplicarsi in giro per la città un giorno
dopo l’altro), sarebbe difficile accorgersi che qualcosa è cambiato dal primo
febbraio scorso. Ricordo perfettamente quel giorno quando, verso le dieci del
mattino, l’intera città si è fermata per ascoltare il discorso di re Gyanendra
in cui accusava i leader politici di essere la vera causa dei mali del Paese e
annunciava la fine della democrazia e l’inizio dello stato di emergenza.
Come
ha reagito la popolazione?
La
persone si sono riversate per le strade. Chi diretto in banca (dove dal giorno
successivo sarebbe stato impossibile ritirare piú di una somma prefissata), chi
a far provviste (si temeva un blocco totale delle provvigioni) e chi da parenti
e amici per discutere del cambiamento. Da allora si cerca di non ammassarsi sui
marciapiedi e di non incontrarsi in gruppi numerosi poiché è vietato riunirsi
in assemblee. A tutte le testate giornalistiche, inoltre, è stata distribuita
una lista che indica le modalitá con cui le informazioni possono essere
diffuse. Altre redazioni, come quella del Kathmandu Post, sono state
fisicamente piantonate da militari per diversi giorni.
In
queste settimane migliaia di persone hanno avuto comunque il coraggio di
protestare contro il colpo di mano del sovrano…
Mi è
capitato spesso di imbattermi in cortei organizzati per le strette vie di
Kathmandu e di veder arrivare immediatamente le camionette colme di militari
armati di bastoni e fucili. Gli arresti si susseguono senza sosta. Attivisti
per i diritti umani, avvocati, giornalisti, leader politici e studenteschi sono
i target privilegiati. Nonostante la fine dello stato d’emergenza, la persona
scomoda, perché sospetta di aver contatti con i ribelli maoisti o perché
contraria alla politica reale, è arrestata e portata in luoghi di detenzione
sparsi nella capitale. Non si tratta di vere galere, bensì di luoghi di “custodia”,
una sorta di limbo in cui si può attendere anche anni prima di essere
processati.
Dopo il primo febbraio, inoltre, nel distretto di
Kapilbastu un gruppo di persone ha attaccato 21 villaggi, bruciando centinaia
di case, uccidendo decine di persone e commettendo stupri di gruppo. Secondo i
rapporti raggiunti da quelle zone sembra che questi squadroni punitivi siano
stati organizzati e addestrati dall’esercito. Il sovrano, tuttavia, interrogato
sull’accaduto, ha sottolineato la totale mancanza di responsabilità da parte
del governo.
Re
Gyanendra ha imposto limitazioni anche alla stampa e alle ong straniere?
Il re
preferisce mantenere il mondo il più possibile all’oscuro di ciò che avviene in
Nepal perché sa che la comunità internazionale non potrebbe mai accettare la
repressione dei diritti umani finora condotta dai militari. Le fasce più deboli
sono quelle che più risentono della situazione. Di recente la polizia, ormai
libera di muoversi senza scrupoli, ha preso di mira due categorie: i bambini di
strada e gli omosessuali. Entrambi sono stati picchiati e arrestati dalle forze
dell’ordine senza che vi fosse una ragione precisa e senza che, anche quando la
cosa è stata denunciata, fossero ordinate sanzioni o quantomeno fatte
ammissioni da parte dei colpevoli.
Adesso
i riflettori mediatici sono puntati sul Medio Oriente. Perchè del Nepal si sa
così poco?
Il Nepal non interessa all’Occidente.
Non vi sono materie prime per le quali valga la pena muoversi e altre ragioni
strategiche.
Siamo
di fronte a un’altra crisi umanitaria ignorata?
La
guerra ha peggiorato condizioni di vita già estremamente dure, dovute a un
territorio montuoso dove è difficile coltivare e muoversi. Tantissime persone
hanno perso quel poco che avevano e ora si riversano nella capitale in cerca di
lavoro. Tutti i nepalesi che ho incontrato avevano amici, parenti o vicini di
casa tra le vittime della guerra. L’Occidente, che finora ha guardato il Nepal
come la culla dell’alpinismo e delle vacanze economiche, prima o poi deve
cambiare il punto di vista.
Luca Ferrari