08/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Tra guerriglia maoista e feroce repressione del governo, i nepalesi allo stremo
  vittime dell'autobus
In Nepal dopo il primo febbraio, quando il re Gyanendra ha preso il potere assoluto, si è innescata una spirale di violenza in cui sono caduti oltre a decine di ribelli e soldati, anche diversi civili. Lunedì l’ultimo tragico atto: almeno 38 persone sono morte e altre 70 sono rimaste ferite per un attentato dinamitardo contro un autobus nel distretto di Chitwan, a soli 180 chilometri dalla capitale Kathmandu. Tra le vittime molti bambini, donne e uomini dei villaggi che si recavano al mercato o al lavoro lungo il tragitto Madi-Narayangadh. I guerriglieri maoisti, che dal 1996 combattono contro l’Esercito reale nepalese (Rna) per instaurare una repubblica comunista, hanno ammesso di aver sferrato l’attacco e di aver commesso un tragico errore, dato che volevano colpire un mezzo militare.
In nove anni di guerra entrambe le parti hanno rivaleggiato in abusi, denunciati da molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Ma la situazione è peggiorata negli ultimi mesi e lo dimostra la testimonianza di Barbara Monachesi, cooperante di una Ong locale e collaboratrice di Amnesty International: “Dopo il primo febbraio nel distretto di Kapilbastu un gruppo di persone ha attaccato 21 villaggi, bruciando centinaia di case, uccidendo decine di persone e commettendo stupri di gruppo. Secondo i rapporti raggiunti da quelle zone sembra che questi squadroni punitivi siano stati organizzati e addestrati dall’esercito”. Al momento nel piccolo regno himalayano, lo stato d’emergenza è stato tolto, ma restano negati i diritti fondamentali. La stampa è sottoposta a censura e sono vietate riunioni e manifestazioni. Ecco il racconto della Monachesi.
 
Che atmosfera si respira oggi a Kathmandu?
Se non fosse per i numerosissimi cartelloni inneggianti alla democrazia e al rispetto dei diritti umani (che sembrano moltiplicarsi in giro per la città un giorno dopo l’altro), sarebbe difficile accorgersi che qualcosa è cambiato dal primo febbraio scorso. Ricordo perfettamente quel giorno quando, verso le dieci del mattino, l’intera città si è fermata per ascoltare il discorso di re Gyanendra in cui accusava i leader politici di essere la vera causa dei mali del Paese e annunciava la fine della democrazia e l’inizio dello stato di emergenza.
 
Come ha reagito la popolazione?
La persone si sono riversate per le strade. Chi diretto in banca (dove dal giorno successivo sarebbe stato impossibile ritirare piú di una somma prefissata), chi a far provviste (si temeva un blocco totale delle provvigioni) e chi da parenti e amici per discutere del cambiamento. Da allora si cerca di non ammassarsi sui marciapiedi e di non incontrarsi in gruppi numerosi poiché è vietato riunirsi in assemblee. A tutte le testate giornalistiche, inoltre, è stata distribuita una lista che indica le modalitá con cui le informazioni possono essere diffuse. Altre redazioni, come quella del Kathmandu Post, sono state fisicamente piantonate da militari per diversi giorni.
 
Soldati dell'RnaIn queste settimane migliaia di persone hanno avuto comunque il coraggio di protestare contro il colpo di mano del sovrano…
Mi è capitato spesso di imbattermi in cortei organizzati per le strette vie di Kathmandu e di veder arrivare immediatamente le camionette colme di militari armati di bastoni e fucili. Gli arresti si susseguono senza sosta. Attivisti per i diritti umani, avvocati, giornalisti, leader politici e studenteschi sono i target privilegiati. Nonostante la fine dello stato d’emergenza, la persona scomoda, perché sospetta di aver contatti con i ribelli maoisti o perché contraria alla politica reale, è arrestata e portata in luoghi di detenzione sparsi nella capitale. Non si tratta di vere galere, bensì di luoghi di “custodia”, una sorta di limbo in cui si può attendere anche anni prima di essere processati.
Dopo il primo febbraio, inoltre, nel distretto di Kapilbastu un gruppo di persone ha attaccato 21 villaggi, bruciando centinaia di case, uccidendo decine di persone e commettendo stupri di gruppo. Secondo i rapporti raggiunti da quelle zone sembra che questi squadroni punitivi siano stati organizzati e addestrati dall’esercito. Il sovrano, tuttavia, interrogato sull’accaduto, ha sottolineato la totale mancanza di responsabilità da parte del governo.
 
Re Gyanendra ha imposto limitazioni anche alla stampa e alle ong straniere?
Il re preferisce mantenere il mondo il più possibile all’oscuro di ciò che avviene in Nepal perché sa che la comunità internazionale non potrebbe mai accettare la repressione dei diritti umani finora condotta dai militari. Le fasce più deboli sono quelle che più risentono della situazione. Di recente la polizia, ormai libera di muoversi senza scrupoli, ha preso di mira due categorie: i bambini di strada e gli omosessuali. Entrambi sono stati picchiati e arrestati dalle forze dell’ordine senza che vi fosse una ragione precisa e senza che, anche quando la cosa è stata denunciata, fossero ordinate sanzioni o quantomeno fatte ammissioni da parte dei colpevoli.
 
Adesso i riflettori mediatici sono puntati sul Medio Oriente. Perchè del Nepal si sa così poco?
Il Nepal non interessa all’Occidente. Non vi sono materie prime per le quali valga la pena muoversi e altre ragioni strategiche.
 
Siamo di fronte a un’altra crisi umanitaria ignorata?
La guerra ha peggiorato condizioni di vita già estremamente dure, dovute a un territorio montuoso dove è difficile coltivare e muoversi. Tantissime persone hanno perso quel poco che avevano e ora si riversano nella capitale in cerca di lavoro. Tutti i nepalesi che ho incontrato avevano amici, parenti o vicini di casa tra le vittime della guerra. L’Occidente, che finora ha guardato il Nepal come la culla dell’alpinismo e delle vacanze economiche, prima o poi deve cambiare il punto di vista.

Luca Ferrari
  
 
 
Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Nepal
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