La voce degli Huaorani. “Rappresento le donne Huaorani organizzate in 32 comunità della selva amazzonica
dell’Ecuador", ha spiegato Alicia Cahuya. "Siamo un popolo di 2.500 persone e
viviamo nel nostro territorio ancestrale che si estende per 672.000 ettari. Nei
nostri boschi ci consideriamo ricchi. Abbiamo cibo, medicine e tutto quello di
cui abbiamo bisogno per vivere bene e con dignità. Prima di entrare in contatto
con la cosiddetta civilizzazione non conoscevamo la povertà. Poi tutto è cambiato. Da quando i nostri territori
vengono invasi dalle compagnie petrolifere e del legname, i nostri boschi sono
distrutti e l’acqua scarseggia. Il nostro cibo si sta contaminando, i nostri figli
si ammalano, le imprese rubano le nostre risorse e noi soffriamo di stenti".
"Le compagnie petrolifere Petrobras (Brasile), Repsol (Spagna), Texaco (Usa),
Encana, Agip (Italia) - continua Alicia Cahuya - possiedono concessioni per esplorare
e sfruttare petrolio
proprio nel nostro territorio, dove entrano con i missionari e i militari, mettendo
in pericolo la vita di tutti gli Huaorani e del bosco che ci dà vita".
Minacce incombenti. "Pochi anni fa è toccato al popolo indigeno Tagaeri - dice ancora Alicia Cahuya
- che è stato letteralmente
sterminato dalla compagnia Chevron-Texaco. Adesso siamo noi a correre lo stesso
rischio, assieme ai Taromenani, anche loro popolo deciso a non arrendersi e convinto
a rimanere nel bosco senza contatto con i bianchi.
La settimana scorsa, la compagnia brasiliana Petrobras ha iniziato a costruire
una strada nel Parco Nazionale Yasuni, anch’esso parte del nostro territorio.
Ecco,
questa strada è una minaccia non solo per noi, ma anche per i fratelli Taromenani,
che hanno pieno diritto di continuare a vivere in armonia con la Madre Terra,
curando gli animali della selva, preservando la loro libertà di movimento senza
essere disturbati da nessuno.
La selva è sacra. "Per questo
pretendiamo seri controlli dei contratti di sfruttamento ed
esplorazione in mano alle multinazionali. Molto spesso si sono rivelati
incostituzionali. Chiediamo che disponga il blocco immediato di queste
azioni, che si organizzi una visita del Relatore Speciale Onu dei
Diritti Indigeni, che si obblighi il governo ecuadoriano a rispettare
tutte le convenzioni internazionali sottoscritte, che si appoggi il
Popolo Huaorani nell'ottenere la riparazione ambientale e sociale per i
danni causati dalla compagnia Texano, e infine che si stabilisca una
moratoria dell’esplorazione e sfruttamento del petrolio per la durata
di dieci anni nei territori indigeni, in modo da assicurare il rispetto
del nostro diritto all'auto-determinazione.”
Gli interessi italiani. Sul banco degli imputati per le devastazioni sociali e ambientali dell’Amazzonia
e dei popoli della regione Andina siede anche l’impresa italiana Eni/Agip.
Fin dal settembre 2001 è coinvolta in un megaprogetto in Ecuador per la costruzione
dell’Oleodotto de Crudos Pesados (Ocp), il quale si snoda lungo aree naturali estremamente fragili, ad alto rischio
vulcanico, idrogeologico e sismico, che ha messo a rischio la vita di tutte le
popolazioni locali. Non solo. L'Ocp ha anche ampliato le zone investite dall'estrazione
petrolifera, coinvolgendo aree di foresta primaria amazzonica finora intatte e
abitate anche da popolazioni indigene.
Tale progetto - al finanziamento del quale la Banca Nazionale del Lavoro (Bnl)
partecipa come intermediaria di un prestito di 900 milioni di dollari concesso
al Consorzio OCP nel luglio 2001 da una banca tedesca – ha violato in maniera
grave le direttive della
Banca Mondiale sulle valutazioni degli impatti ambientali, gli habitat naturali e la consultazione
delle popolazioni locali. Violazioni verificate nel febbraio 2002 da una delegazione
di Greenpeace-Germania, della
Campagna per la riforma della Banca Mondiale e da una commissione del parlamento tedesco inviata in Ecuador nell'aprile 2002.
L'Agip, che opera nel blocco 10 dell’Amazzonia ecuadoriana,
ha il suo
centro de Facilidades Petroleras CPF nella comunità de El Trionfo, nella provincia di Pastaia. Le attività industriali,
secondo le denunce raccolte nella zona,
starebbero colpendo la salute e le coltivazioni dei contadini e indigeni per gli
effetti
che provocano le piogge nere, la fuoriuscita del gas, l’abbandono di residui industriali
e l’utilizzo di acqua inquinata.
L'impresa Eni/Agip sembra dunque ignorare il suo
codice Etico che promuove “...il rispetto delle diversità culturali e la conoscenza delle
condizioni sociali ed economiche delle Comunità in cui la Società è presente…”.