02/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



In pellegrinaggio sulle tombe dei talebani, sperando nel loro ritorno al potere
Pashtun in preghiera Di fronte alle file di tombe del cimitero gli uomini onorano i morti rivolgendo i palmi delle mani al cielo e muovendo silenziosamente le labbra.
 
Questi morti erano combattenti talebani e miliziani di al-Qaeda uccisi alla fine del 2001, quando le bombe americane centrarono e distrussero la vicina moschea dove si erano riuniti, nei pressi della città di Khost, nell’Afghanistan orientale.
 
Gli Stati Uniti hanno finanziato la ricostruzione di quella moschea, qualche centinaia di metri più giù, lungo la strada che scende dal cimitero. I lavori sono terminati da tempo, ma dentro non c’è nessuno. E’ deserta.
 
Si è lavorato anche attorno al cimitero dei combattenti. Con i soldi di donatori lontani e dei visitatori è stato eretto un muro di mattoni attorno alle tombe e un bel cancello di ferro, e in breve tempo tutto verrà ricoperto da una tettoia.
 
A differenza della moschea ‘degli americani’, questo cimitero-mausoleo attira un flusso continuo di fedeli da tutto l’Afghanistan orientale e dal vicino Pakistan.
 
A tre anni dalla sconfitta militare dei talebani, i loro cimiteri di guerra, qui come ovunque in Afghanistan, sono diventati meta di pellegrinaggio per i pashtun che abitano nel sud del paese e al di là del confine pachistano.
 
Mentre la comunità internazionale e molti afgani ricordano con orrore la brutalità del loro oppressivo regime, per la maggioranza pashtun essi rimangono degli eroi.
 
Ma anche tra gli afgani non pashtun, che pure condannano le violenze commesse dei talebani, c’è verso di loro un sentimento di rispetto ispirato dalla loro salda fede islamica che tutti sentono minacciata dall’Occidente cristiano e secolare.
 
CartinaNel cimitero di Mata China, svettante di bandiere verdi (il contrassegno delle sepolture dei combattenti islamici), ci sono in tutto una quarantina di tombe, di afgani, pachistani e di molti arabi che sono morti per difendere l’Afghanistan talebano.
 
Sulle lapidi, solitamente nude pietre nei cimiteri normali, sono state attaccate delle placchette di metallo con su inciso il nome e l’origine del defunto. Quelle dei pachistani riportano quasi tutte Karachi come città di provenienza. Quelle degli arabi sono invece anonime.
 
I combattenti qui sepolti si erano riuniti nella moschea di Mata China per preparare un attacco contro una fazione di mujaheddin afgani alleata degli Stati Uniti. “Sono morti in moschea, in un luogo sacro, quindi sono dei martiri”, dice Noor Wali Khan, un contadino del villaggio.
 
Per la gente di qui, “l’anima di questi martiri è benedetta da Allah” perché hanno combattuto contro forze infedeli in difesa di una terra islamica. “Questi uomini si sono garantiti senza dubbio un posto in paradiso”, dicono.
 
“L’omaggio a queste tombe dimostra che la gente rispetta ancora i talebani e che li vorrebbe vedere far parte del nostro nuovo governo”, spiega Miyamatullah, un commerciante che prima di venire qui ha reso omaggio anche al mausoleo talebano di Kandahar.
 
Attorno a lui, davanti alle lapidi di pietra, molti uomini con il turbante in testa intervengono nella discussione affermando che il neoeletto presidente Hamid Karzai dovrebbe includere esponenti talebani nel governo che formerà nelle prossime settimane.
 
Karzai, dal canto suo, ha più volte dichiarato che la riconciliazione con i talebani è possibile, chiedendo anche la liberazione dei prigionieri di guerra talebani dalle prigioni afgane e americane.
 
Recitando il CoranoDue uomini del villaggio, uno di loro mentalmente ritardato, si prendono cura del cimitero tenendolo pulito e ordinato. Forniscono ai fedeli in visita il sale da spargere sulle tombe e il riso che viene invece dato alle colombe che bazzicano il posto.
 
In attesa della costruzione di una tettoia, per ora il sito è sovrastato da una moltitudine di stoffe colorate cucite e annodate assieme. Ogni drappo rappresenta una preghiera rivolta al barakat, il potere spirituale delle anime dei martiri cui i pellegrini chiedono intercessione perché le loro richieste ad Allah vengano esaudite.
 
Peccato che le persone sepolte qui disprezzerebbero questo tipo di pratiche religiose che riguardano le anime dei martiri e dei santi, condannate dai talebani come idolatriche corruzioni della pura fede islamica.
 
Ma le tradizioni religiose popolari hanno resistito al puritanesimo talebano.
“Ho visto con i miei occhi”, racconta Khan il contadino, “un nomade kuchi con le gambe paralizzate che si è fatto portare fin qui per pregare sulle tombe di questi martiri, e che dopo la preghiera si è alzato e ha camminato, urlando ‘Mi hanno miracolato!Questi uomini sono veramente dei martiri in paradiso!’ ”.
 
James Rupert
Categoria: Guerra, Politica, Religione
Luogo: Afghanistan
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