
Di fronte alle file di tombe del cimitero gli uomini onorano i morti rivolgendo
i palmi delle mani al cielo e muovendo silenziosamente le labbra.
Questi morti erano combattenti talebani e miliziani di al-Qaeda uccisi alla fine
del 2001, quando le bombe americane centrarono e distrussero la vicina moschea
dove si erano riuniti, nei pressi della città di Khost, nell’Afghanistan orientale.
Gli Stati Uniti hanno finanziato la ricostruzione di quella moschea, qualche
centinaia di metri più giù, lungo la strada che scende dal cimitero. I lavori
sono terminati da tempo, ma dentro non c’è nessuno. E’ deserta.
Si è lavorato anche attorno al cimitero dei combattenti. Con i soldi di donatori
lontani e dei visitatori è stato eretto un muro di mattoni attorno alle tombe
e un bel cancello di ferro, e in breve tempo tutto verrà ricoperto da una tettoia.
A differenza della moschea ‘degli americani’, questo cimitero-mausoleo attira
un flusso continuo di fedeli da tutto l’Afghanistan orientale e dal vicino Pakistan.
A tre anni dalla sconfitta militare dei talebani, i loro cimiteri di guerra,
qui come ovunque in Afghanistan, sono diventati meta di pellegrinaggio per i pashtun
che abitano nel sud del paese e al di là del confine pachistano.
Mentre la comunità internazionale e molti afgani ricordano con orrore la brutalità
del loro oppressivo regime, per la maggioranza pashtun essi rimangono degli eroi.
Ma anche tra gli afgani non pashtun, che pure condannano le violenze commesse
dei talebani, c’è verso di loro un sentimento di rispetto ispirato dalla loro
salda fede islamica che tutti sentono minacciata dall’Occidente cristiano e secolare.

Nel cimitero di Mata China, svettante di bandiere verdi (il contrassegno delle
sepolture dei combattenti islamici), ci sono in tutto una quarantina di tombe,
di afgani, pachistani e di molti arabi che sono morti per difendere l’Afghanistan
talebano.
Sulle lapidi, solitamente nude pietre nei cimiteri normali, sono state attaccate
delle placchette di metallo con su inciso il nome e l’origine del defunto. Quelle
dei pachistani riportano quasi tutte Karachi come città di provenienza. Quelle
degli arabi sono invece anonime.
I combattenti qui sepolti si erano riuniti nella moschea di Mata China per preparare
un attacco contro una fazione di mujaheddin afgani alleata degli Stati Uniti.
“Sono morti in moschea, in un luogo sacro, quindi sono dei martiri”, dice Noor
Wali Khan, un contadino del villaggio.
Per la gente di qui, “l’anima di questi martiri è benedetta da Allah” perché
hanno combattuto contro forze infedeli in difesa di una terra islamica. “Questi
uomini si sono garantiti senza dubbio un posto in paradiso”, dicono.
“L’omaggio a queste tombe dimostra che la gente rispetta ancora i talebani e
che li vorrebbe vedere far parte del nostro nuovo governo”, spiega Miyamatullah,
un commerciante che prima di venire qui ha reso omaggio anche al mausoleo talebano
di Kandahar.
Attorno a lui, davanti alle lapidi di pietra, molti uomini con il turbante in
testa intervengono nella discussione affermando che il neoeletto presidente Hamid
Karzai dovrebbe includere esponenti talebani nel governo che formerà nelle prossime
settimane.
Karzai, dal canto suo, ha più volte dichiarato che la riconciliazione con i talebani
è possibile, chiedendo anche la liberazione dei prigionieri di guerra talebani
dalle prigioni afgane e americane.

Due uomini del villaggio, uno di loro mentalmente ritardato, si prendono cura
del cimitero tenendolo pulito e ordinato. Forniscono ai fedeli in visita il sale
da spargere sulle tombe e il riso che viene invece dato alle colombe che bazzicano
il posto.
In attesa della costruzione di una tettoia, per ora il sito è sovrastato da una
moltitudine di stoffe colorate cucite e annodate assieme. Ogni drappo rappresenta
una preghiera rivolta al barakat, il potere spirituale delle anime dei martiri cui i pellegrini chiedono intercessione
perché le loro richieste ad Allah vengano esaudite.
Peccato che le persone sepolte qui disprezzerebbero questo tipo di pratiche religiose
che riguardano le anime dei martiri e dei santi, condannate dai talebani come
idolatriche corruzioni della pura fede islamica.
Ma le tradizioni religiose popolari hanno resistito al puritanesimo talebano.
“Ho visto con i miei occhi”, racconta Khan il contadino, “un nomade kuchi con
le gambe paralizzate che si è fatto portare fin qui per pregare sulle tombe di
questi martiri, e che dopo la preghiera si è alzato e ha camminato, urlando ‘Mi
hanno miracolato!Questi uomini sono veramente dei martiri in paradiso!’ ”.
James Rupert