07/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Due operatori di Medici Senza Frontiere sono stati rapiti nella tormentata regione dell'Ituri
Sfollati vicino a Bunia. Foto di Juan Carlos Tomasi/MSFStavano andando verso il campo di Jina (regione di Djugu), per prestare cure mediche agli sfollati. Il campo è uno dei tanti a qualche manciata di chilometri da Bunia, capitale dell’Ituri, tormentata regione della Repubblica Democratica del Congo. Stavano andando come sempre senza scorta, a bordo della jeep dell’organizzazione, Medici senza frontiere (Msf) chiaramente riconoscibile. Ma questa volta, al contrario di altre, non è bastato: i due operatori dell’organizzazione, uno dello staff internazionale e uno locale, sono stati rapiti giovedì 2 giugno da un gruppo di miliziani non ancora identificato. In un comunicato stampa di ieri Msf "chiede il rilascio immediato e incondizionato dei due volontari" e "chiede a tutte le parti coinvolte di astenersi da qualunque azione che possa compromettere il rilascio in sicurezza dei due operatori".
Abbiamo chiesto ulteriori notizie a Sergio Cecchini, di Msf-Italia, per cercare di capire la situazione in Ituri e i rischi che corre chi cerca di aiutare la popolazione civile, tenendosi estraneo al conflitto.

Quali notizie avete sui vostri operatori e sul loro rapimento?
Le ultime e uniche notizie che abbiamo dicono che sono in buone condizioni e sono trattati bene. Non sappiamo ancora quale gruppo di miliziani sia dietro a questo rapimento: non è stata ricevuta alcuna richiesta di riscatto né alcuna rivendicazione ufficiale. Quello che mi è stato riferito è che il rischio di un atto del genere era nell’aria. Date le elezioni in vista e gli arresti politici degli ultimi mesi, iniziava a serpeggiare il rischio di sequestri di occidentali come merce di scambio per fini politici. Non vorremmo che questo fosse il primo episodio di una strategia globale: usare gli occidentali per questioni politiche ed economiche.

Trasporto di kit di vaccini contro il morbillo per bambini della regione Basankusu, nella repubblica Democratica del Congo. Foto di Jessica Nestrill/MSF In che modo le prossime elezioni rendono la situazione ancor più pericolosa e quali altre condizioni contribuiscono all’instabilità del Paese?
Le elezioni sono fissate per il 30 giugno. Joseph Kabila ufficialmente non ha posticipato nulla, per cui da un punto di vista ufficiale il 30 giugno ci saranno le elezioni nella Repubblica Democratica del Congo. Poi, tutti quelli che stanno lì sanno che non sarà possibile, che Kabila dovrà annunciarne il posticipo e che, probabilmente, per ragioni di ordine pubblico, lo farà uno o due giorni prima. Per cui c’è molto fermento. In più c’è grande attività da parte della Monuc (la forza delle Nazioni unite in missione nella regione) contro varie milizie: insieme all’esercito congolese, procedono al disarmo anche coatto, agli attacchi contro le milizie e anche ad arresti. Ne segue la controffensiva da parte delle milizie. E’ quindi un momento di particolare tensione. Una cosa sappiamo: Msf è l’unica Organizzazione non governativa (Ong) che non si muove con la Monuc quando va a raggiungere i profughi. Tutte le altre Ong sul territorio si muovono con questi convogli militari, vanno con le loro vetture bianche nei campi profughi, scortati all’inizio e alla fine da blindati armati e sorvolati dall’elicottero armato della missione Onu. Msf si è sempre rifiutata di farne parte.
 
E’ quanto Msf ha sempre portato avanti, sottolineando l’importanza di tenere ben distinto quello che è l’intervento di assistenza alla popolazione dalle operazioni delle forze dell’esercito o delle missioni Onu, come in questo caso, l’importanza della distinzione netta dei due campi d’azione. Avevate denunciato i rischi di questa confusione di ruoli nella popolazione civile anche in Iraq e in Afghanistan…
Esatto. Nel corso della nostra attività in Ituri, abbiamo inziato ad avere segnali di questa confusione. Ci dicevano: “Voi siete come la Monuc, cioè voi lavorate con la Monuc, quindi lavorate anche con l’esercito congolese”. Più volte spiegavamo alle varie milizie che non facevamo parte della Monuc, considerata dalle milizie come soggetto non imparziale, quindi schierato da un punto di vista militare con l’esercito congolese: infatti, giravamo da soli e mai nei convogli. A un certo punto abbiamo addirittura dipinto le nostre macchine di rosa. Sembra una cosa senza senso, ma ha avuto i suoi effetti. Le macchine delle Ong sono tutte uguali, stesso modello di vettura bianca. Poi ognuna ha il logo e la bandierina della propria Ong. Anche le macchine delle Nazioni unite sono bianche con la scritta “UN”. Quando abbiamo visto che, nonostante andassimo da soli, non fossimo mai dentro a un convoglio, mai con la Monuc, la confusione rimaneva, il responsabile della missione ha pensato di differenziare le nostre macchine, dipingendole con un colore vistoso: rosa shocking. Ha marcato chiaramente la differenza, e la cosa sembrava essere stata recepita. Ora evidentemente la tensione è tale che anche questo non è bastato.

Sfollati in fuga. Foto di Philippe Havet/MSF Quante persone lavorano con voi e quali sono le intenzioni di Msf, visto l’aggravarsi della situazione?
Solo nella zona di Bunia lavorano circa 37 operatori internazionali e 300 locali. A Bunia, Msf gestisce l’unico ospedale cittadino, cui si affianca il supporto medico nei campi sfollati, al di fuori della capitale: a Tche, Jina (dove erano diretti gli operatori rapiti), Akwa e Tchomia. Dopo il rapimento abbiamo interrotto gli spostamenti fuori dalla capitale ed evacuato il personale che stava nei campi, rientrato a Bunia. Siamo in attesa di notizie dei rapiti e comunque, per il momento, abbiamo deciso di rimanere, come pure le altre Ong sul posto. Certo, le condizioni di sicurezza sono estremamente precarie. Ancora una volta, come si diceva, vi è l’esigenza di fare chiarezza tra i ruoli: mischiarsi, confondersi con una forza militare che va in giro a sparare, a condurre operazioni militari di polizia, ad attaccare milizie ribelli in una zona in cui sono operative milizie, sicuramente espone a rischio altissimo tutto il personale delle Ong. L’Ituri rischia di diventare l’ennesimo esempio di confusione.

 

Valeria Confalonieri

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