Domenica 5 maggio nella città di Qamishli, nella parte nordorientale della Siria,
la polizia ha represso con la forza una manifestazione di protesta organizzata
dalla comunità curda per la morte del clerico sunnita Sheikh Mohammad Maashouq
al Khaznawi che, secondo le accuse mosse tra gli altri dai rappresentanti del
partito curdo Yekiti, sarebbe stato ucciso dai servizi segreti siriani.

Un omicidio misterioso. Secondo la versione delle autorità di Damasco, al Khaznawi sarabbe stato rapito
il 10 maggio nella capitale siriana da criminali comuni e poi ucciso ad Aleppo.
Ma la famiglia del religioso, un sunnita liberale e sostenitore dei diritti dei
curdi, ha riferito che il 27 maggio al Khaznawi era stato ricoverato presso l’ospedale
di Tesrin dove, secondo la testimonianza dei medici, era giunto in stato di semi
incoscienza e sarebbe stato sotto la sorveglianza dei servizi segreti. Il 30 maggio
la morte di al Khaznawi, che tra l’altro coordinava i rapporti tra l’Unione Europea
e i partiti clandestini dell’opposizione siriana, ha dato l’impulso a una serie
di moti di protesta in diverse città, ma soprattutto a Qamishli, che era già stata
teatro dei gravi scontri che avevano infiammato il Paese nel marzo/aprile del
2004, in seguito a una partita di calcio tra la locale formazione curda e quella
di Dayr az Zor, città sunnita sull’Eufrate.
Aperture e repressione. Nelle scorse settimane il regime di Bashar al Assad aveva lanciato dei segnali
di apertura nei confronti della più numerosa minoranza del paese (12 percento
della popolazione), promettendo il riconoscimento della cittadinanza a una parte
dei circa 200 mila curdi che, dal 1962, vivono come stranieri sulla propria terra
e concedendo l’amnistia a oltre 300 dei curdi detenuti in seguito alle violenze
del marzo 2004. Ma in questa occasione, di fronte a una protesta che rischia di
destabilizzare i rapporti interni al regime oltre a quelli con Turchia e Iraq,
il Presidente Assad ha scelto la linea dura. La polizia ha sparato gas lacrimogeni
sui dimostranti - forse in risposta a spari provenienti dalla folla - e le forze
di sicurezza hanno arrestato un attivista per i diritti umani, Riyadh Dardar,
a causa di un discorso che aveva tenuto ai funerali di al Khaznawi. La dimostrazione
di domenica è stata organizzata dallo Yekiti e dall’Azadi, due delle dodici formazioni
politiche curde che il governo siriano considera tutte illegali. Hasan Saleh,
un dirigente dello Yekiti, ha raccontato che “le autorità ci hanno impedito di
raggiungere il luogo dove intendevamo manifestare, eravamo una folla pacifica
ma la polizia ha picchiato molti dei dimostranti.”

Segnali sinistri. Stando a quanto riferito da fonti locali, pare che, in seguito alla manifestazione,
gruppi tribali di arabi siano calati in città prendendo d’assedio e svaligiando
diversi negozi gestiti da curdi.
L’area nordorientale che si estende dal confine turco fino all’Eufrate è stata
un focolaio di tensioni per il governo di Damasco sin dagli anni cinquanta, quando
vi si scoprirono i primi giacimenti petroliferi. Lo stesso censimento del 1962,
in cui si richiedeva ai residenti di dimostrare di risiedere nell’area almeno
dal 1948, era finalizzato a minimizzare la presenza curda nella regione o quantomeno
a far sì che la gran parte dei curdi ivi residenti perdesse i propri diritti civili,
primo tra i quali quello di possedere terreni. Il progetto di arabizzazione di
quella parte di territorio noto come la fertile Jazira, abbandonato negli anni
settanta con l’ascesa al potere di Hafez Assad (padre di Bashar), prevedeva la
creazione di una fascia di 300 km a maggioranza araba al confine settentrionale,
per separare i curdi siriani da quelli turchi, oltre a una colonizzazione araba
forzata della zona. È possibile che oggi, con l’intricata situazione al confine
iracheno (per le operazioni militari della Coalizione nel deserto di Jazira e
il fermento del nascente governo regionale curdo iracheno) e le pressioni internazionali
in aumento (si accusa il regime di Assad di ospitare e consentire il passaggio
di terroristi), i rapporti del regime siriano nei confronti della minoranza curda
si stiano muovendo su due binari divergenti: da un lato si mostra di voler concedere
loro diritti e cittadinanza, mentre dall’altro, con gli arresti e la repressione,
li si consiglia di non rivendicare troppo spazio mediatico e politico.
È possibile in questo senso che il saccheggio di Qamishli, da parte di milizie
tribali sunnite, sia stato un ulteriore ammonimento rivolto ai curdi affinchè
rinuncino completamente alla causa separatista. In coincidenza con la manifestazione
di domenica, intanto, la corte Suprema Siriana condannava Ahmad Qasem, membro
del Kurdish Democratic Progressive party (KDP), a tre anni di detenzione per attività
separatiste e appartenenza a una formazione fuorilegge.