18/04/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Mahmoud Abbas ha promesso la pena di morte per gli assassini di Vittorio Arrigoni. Questa non è la Palestina di diritti e giustizia per cui è vissuto

 

scritto per noi da
Francesca Borri


Mohammed Swerki, cuoco al servizio della guardia presidenziale di Fatah, fu suicidato giù da una finestra, a Gaza, per essere entrato con il suo vassoio del pranzo nell'ufficio sbagliato. La risposta di Fatah fu Husam Abu Qinas: giù da una finestra, a Ramallah, perché legato a Hamas.

Durante Piombo Fuso, mentre gli israeliani strangolavano una popolazione già stremata da anni di occupazione e poi embargo, senza neppure consentirle la fuga, Fatah e Hamas non hanno trovato niente di più urgente in cui impegnarsi che un regolamento dei conti: un inferno parallelo. Perché nessuna guerra, alla fine, ha combattenti migliori di altri - immunità morali: nessuno è illeso.

Certo: a sequestrare Vittorio potrebbe essere stato uno dei gruppi salafiti di cui l'International Crisis Group, solo un paio di settimane fa, denunciava la forza crescente. I salafiti sostengono un'interpretazione letteralista dell'Islam, e accusano Hamas di non applicare il Corano con sufficiente rigore: soprattutto, di battersi per uno stato palestinese, invece che per l'unità musulmana - di essere un movimento ormai laico e nazionalista. Ma onestamente, a sequestrare Vittorio potrebbe essere stato anche qualcuno in cerca di pretesti per serrare il controllo, il giogo sul territorio.

Perché la forza crescente, a Gaza, non è affatto la forza dell'Islam, salafita o meno, ma quella dei ventenni che avrebbero voluto un'altra Tunisia, un altro Egitto: e si sono ritrovati manganellati. A Gaza da Hamas, a Ramallah da Fatah. Vittorio non è stato colpito perché occidentale, ma perché libero. E questo, in guerra, ti fa pericoloso per chiunque. Juliano Mer Khamis si definiva ebreo e palestinese: è stato ucciso non perché ebreo, ma perché palestinese: perché icona non tanto della convivenza, quanto di una società aperta e critica, capace di ripensarsi e rinnovarsi. Una società senza padroni. Hamas, ieri, invitava a fondarsi solo sulle informazioni fornite dal ministero degli Interni. Vittorio viveva a Gaza proprio perché potessimo non fondarci sulle informazioni fornite dagli addetti stampa di chi comanda.

In vent'anni, e milioni di dollari di aiuto allo sviluppo, le sole istituzioni che l'Autorità Palestinese ha costruito sono gli apparati di polizia e sicurezza: e non per il mantenimento dell'ordine pubblico, ma la repressione del dissenso, mentre l'economia precipitava alle dipendenze dell'elemosina internazionale - e i bambini alla malnutrizione.

In cambio di nicchie individuali di potere e ricchezza, larga parte della leadership palestinese ha accettato di gestire l'occupazione: è ormai parte del problema, non della soluzione. Ed è contro tutto questo, come Vittorio sapeva e scriveva, e soprattutto approvava, che la società civile, la maggioranza palestinese sta tentando di ribellarsi. La priorità, si oppone, è l'unità nazionale.

Ma Mahmoud Abbas, che era pronto a barattare il rapporto Goldstone con la concessione di nuove frequenze alla società di telecomunicazioni dei suoi figli, promette adesso ai salafiti la pena di morte per alto tradimento: questa non è la Palestina libera per cui Vittorio è vissuto: è la Palestina sfigurata da cui è stato ucciso.

Qualcuno avanza l'ipotesi di una regia israeliana. Magari per intimidire la prossima Freedom Flotilla - e più in generale, gli internazionali. Il popolo palestinese, si dice, non avrebbe interesse a compiere crimini così autolesionisti. Onestamente, il popolo palestinese non avrebbe interesse neppure a lanciare razzi, e invece sono anni che Hamas ancora si ostina con questi razzi di cartapesta che semplificano il lavoro degli israeliani.

Forse è il momento di riconoscere che non tutto, in Palestina, arriva dall'occupazione e dalla trappola di Oslo. Chi finisce per essere più palestinese dei palestinesi, come Vittorio, come Juliano, sa che la società perfetta non esiste. Che i confini tra noi e loro, tra gli oppressi e gli oppressori, non coincidono con le frontiere degli stati. Con le linee verdi. "Vedo gli innocenti confondersi e gli assassini ballare", suonava un vecchio De Gregori: "e gli innocenti corrompersi e gli assassini brindare" - restiamo liberi.