
Gli ultimi mesi in Palestina sono
quelli in cui il mondo si è convinto che la situazione sia “pacificata”. Nablus
è la città che più di ogni altra nella Cisgiordania ha sofferto per questa Intifada,
con 495 morti e una serie infinita di invasioni da parte di jeep e tank
dell’esercito israeliano. In questa città non c’è nessun cessate il fuoco,
nessuna pacificazione. Al limite c’è solo una finta quiete di giorno.
Di notte continuano le incursioni
dell’esercito nei campi profughi attorno alla città e nella città stessa,
continuano incessanti gli arresti e si è solo parzialmente allentata la morsa
dei check point che limitano così tanto il movimento dei palestinesi
all’interno della loro stessa terra.
Ancor più grave è che nessuno dei
nodi fondamentali di questo conflitto (le colonie, i profughi, il muro,
Gerusalemme, l’acqua) sia stato nemmeno minimamente affrontato. Continua la
costruzione del muro, si espandono le colonie e si continuano a confiscare le
terre dei Palestinesi di Gerusalemme per cancellarne l’identità araba e
assorbirne le terre. Questo è quello che accade mentre il mondo sta a guardare
o si mette a posto la coscienza versando migliaia di euro all’Autorità Palestinese.
Non è facile, a Nablus, trovare
modi e forme per reagire, per costruire atti di Resistenza efficaci e
alternativi, perché in queste condizioni è facile essere stimolati a mollare,
a
cadere nella disillusione. Tali atteggiamenti si sentono particolarmente nei
giovani, che hanno sofferto tantissimo per questa seconda Intifada, vivendo in
condizioni terribili anni fragili come quelli dell’adolescenza.
Si riesce però a incontrare
esperienze di lotta e resistenza reale, fra queste di sicuro l’
ERT (Emergency and Rescue Team), un
gruppo di ragazzi volontari del Medical Relief (organizzazione palestinese che
si occupa di sanità) che si sta impegnando per fare sì che la Resistenza della
città alla violenza militare dell’occupazione sia forte e unificata,
coordinando il lavoro delle squadre di pronto soccorso con quello dei vigili
del fuoco e delle squadre di salvataggio.
Questa esperienza viene
raccontata dal volontario che ha avuto l’idea dell’ERT.
Perché a Nablus è nato l’ERT?
Il nostro team si vuole impegnare rispondendo alle
emergenze in città. Abbiamo acquisito le nostre competenze lavorando con le
ambulanze del Medical Relief in questi 5 anni di operazioni militari
dell’esercito israeliano a Nablus. Siamo volontari fortemente allenati, con il
desiderio di continuare ad aiutare la nostra società civile al meglio delle
nostre capacità. Sentiamo il bisogno di preparare un piano per avere una
risposta unificata della città in ogni situazione di emergenza, cercando di
integrare le nostre capacità nel pronto soccorso con quelle per le operazioni
di salvataggio e protezione civile.
Cerchiamo di approfittare di questa situazione di relativa calma
per
effettuare seri ed intensi training. Non avremmo mai potuto farlo senza
l’aiuto
della stazione dei vigili del fuoco di Nablus, con il loro alto livello
di
esperienza nel campo del soccorso e della protezione civile, unito
all'assistenza costante della Palestinian Medical Relief Society. Ma
più di tutto
la nostra forza è stata la volontà d’animo di tutti i membri del team
che
credono veramente nella necessità di garantire il migliore sostegno
alla
popolazione civile nelle situazioni di emergenza.
Quali sono i vostri obbiettivi
a breve e a lungo termine?
A breve termine vogliamo creare
un team specializzato formato da persone in grado di applicare le loro capacità
nel miglior modo, basandosi su conoscenze scientifiche e non
sull’improvvisazione. Vogliamo provare a sopperire alla mancanza di una
speciale unità di protezione civile, perciò vogliamo formare una squadra
integrata che sia capace di offrire pronto soccorso e salvataggio e sia capace
di relazionarsi con diverse tipologie di emergenze. Abbiamo già progetti
avanzati come un sistema computerizzato che ci permetterà di individuare il
luogo da dove viene fatta una chiamata al numero delle emergenze e permetterà
perciò di inviare sul posto leambulanze necessarie, evitando i momenti di caos in cui tutte leambulanze e le squadre di soccorso si concentrano in una zona mentrealtre parti della città rimangono scoperte. Inoltre ci doteremo presto di un
sistema di comunicazione ‘senza fili’ che ci permetterà di stare in contatto
tra di noi in qualunque momento, anche quando le linee dei cellulari vengono
interrotte, come accade di frequente durante le invasioni militari
dell'esercito.
Nel lungo periodo vogliamo unire tutte le società di
emergenza in un unico corpo, vogliamo predisporre un piano generale per offrire
una risposta alle emergenze sulla base di un ben definito protocollo. Vogliamo
predisporre lo scenario di qualunque emergenza (terremoti, invasioni, incendi)
al fine di preparare le strategie di risposta più opportune.
Ma l’obbiettivo più importante è aiutare la gente di
Nablus a resistere. Quando gli abitanti di questa città sentiranno che c’è un
gruppo di loro concittadini a cui importa delle loro vite fino al punto che non
può dormire se qualcuno è in pericolo, allora credo che sarà rafforzata la
volontà di resistere. Credo che in quel momento aumenterà la fiducia della
popolazione nei confronti della propria comunità e sarà chiaro a tutti che è importante
agire in modo collettivo.
Cosa deve essere oggi la resistenza in Palestina?
Per quanto concerne eventi politici, credo che lo scontro
sarà sempre meno tra alcuni combattenti e l’esercito israeliano e sempre più
tra palestinesi e i coloni (sempre appoggiati dall’esercito) che stanno rubando
la nostra terra e hanno costruito colonie cercando di distruggere villaggi
palestinesi.
Davanti a questo scontro la nostra comunità deve
presentarsi unita, intelligente e saggia. La nostra oppressione prenderà sempre
diverse forme, economiche, sociali, politiche, ambientali.
Davanti a questo scenario saremo
forzati a capire che la resistenza armata è impotente contro uno dei più forti
eserciti del mondo e perciò dovremo lottare sul altri piani, quello
politico anzitutto. Allo stesso tempo bisogna scegliere le persone migliori per
guidare la lotta politica, perché questi dovranno far capire al mondo quanto
sta accadendo in Palestina.
Quello che avviene in questi mesi
nei villaggi vicino al muro è abbastanza esemplificativo. Lo scontro è sempre
di più tra tutti gli abitanti dei villaggi e gli abitanti delle colonie. Gli
abitanti dei villaggi partecipano attivamente alla lotta, vogliono difendere i
loro campi, le loro terre, non solo i villaggi. Vogliono continuare a usare le
loro risorse naturali e non permettere ai coloni di rubare tutto. Sono esempi
di tenace lotta collettiva da cui tutti noi dobbiamo imparare per il futuro.
Quei contadini non abbandoneranno i loro villaggi come successe nel 1948.
Sarà poi sempre più importante garantire una presenza di
internazionali in questa terra, che possano testimoniare quanto accade
realmente qui, non solo ora ma anche alle generazioni future. Potranno poi,
tornati a casa, fare pressione sui propri governi.
Quali speranze vedi per la tua terra?
Leggendo i piani futuri del governo israeliano, sono
spinto a credere che continueremo a
sperare nella pace mentre stanno pianificando di scacciarci definitivamente da
questa terra. Il processo di pace per i due popoli è una sfida grandiosa per raggiungere
una situazione in cui possiamo vivere assieme, ma c’è una terza parte, chi sta
guidando il governo in Israele, che farà il possibile per farlo fallire.
Penso che la Palestina sia un luogo chiave, quello che è
in gioco qui è specchio di quanto si gioca sul piano mondiale. Ci vogliono far credere che ci sia uno
scontro tra credenti che vogliono liberare la loro terra da nemici, ma lo
scontro reale è tra la difesa della dignità umana e la sua mortificazione, ed
è
una lotta che si combatte qui come in tutto il mondo. Anche per questo è importante
che vengano internazionali in Palestina perché, grazie a quello che hanno
vissuto qui, gli internazionali potranno cambiare gli atteggiamenti propri e di
chi li circonda e saranno sempre più convinti che non si può vivere solo per
mangiare e divertirsi ma bisogna pensare al mondo che ci circonda e bisogna
difendere chi è oppresso e soffre.