15/04/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



In Giordania la sinistra chiede riforme economiche e politiche. Curdi rivendicano libertà in Siria; gas lacrimogeni a Damasco. In Yemen clero e gruppi tribali contro il regime; otto feriti a Taiz

Un altro venerdì di tensioni ha infuocato il Medio Oriente, divenuto da mesi teatro di accese proteste contro i regimi al potere. Ad Amman, capitale della Giordania, circa un migliaio di persone, tra rappresentanti dei partiti di sinistra e gruppi di giovani, si sono riuniti presso la grande Moschea al-Hussein per rinnovare le loro richieste di riforme economiche e politiche. I manifestanti, scandendo slogan contro il governo, hanno chiesto al primo ministro Marouf Bakhit lo scioglimento del parlamento. "Il nostro Paese è per tutti i giordani, ma solo una piccola élite è chiamata a formare il governo e controllare le istituzioni", ha ribadito Ali Salem, del partito comunista giordano. Schieramenti di polizia sono stati immediatamente disposti nelle strade in modo da evitare l'incontro/scontro tra manifestanti e attivisti pro-regime. A Zarqa, città natale di al Zarqawi, leader di al Qaida ucciso nel 2006 da un raid Usa, quaranta poliziotti sono stati feriti mentre cercavano di disperdere una manifestazione di salafiti.

In Siria intanto, alle proteste cittadine contro il presidente Bashar al Assad e alle vivaci manifestazioni studentesche nelle università di Damasco e Aleppo, si sono aggiunte oggi le rivendicazioni da parte curda. Secondo quanto riferisce la tv panaraba al Arabiya, infatti, circa cinquemila curdi siriani, residenti nelle regioni nord-orientali confinanti con Turchia e Iraq, sono scesi in piazza chiedendo "libertà" e "unità del popolo siriano". La protesta è esplosa una settimana dopo la concessione, da parte di Assad, del diritto di nazionalità a 120 mila curdi. Dopo quasi cinquant'anni di discriminazioni, però, 80 mila curdi siriani restano ancora privi di qualsiasi diritto. La stessa Arabiya ha inoltre riferito che forze di sicurezza a Damasco hanno lanciato gas lacrimogeni contro manifestanti che si dirigevano verso il centro, con l'intento di disperderli.

Anche a Sanaa, capitale dello Yemen, continuano le proteste dopo la consueta preghiera del venerdì. Mentre il presidente Ali Abdullah Saleh, rivolgendosi ai suoi sostenitori, ribadiva di essere il "legittimo leader, in base alla costituzione", i capi tribali e religiosi del Paese si sono uniti alle istanze dell'opposizione yemenita. In una nota congiunta hanno invitato Saleh ad accogliere le richieste di chi protesta da tempo, ribadendo che il presidente "deve dimettersi immediatamente e allontanare tutti i suoi parenti dall'apparato militare dello Stato". Duri scontri anche a Taiz, città a sud della capitale, dove un gruppo di manifestanti anti-regime è stato colpito dal fuoco dei sostenitori di Saleh. Il bilancio è di almeno otto feriti, secondo quanto riferiscono testimoni citati da al-Jazeera. L'opposizione ha intanto fatto sapere di respingere la mediazione offerta dai Paesi del Golfo per una transizione pacifica dei poteri al vice presidente Abdrabuh Mansur Hadi.