Jean Giono è un pacifista antico, di quelli che hanno fatto la guerra e hanno
visto gli orrori e sentito l’odore del sangue. “Non mi piace la guerra. Non mi
piace alcun tipo di guerra. Non è per sentimentalismo.
Sono rimasto quarantadue giorni davanti alla fortezza di Vaux e oramai è difficile
che mi impressioni davanti alla vista di un cadavere.”, scrive in questo volume
uscito in questi giorni in libreria, “Lettera ai contadini sulla povertà e la
pace”, edito da Ponte alle Grazie, Milano.
Nato nel 1895 a Manosque, in Provenza, da famiglia di origine italiana e morto
nel 1970, è stato combattente della prima guerra mondiale. Il I° settembre del
1939, con l’invasione hitleriana della Polonia, la Francia mobilita e Giono si
attiva, con alcuni amici pacifisti, per attaccare bandi adesivi con la scritta
“No”.
Il 14 dello stesso mese viene arrestato dalla polizia di Marsiglia che è in possesso
di un volantino con il suo nome costituito da brani tratti dai suoi libri. Viene
rinchiuso nel carcere di fort Saint-Nicolas.
Liberato e congedato, nel ‘44 viene però accusato di collaborazionismo, con altro
carcere e il divieto di pubblicare, perché si muove da isolato; se da un lato
attacca il capitalismo che usa la guerra come difesa dell’ordine borghese, da
sinistra, nonostante la difesa di “un proletariato vicino all’ideale della pace”,
viene considerato troppo poco ortodosso e quindi poco affidabile.
Con questo volume Giono (già autore di “L’uomo che piantava gli alberi”, “L’ussaro
sul tetto” e altri), affronta il tema della pace e della guerra con considerazioni
su due categorie sociali, i contadini appunto e gli operai.
La lettera è del 6 luglio 1938. “Cosa gli salta in mente di scriverci? Durante
la mietitura possiamo solo essere in due posti, o nei campi o sull’aia… Gli bastava
venire qui”. E’ la risposta immaginaria ma anche l’autore era figlio di contadini
e questo tipo di reazione la conosce.
Il capitolo della “Ragione del pacifismo contadino” chiarisce la differenza sociale
con chi lavora in fabbrica.
“Non si è mai ucciso altro che contadini nelle battaglie. L’operaio, semplicemente,
guerra o pace che sia, non cambia mestiere, non cambia attrezzi. L’industria dove
lavora è una funzione naturale della guerra. Non è mai tanto prospera quanto in
guerra. L’operaio quindi (non per sua colpa) non può parlare di guerra nella nostra
epoca industriale del 1938, visto che è costretto a fabbricare armi e quindi è
moralmente coinvolto”.
“Ai contadini invece la patria fa saltare l’aratro dalle mani… Sanno bene che
arare la terra è la natura della loro vita, e che i campi non restano deserti
dopo la loro partenza… le mogli non smettono di arare e i bambini governano bestie
sette otto volte più grandi di loro… il lavoro dei contadini è la terra, il riposo
è la terra, la loro vita è la terra… Ecco perché i contadini sono contro le guerre.
Che devastano i campi e la loro economia”.
I contadini sono quindi per la pace. La loro rivolta (contro la guerra imminente)
non deve passare attraverso la violenza, ma deve essere una reazione di uomini
in modo che non si possa più perdere la fiducia in essi.
Per Giono la meccanica e l’industria moderna hanno portato solo al denaro e al
baratto col denaro. Il contadino invece è autonomo, mangia il pane e beve il vino
e consuma l’olio della sua terra e ne gioisce e ne gode con la moglie e i figli
nella sua naturale indipendenza economica.
“Questa generazione tecnica”, scrive, “invece geme sotto i vostri occhi nella
sua terribile disperazione. Questi uomini falsi che non sanno più fare un nodo
o allentare generosamente le corde… quelli che hanno abbandonato l’aratro e sono
partiti verso quel che si considerava progresso”.
I contadini pacifisti sono quelli che invece “discendono da quelli che non hanno
mai avuto fede nella tecnica industriale ma si sono sempre affidati alle sementi…”
“Il più grande nemico dei contadini è quindi il denaro, perché la loro civiltà
si è fatta senza di esso.”
Gli ultimi capitoli del volume, “Nuovi massacri contadini in vista” e “I contadini
posso fermare tutte le guerre” dimostrano che il conflitto imminente porterà a
nuove stragi di contadini, perché “dopo i primi mesi di guerra verrà fatta una
accurata cernita di tutti gli operai rimasti e li manderanno nelle fabbriche di
armi, dove sono indispensabili. Quanto agli scrittori che vi hanno incalzato al
massacro, non preoccupatevi: o si troveranno in posti dove l’eroismo è facile…
oppure, magicamente scomparsi in una nuvola di fumo conserveranno un padre ai
propri figli”. E così Giono liquida anche gli intellettuali.
“Com’è possibile”, riprende l’autore, “che di voi, gli uomini essenziali, si
tenga in poco conto la vostra vita e vi si massacri così senza timore, voi e i
vostri figli? E’ necessario che il contadino sia altrettanto indispensabile ai
campi come l’operaio lo è alla fabbrica.”
Il pacifismo di Giono è quindi antico e anticipa la posizione di chi oggi è contro
le guerre, tutte e senza distinzione, senza confondere divise e armi come “missioni
di pace”.
Paolo Lezziero