24/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Seconda parte del reportage dal fronte afgano
scritto per noi da
Carsten Stormer
 
TalebanoVenerdì, 11 di sera. Le sagome scure di vari camion e fuoristrada Humvee si stagliano nel chiarore della luna. La colonna militare procede con lentezza lungo una strada di montagna, impantanandosi più volte nei fangosi letti dei ruscelli in secca. Dopo sei ore di viaggio, all’alba, il convoglio arriva in un villaggio. I soldati sono ricoperti di polvere. Poco lontani ci sono delle costruzioni sospettate di essere rifugio di talebani. Il luogotenente Gonzales dà istruzioni ai suoi uomini. I soldati si avvicinano silenziosamente all’obiettivo. Tre persone scappano via correndo. I soldati aprono il fuoco e catturano i fuggitivi. Le loro mani vengono legate dietro la schiena con dei lacci di plastica e le loro teste vengono coperte con cappucci nei di juta. L’incappucciamento ha un doppio scopo: impedire la fuga e intimidire il prigioniero, o meglio, il “p.u.c.” (in inglese, “persona sotto controllo”) in vista dell’interrogatorio. Vengono caricati su un camion. Nessuno deve rivolgere loro parola.
 
Molti altri villaggi vengono rastrellati durante la giornata. Ci sono altri arresti, ritrovamenti di armi e di documenti sospetti. Ad ogni arresto si ripete la stessa straziante scena: madri, mogli, sorelle e figlie dei prigionieri si gettano a terra, nella polvere, supplicando di non portar via i loro uomini. Non sanno cosa potrà succedere ai loro figli, fratelli, mariti, padri; non sanno se li rivedranno mai. Gli interpreti cercano invano di calmare le donne. Alcune di loro saranno fortunate, perché il giorno seguente rivedranno tornare a casa i loro cari. Altre no: i loro parenti verranno mandati in una base aerea e da lì trasportati a Guantanamo, Cuba. Nessun giornalista può seguire i prigionieri destinati a quella base, dove, prima di partire, verranno interrogati. Lo scandalo di Abu Ghraib è ancora fresco, e i militari americani non vogliono grane.
 
C’è molta ostilità verso la popolazione locale tra le fila dei soldati americani. Non è facile distinguere tra nemici e amici. Quasi tutti i giovani militari sono convinti di combattere una guerra giusta, di cui sono molto fieri, anche se sanno che dovranno uccidere, e potranno essere uccisi. “Gli afgani hanno sofferto abbastanza: siamo qui per dar loro la speranza di un futuro migliore”, dice un soldato. “Io sono qui per dare la caccia ai talebani, a quei maiali che hanno attaccato il mio paese”, dice un altro con aria rabbiosa. Le paure e le emozioni prodotte dall’11 settembre sono ancora forti, e sono state usate strumentalmente per arruolare molti giovani americani nell’esercito.
 
Sabato, 4 di mattina. E’ arrivata l’informazione che i talebani si sono dati appuntamento in una moschea. Il convoglio militare si rimette in cammino tra le montagne. Questa volta c’è anche un elicottero, che scarica una pattuglia nella valle. Improvvisamente la colonna Usa viene bombardata dalle alture e circondata da miliziani che iniziano a sparare. Molti di loro hanno lunghe barbe. I soldati Usa impediscono di scattare fotografie. Arrivano i rinforzi: mezzi delle forze speciali via terra e elicotteri Apache dal cielo. La battaglia dura a lungo. Il crepitio delle mitragliatrici e l’esplosione di bombe e razzi risuona per ore tra le montagne. Poi, improvvisamente, tutto tace. I talebani sembrano essersi dissolti nell’aria. Tranne quelli rimasti sul terreno, morti. Un solo ferito tra i soldati americani. L’incontro alla moschea è saltato. Ma i talebani hanno tempo. Questa era l’ultima operazione della missione della Divisione 2-5 di fanteria: domani si fa ritorno alla base.
Categoria: Guerra
Luogo: Afghanistan