scritto per noi da
Carsten Stormer
Venerdì, 11 di sera.
Le sagome scure di vari camion e fuoristrada Humvee si stagliano nel
chiarore della luna. La colonna militare procede con lentezza lungo una
strada di montagna, impantanandosi più volte nei fangosi letti dei
ruscelli in secca. Dopo sei ore di viaggio, all’alba, il convoglio
arriva in un villaggio. I soldati sono ricoperti di polvere. Poco
lontani ci sono delle costruzioni sospettate di essere rifugio di
talebani. Il luogotenente Gonzales dà istruzioni ai suoi uomini. I
soldati si avvicinano silenziosamente all’obiettivo. Tre persone
scappano via correndo. I soldati aprono il fuoco e catturano i
fuggitivi. Le loro mani vengono legate dietro la schiena con dei lacci
di plastica e le loro teste vengono coperte con cappucci nei di juta.
L’incappucciamento ha un doppio scopo: impedire la fuga e intimidire il
prigioniero, o meglio, il “p.u.c.” (in inglese, “persona sotto
controllo”) in vista dell’interrogatorio. Vengono caricati su un
camion. Nessuno deve rivolgere loro parola.
Molti altri villaggi vengono
rastrellati durante la giornata. Ci sono altri arresti, ritrovamenti di
armi e di documenti sospetti. Ad ogni arresto si ripete la stessa
straziante scena: madri, mogli, sorelle e figlie dei prigionieri si
gettano a terra, nella polvere, supplicando di non portar via i loro
uomini. Non sanno cosa potrà succedere ai loro figli, fratelli, mariti,
padri; non sanno se li rivedranno mai. Gli interpreti cercano invano di
calmare le donne. Alcune di loro saranno fortunate, perché il giorno
seguente rivedranno tornare a casa i loro cari. Altre no: i loro
parenti verranno mandati in una base aerea e da lì trasportati a
Guantanamo, Cuba. Nessun giornalista può seguire i prigionieri
destinati a quella base, dove, prima di partire, verranno interrogati.
Lo scandalo di Abu Ghraib è ancora fresco, e i militari americani non
vogliono grane.
C’è molta ostilità verso la popolazione locale tra le fila
dei soldati americani. Non è facile distinguere tra nemici e amici.
Quasi tutti i giovani militari sono convinti di combattere una guerra
giusta, di cui sono molto fieri, anche se sanno che dovranno uccidere,
e potranno essere uccisi. “Gli afgani hanno sofferto abbastanza: siamo
qui per dar loro la speranza di un futuro migliore”, dice un soldato.
“Io sono qui per dare la caccia ai talebani, a quei maiali che hanno
attaccato il mio paese”, dice un altro con aria rabbiosa. Le paure e le
emozioni prodotte dall’11 settembre sono ancora forti, e sono state
usate strumentalmente per arruolare molti giovani americani
nell’esercito.
Sabato, 4 di mattina. E’ arrivata l’informazione che i
talebani si sono dati appuntamento in una moschea. Il convoglio
militare si rimette in cammino tra le montagne. Questa volta c’è anche
un elicottero, che scarica una pattuglia nella valle. Improvvisamente
la colonna Usa viene bombardata dalle alture e circondata da miliziani
che iniziano a sparare. Molti di loro hanno lunghe barbe. I soldati Usa
impediscono di scattare fotografie. Arrivano i rinforzi: mezzi delle
forze speciali via terra e elicotteri Apache dal cielo. La battaglia
dura a lungo. Il crepitio delle mitragliatrici e l’esplosione di bombe
e razzi risuona per ore tra le montagne. Poi, improvvisamente, tutto
tace. I talebani sembrano essersi dissolti nell’aria. Tranne quelli
rimasti sul terreno, morti. Un solo ferito tra i soldati americani.
L’incontro alla moschea è saltato. Ma i talebani hanno tempo. Questa
era l’ultima operazione della missione della Divisione 2-5 di fanteria:
domani si fa ritorno alla base.