Il
cielo sopra Kabul è terso e pulito solo nelle primissime ore del
mattino. Poi, non appena le strade polverose della capitale afgana
iniziano a brulicare di auto, camion e motorette, una cappa di smog
ricopre la città. Questa megalopoli abitata da quattro milioni di
persone è trafficatissima a tutte le ore del giorno. Data la povertà
della gente, pochi si possono permettere un’automobile o un altro mezzo
di trasporto a motore: biciclette e carretti trainati da asini o
cavalli costituiscono ancora il mezzo di locomozione prevalente. Ma tra
qualche anno, probabilmente, non sarà più così, e Kabul, come Nuova
Delhi, Islamabad o il Cairo, come tutte le grandi città dei paesi in
via di sviluppo, diventerà un posto dall’aria irrespirabile a causa
degli scarichi degli automezzi, che saranno sempre di più man mano che
la città crescerà demograficamente ed economicamente. Scarichi che sono
ancor più micidiali a causa dell’età media del parco auto afgano, fatto
da vecchie auto russe e indiane che si lasciano dietro puzzolenti
nuvole di fumo nero.
Chiaramente il problema dell’inquinamento atmosferico non è
vissuto come una priorità da un popolo che sta cercando di uscire da
venticinque anni di guerra e di risollevarsi da una condizione di
povertà estrema. L’afgano medio sgobba tutto il giorno per portare a
casa un tozzo di pane, e non ha certo il tempo di preoccuparsi della
qualità dell’aria che respira: per lui l’importante è riempire quella
che ha nello stomaco. Ma c’è qualcuno che invece a queste cose ci
pensa, e da mesi lavora senza sosta per trovare una soluzione
intelligente a un problema che, prima o poi, diventerà evidente a
tutti.
Ghulam Sediq, sessantadue
anni, fa il meccanico. O meglio, l’inventore. Lavora nella sua buia e
piccola officina di Kabul, armeggiando con cacciaviti e chiavi inglesi
che tiene nelle sue mani rugose e nere di grasso. Sul pavimento sono
sparse decine di pezzi di motore appena smontati da un vecchio
Maggiolone Volkswagen con il cofano posteriore aperto verso l’esterno,
dove una folla di curiosi, in gran parte bambini, sta a guardare cosa
sta combinando questo che molti considerano un vecchio pazzo. Sei
piccoli pannelli solari sono pronti in un angolo per essere fissati al
tettuccio e al retro del Maggiolone. Secondo i piani di Ghulam questi
saranno in grado di alimentare il motore dell’auto, senza utilizzo di
altri carburanti. “Questo prototipo non supererà i trenta chilometri
all’ora, ma i modelli successivi – giura Ghulam – saranno più veloci”.
Il suo non è un progetto visionario e
campato per aria, ma un’idea che ha suscitato molto interesse negli
ambienti scientifici afgani, ricevendo apprezzamenti dai professori
dell’Università di Kabul e soprattutto ottenendo un finanziamento di
duecento dollari al mese da parte di un istituto di ricerca privato
afgano, il ‘Centro Afgano di Ricerca Elettronica e Tecnica’. D’altronde
Ghulam si è fatto negli anni la fama di geniale e affidabile innovatore
tecnico, padre di numerose invenzioni attualmente in uso sia nella sua
provincia di origine, Vardak, che nel resto del paese. Questo ex
contadino semi-analfabeta ha coltivato la sua inventiva tecnica fin da
bambino. “Da piccolo – racconta Ghulam – ero incuriosito da ogni sorta
di meccanismo e mi divertivo tantissimo a smontare le cose. Ricordo di
quando mio padre mi picchiò perché avevo smontato la sua radiolina per
vedere come funzionava. I miei genitori erano preoccupatissimi:
pensavano che fossi matto, un idiota, che avessi dei problemi mentali.
Mi hanno portato da vari dottori, ma tutti dicevano che stavo bene”.
E proprio una radiolina, a energia
alternativa, fu la prima invenzione di Ghulam, quando aveva diciassette
anni, cioè nel 1959: una scatola di fiammiferi piena di transistor e
fili, con tanto di cuffie, alimentata dal basso ma sufficiente
voltaggio della corrente elettrostatica prodotta dal corpo di una
persona. Ne produsse migliaia di esemplari, vendendoli per circa due
dollari l’una. Poi ha inventato una teiera con fornelletto incorporato
che si spegne automaticamente quando l’acqua bolle, così da evitare i
molti incendi causati da chi dimentica il fuoco acceso. Anche questa
ebbe un buon successo. Quando Ghulam aveva ventidue anni, nel 1964, fu
addirittura la famiglia del re Zahir Shah ad acquistare per il Palazzo
Reale il suo allora avveniristico sistema d’allarme in cui l’intruso,
toccando dei fili, azionava una telecamera che lo riprendeva. Tanti
altri sono i marchingegni, più o meno di successo, inventati da Ghulam
negli anni Settanta e Ottanta. Ma è nel 1996 che questo vulcanico
inventore si guadagna la sua fama, con una pompa idraulica alimentata
ad energia solare, che oggi è diffusissima nella sua provincia natale
di Vardak e nella vicina provincia di Logar.
“Io non invento per la fama o il denaro”, spiega Ghulam. “Io
lo faccio solo per rendere un servizio alla gente del mio paese”. E
chissà che il suo progetto di automobile pulita artigianale (e quindi a
basso costo) non abbia successo facendo un giorno di Kabul una città
all’avanguardia nella lotta contro l’inquinamento automobilistico nelle
sovrappopolate megalopoli del sud del mondo. L’Afghanistan è un paese
strano, che può riservare piacevoli sorprese.