07/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dal 1981 Conchita Picciotto vive davanti alla Casa Bianca. Per protestare
dal nostro inviato
 
Conchita Martin Picciotto mostra un cartello anti-Bush davanti alla Casa BiancaDal 1981 a oggi gli Stati Uniti hanno avuto quattro diversi presidenti, repubblicani e democratici. Ma di fronte al civico 1600 di Pennsylvania Avenue, dove ha sede la Casa Bianca, una cosa è rimasta sempre uguale: Concepcion Martin Picciotto, una minuta donna spagnola di ormai sessant’anni, ventiquattro dei quali trascorsi conducendo una protesta testarda e solitaria contro la più grande potenza mondiale, con l’obiettivo di sensibilizzare la gente sulla questione del disarmo nucleare. D’estate e d’inverno, col sole e con la pioggia, Concepcion è sempre lì, accovacciata sotto una tenda in mezzo a qualche straccio, una bottiglia d’acqua, ritagli di giornale e cartelli pacifisti. “Bandite tutte le armi atomiche o divertitevi nel giorno del giudizio”, si legge in uno di questi. Molti turisti si fermano a fare qualche foto con lei, che ha una parola per tutti.
 
Conchita porta un casco coperto da una parrucca. "Per difendermi dalle aggressioni", diceChi è Conchita?Where do you come from?”, chiede al giornalista italiano. “Ah, Italia. Di dove?”, e si china a rovistare in una griglia che tiene vicino a sé. Tempo qualche secondo ed estrae la fotocopia di un articolo della Repubblica, scritto nel 1988. Non è l’unico pezzo su di lei: nel corso degli anni la sua storia è stata raccontata dalla stampa di mezzo mondo, e non sempre in maniera positiva. Chi è veramente Concepcion – o Connie, o Conchita, o Concetta, come si presenta lei a seconda della nazionalità di chi le parla – rappresenta un mistero. Se alcuni la considerano una specie di eroina, altri la trattano come una vecchia pazza. Il suo aspetto non la aiuta certamente: oltre al prevedibile odore che esce da una tenda che è la sua unica casa, il sorriso di Concepcion mostra tutti i segni del tempo e della scarsa igiene. In testa ha uno strano fagotto: sotto una parrucca nera porta un casco, che si toglie solo per dormire. “E’ per difendermi dalle aggressioni”, dice. Non ha caldo? “Oh sì, tantissimo. Ma è per la polizia, non sa quante volte mi hanno picchiata”.
 
Quando tutto andava bene: Conchita con il marito in una foto degli anni SessantaUna storia difficile. Magari non tutto quello che racconta la donna è vero. Per esempio, sostiene di avere sempre uno strano mal di gola perché di notte dalla Casa Bianca esce un gas nocivo spruzzato apposta contro di lei. Ma è innegabile che nella sua vita ne ha viste tante. Arrivata negli Usa dalla nativa Galizia negli anni Sessanta e presto sposatasi con un imprenditore americano di origine siciliana, Conchita sembrava avviata verso una felicità stabile: lavorava come interprete per l’Onu e alla Camera di Commercio spagnola, aveva un marito che guadagnava bene e nel 1974 diede alla luce la sua unica figlia. Ma da lì in poi tutto andò in rovina. Il suo matrimonio finì in modo burrascoso, in tribunale. Lei sostiene tuttora che l’ex marito intratteneva una relazione ambigua con una cugina in Italia. L’uomo e la sua famiglia riuscirono invece a convincere il giudice che Conchita non era una madre affidabile. Come risultato, la donna perse lavoro, casa, e anche l’affidamento della figlia. Senza più niente e infuriata contro il sistema, decise di venire a protestare davanti alla Casa Bianca. Invano.
 
Attorno alla tenda di Conchita si raccolgono decine di turisti
In due è meglio. Fu a Washington che incontrò William Thomas, un pacifista militante che nel giugno 1981 aveva cominciato una veglia permanente sul marciapiede della Casa Bianca che dà su Lafayette Park. Conchita si unì a lui. Dopo due anni la polizia li fece spostare dall’altra parte della piazza, perché una nuova legge impediva ai dimostranti di stazionare nelle vicinanze del cancello presidenziale. Era solo il primo episodio di un tira e molla giudiziario che va avanti ancora oggi. La stessa Conchita racconta di essere stata arrestata sette volte. Nel tentativo di far sloggiare legalmente gli occupanti scomodi, le varie amministrazioni le hanno provate tutte: hanno imposto misure massime per i cartelloni e per le tende, vietando di dormire in un sacco a pelo sul marciapiede. Per combattere colpo su colpo nelle cause in corso, dopo qualche anno Thomas – che ha una moglie e Conchita chiama “il mio collega” – cominciò a occuparsi della parte legale e poi della gestione del sito della coppia. Lo studio di Thomas, non lontano dalla Casa Bianca, è utilizzato da Conchita anche come base di appoggio per i bisogni di ogni giorno. Per il mangiare, dice la donna, “mi aiuta una panetteria qui vicino, mi danno il pane del giorno prima”.
 
Conchita sa dire qualche parola in decine di lingue. Qui parla con un turista coreanoLa fatica della solitudine. Se nei primi anni vicino a Conchita si accampavano regolarmente gruppi pacifisti di tutto il mondo, da anni la donna è rimasta sola. A volte viene attaccata da vandali o da chi non la pensa come lei politicamente. Le hanno rubato cinque volte la bicicletta mentre dormiva. Non tutti sono gentili: davanti a me una madre americana e le due figlie adolescenti le passano davanti e ridono. “Perché mi prende in giro? – domanda Conchita – Il suo presidente è un criminale!”. “I don’t think so, he’s our man”, dice la donna con il tono di chi parla alla nonna un po’ tocca. Ciononostante, la piccola spagnola rappresenta ancora un’icona per molti. Lei attacca bottone con chiunque si fermi a leggere i suoi cartelli, dice di parlare sei lingue e sa reggere un discorso elementare in molte di più. "Are you Koreans? Speriamo di rivedere una Corea unita! Peace", dice ad alcuni turisti di Seul. A chi le chiede di dov’è, risponde sempre “sono cittadina del mondo”. Qualcuno mette degli spiccioli nel suo cestino, ma lei personalmente non chiede niente. A tutti spiega il perché della sua lotta, e dei quattro presidenti di cui è stata dirimpettaia – ma che non hanno mai voluto incontrarla – non salva nessuno. Reagan? “Quante botte ho preso”. Bush padre e Clinton? Conchita fa una smorfia che non ha bisogno di commenti. “Tutti uguali. Ma l’ultimo è peggio di tutti”.

Alessandro Ursic

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