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Dal 1981 a oggi gli Stati Uniti hanno avuto quattro diversi presidenti, repubblicani
e democratici. Ma di fronte al civico 1600 di Pennsylvania Avenue, dove ha sede
la Casa Bianca, una cosa è rimasta sempre uguale: Concepcion Martin Picciotto,
una minuta donna spagnola di ormai sessant’anni, ventiquattro dei quali trascorsi
conducendo una protesta testarda e solitaria contro la più grande potenza mondiale,
con l’obiettivo di sensibilizzare la gente sulla questione del disarmo nucleare.
D’estate e d’inverno, col sole e con la pioggia, Concepcion è sempre lì, accovacciata
sotto una tenda in mezzo a qualche straccio, una bottiglia d’acqua, ritagli di
giornale e cartelli pacifisti. “Bandite tutte le armi atomiche o divertitevi nel
giorno del giudizio”, si legge in uno di questi. Molti turisti si fermano a fare
qualche foto con lei, che ha una parola per tutti.
Chi è Conchita? “Where do you come from?”, chiede al giornalista italiano. “Ah, Italia. Di dove?”, e si china a rovistare
in una griglia che tiene vicino a sé. Tempo qualche secondo ed estrae la fotocopia
di un articolo della Repubblica, scritto nel 1988. Non è l’unico pezzo su di lei:
nel corso degli anni la sua storia è stata raccontata dalla stampa di mezzo mondo,
e non sempre in maniera positiva. Chi è veramente Concepcion – o Connie, o Conchita,
o Concetta, come si presenta lei a seconda della nazionalità di chi le parla –
rappresenta un mistero. Se alcuni la considerano una specie di eroina, altri la
trattano come una vecchia pazza. Il suo aspetto non la aiuta certamente: oltre
al prevedibile odore che esce da una tenda che è la sua unica casa, il sorriso
di Concepcion mostra tutti i segni del tempo e della scarsa igiene. In testa ha
uno strano fagotto: sotto una parrucca nera porta un casco, che si toglie solo
per dormire. “E’ per difendermi dalle aggressioni”, dice. Non ha caldo? “Oh sì,
tantissimo. Ma è per la polizia, non sa quante volte mi hanno picchiata”.
Una storia difficile. Magari non tutto quello che racconta la donna è vero. Per esempio, sostiene
di
avere sempre uno strano mal di gola perché di notte dalla Casa Bianca esce un
gas nocivo spruzzato apposta contro di lei. Ma è innegabile che nella sua vita
ne ha viste tante. Arrivata negli Usa dalla nativa Galizia negli anni Sessanta
e presto sposatasi con un imprenditore americano di origine siciliana, Conchita
sembrava avviata verso una felicità stabile: lavorava come interprete per l’Onu
e alla Camera di Commercio spagnola, aveva un marito che guadagnava bene e nel
1974 diede alla luce la sua unica figlia. Ma da lì in poi tutto andò in rovina.
Il suo matrimonio finì in modo burrascoso, in tribunale. Lei sostiene tuttora
che l’ex marito intratteneva una relazione ambigua con una cugina in Italia. L’uomo
e la sua famiglia riuscirono invece a convincere il giudice che Conchita non era
una madre affidabile. Come risultato, la donna perse lavoro, casa, e anche l’affidamento
della figlia. Senza più niente e infuriata contro il sistema, decise di venire
a protestare davanti alla Casa Bianca. Invano.
La fatica della solitudine. Se nei primi anni vicino a Conchita si accampavano regolarmente gruppi pacifisti
di tutto il mondo, da anni la donna è rimasta sola. A volte viene attaccata da
vandali o da chi non la pensa come lei politicamente. Le hanno rubato cinque volte
la bicicletta mentre dormiva. Non tutti sono gentili: davanti a me una madre americana
e le due figlie adolescenti le passano davanti e ridono. “Perché mi prende in
giro? – domanda Conchita – Il suo presidente è un criminale!”. “I don’t think so, he’s our man”, dice la donna con il tono di chi parla alla nonna un po’ tocca. Ciononostante,
la piccola spagnola rappresenta ancora un’icona per molti. Lei attacca bottone
con chiunque si fermi a leggere i suoi cartelli, dice di parlare sei lingue e
sa reggere un discorso elementare in molte di più. "Are you Koreans? Speriamo di rivedere una Corea unita! Peace", dice ad alcuni turisti di Seul. A chi le chiede di dov’è, risponde sempre
“sono cittadina del mondo”. Qualcuno mette degli spiccioli nel suo cestino, ma
lei personalmente non chiede niente. A tutti spiega il perché della sua lotta,
e dei quattro presidenti di cui è stata dirimpettaia – ma che non hanno mai voluto
incontrarla – non salva nessuno. Reagan? “Quante botte ho preso”. Bush padre e
Clinton? Conchita fa una smorfia che non ha bisogno di commenti. “Tutti uguali.
Ma l’ultimo è peggio di tutti”.Alessandro Ursic