
Sos della Comunità di Pace di San José di Apartado: i paramilitari hanno imposto
una sorta di embargo a tutte le merci che entrano nei loro territori e minacciano
chiunque tenti di violarlo.
Situazione tragica quella che stanno vivendo quei contadini colombiani che dal
1997 hanno scelto di proclamarsi neutrali nei confronti del conflitto civile,
perché scioccati da morte e maltrattamenti. Martoriati e decimati, hanno abbracciato
la neutralità e la non collaborazione, al fine di sopravvivere nella normalità.
Una normalità che però sembra sempre più un’utopia. Pur godendo dell’appoggio
della Corte interamericana per i diritti umani – che ha disposto misure provvisorie eccezionali a protezione della Comunità,
poi confermate nell’aprile scorso da una sentenza della Corte costituzionale colombiana
– questa gente ogni giorno è vittima di soprusi.
“Martedì 12 ottobre – denunciano – alle cinque del pomeriggio, alcuni nostri
concittadini erano appena saliti su un autobus diretti verso casa, quando cinque
paramilitari si sono avvicinati alla corriera, hanno fatto scaricare tutta la
merce che avevano a bordo e li hanno minacciati. ‘Non faremo più passare nulla
né verso né da San José’ hanno urlato, aggiungendo che avrebbero ucciso chiunque
si fosse azzardato a farlo”.
E gli episodi non si esauriscono qui. Appellandosi al sospetto che in quella
comunità si possano nascondere i guerriglieri delle Farc o dell’Eln, i paramilitari
scorazzano liberamente, imponendosi con prepotenza.
“Sabato 2 ottobre hanno addirittura fermato una minorenne, Uberlina Del Socorro
Delgado. L’hanno bloccata al posto di blocco di La Balsa, lungo la strada che
collega Apartado a San José. Erano le sedici, circa. Un uomo in uniforme, identificatosi
come ‘reinserito’, le si è avvicinato e l’ha accusata di essere una guerrigliera.
Subito, numerosi militari l’hanno circondata e ordinandole di confessare le hanno
proposto di entrare nel piano di reinserimento (si tratta di una sorta di programma
studiato per arruolare coloro che confessano e passano dalla loro parte). ‘Ma
io non sono una guerrigliera, non lo sono’, ha continuato a ripetere Uberlina
‘Lasciatemi stare’. Ma non hanno sentito ragioni”. Il comandante della truppa
sembra abbia cominciato ad urlare: “Se non collabori e ammetti la tua vera identità,
farai la stessa fine di Yorbelis Restrepo”. A Urbelina deve esserle gelato il
sangue: Yorbelis la conosceva bene, era della sua stessa comunità, la Comunità
di Pace, e da giorni era sparita, misteriosamente.
“Nel sentire tali minacce –
spiegano i rappresentanti di San Josè – la ragazza non ha potuto che sottostare
al loro

volere, accettando perfino di partecipare al piano di reinserimento. Alle sette
di sera era già nella stazione di polizia di Apartado. Gli agenti della Sezione
giudiziale (Sijin) l’hanno interrogata”.
A loro ha raccontato di nuovo la verità: “Non sono una guerrigliera. Ho avuto
paura, per questo sono qui”. Ma le domande si moltiplicavano e con esse le insinuazioni
che la comunità fosse un covo di guerriglieri mascherati dalle bandiere di pace.
La giovane non si è persa d’animo. Ha continuato a precisare la vera natura di
quella gente, che da sette anni ha scelto la neutralità e la tranquillità come
unica via per vivere in mezzo a un conflitto senza fine, senza ragioni, senza
senso.
Poi è arrivato il peggio. “Hanno accompagnato Uberlina a vedere il cadavere di
Yorbelis perché lo identificasse” raccontano dalla Comunità. Poi l’hanno condotta
di fronte al pubblico ministero, o presunto tale, che non ha lesinato di ricoprirla
di tartassanti domande, spesso pretestuose: “Secondo te hanno ucciso questa donna
perché era una guerrigliera? L’hanno uccisa perché legata sentimentalmente ad
Arturo, esponente storico dei ribelli?”. Inutili le accorate precisazioni della
ragazza: “Yorbelis non apparteneva alla guerriglia. Aveva una negozio e tre bambini
piccoli. Lavorava assiduamente per mantenere la sua famiglia. Era una donna semplice”.
Un botta e risposta che è durato ore.
Uberlina non ha mancato di raccontare al pubblico ministero tutto quanto avesse
notato in quello strano pomeriggio. E nemmeno l’incoerenza delle dichiarazioni
dei militari. A quanto affermato nei documenti ufficiali, l’esercito avrebbe ritrovato
il corpo di Yorbelis quello stesso giorno alle 18, ma allora i soldati come potevano
sapere della sua tragica fine già alle 16, quando hanno minacciato la ragazzina
di fare la stessa fine?
“Il giorno seguente è finalmente intervenuta la Defensorìa del Pueblo, che ha fatto chiarezza – precisano dalla Comunità – Sono trascorsi cinque giorni
prima che la lasciassero andare. Il sette ottobre, quando è stata riaccompagnata
a casa, al posto di blocco di La Balsa il capo dell’esercito le ha chiesto scusa:
‘Abbiamo commesso un errore’.”
La situazione in questo angolo di Colombia è indubbiamente disastrosa. “E questo
è solo uno dei tanti episodi. Mentre i paramilitari agiscono liberamente, assassinando,
rubando, istituendo blocchi e minacciando, la polizia e l’esercito si presentano
come osservatori e complici di tutto ciò – denunciano -. Lo Stato sa tutto. E’
evidente che stanno cercando di distruggere la Comunità. Col blocco pensano di
soffocarci, di farci morire di fame, di

rovinarci. Per questo chiediamo la solidarietà di tutti. Con il nostro grido
vogliamo far conoscere il terrore in cui si vive nell’Urabà. Vogliamo mostrare
la farsa delle tregue dei dialoghi tra Uribe e i paramilitari: essi continuano
a seminare morte e silenzio e a ingannare il Paese, il mondo intero. Ma noi ci
opponiamo, partendo proprio dai nostri principi. Il cinismo del governo è totale.
Il 28 settembre scorso il vice presidente, Francisco Santos, ci ha assicurato
che avrebbe impedito qualsiasi tentativo di distruzione della nostra comunità
e che nessun posto di polizia sarebbe mai stato istituito a San José. Invece,
in concreto, non fa assolutamente nulla, al contrario tutti stanno a guardare
e tacciono. Per questo ci appelliamo alla solidarietà nazionale e internazionale,
affinché i piani per distruggerci non diventino realtà. Noi crediamo fermamente
nel nostro cammino di pace a partire dalla solidarietà e della neutralità nei
confronti delle parti armati – concludono – . Abbiamo bisogno di tutti”.