La dottoressa Frozan, che lavora all’ospedale
Rabia Balkhi di Kabul, racconta la storia di una ragazza portata in
ospedale da sua madre due mesi fa. “Era al quinto mese di gravidanza.
Dentro il suo ventre aveva il feto di una bambina. Morta. Lei era piena
di lividi e non parlava. Sua madre mi ha detto che pochi giorni prima
aveva fatto l’ecografia, dalla quale si era visto che era incinta di
una femmina. Tornata a casa, suo marito è andato su tutte le furie: non
voleva una figlia femmina. E così l’ha selvaggiamente picchiata,
colpendola al ventre e sedendovisi sopra, così da provocarle un
aborto”.
Questo è un caso estremo, ma è assolutamente
normale che una donna incinta di una bambina venga maltrattata,
ripudiata o abbandonata. L’avvento di una figlia femmina è ancora
vissuto dagli afgani come una tragedia familiare, una sventura
tremenda, una vergogna. Molti sono i casi, soprattutto nelle
province afgane più conservatrici, di madri che, pur di non affrontare
la realtà di aver partorito una femmina, prima di tornare a casa
dall’ospedale scambiano la propria bambina appena nata con un bambino.
Spesso con la connivenza di medici e infermieri che magari, conoscendo
il marito di lei, sanno bene a cosa andrebbe incontro dicendo la
verità.
Se per una bambina afgana non è facile venire al
mondo, altrettanto difficile è rimanerci, o quantomeno rimanerci con
dignità pari a quella di un maschio. La scuola, il diritto
all’istruzione è il primo banco di prova sul quale si misura come,
ancora oggi, l’Afghanistan sia una società in cui alla donna è
riservato un ruolo intermedio tra l’uomo e l’animale domestico. “E’ sufficiente
che le ragazze imparino l’alfabeto – sostiene
un giovane mullah di campagna della provincia di Logar, Mir Wais –, non
hanno bisogno di ulteriore istruzione. Al massimo dovrebbero andare in
moschea per imparare a pregare. Da noi si dice: ‘Due posti per la
donna: la casa e la tomba’ ”.
Questo è quello che pensano i conservatori, i mullah più
integralisti, i nostalgici dei talebani. Queste sono le idee che
ispirano i gesti dello ‘squadrismo integralista’ che in tutto il paese
prende di mira le scuole che accettano anche le bambine, dandole alle
fiamme o semplicemente terrorizzando gli insegnanti al punto da farle
chiudere.
Lo scorso settembre, proprio nella provincia di Logar -
quella del sopracitato mullah - è stata attaccata una scuola
‘da campo’, di quelle fatte all’aperto sotto i tendoni bianchi
dell’Unicef. C’erano due tende: una per la classe maschile (frequentata
a turni da 750 bambini) e una per quella femminile (per 590 bambine).
Gli integralisti, durante la notte, hanno cosparso di benzina il
tendone femminile e vi hanno appiccato il fuoco, distruggendolo
completamente. Quello maschile è rimasto intatto.
Nella sola provincia di Zabul, secondo la polizia locale,
negli ultimi due anni e mezzo una quarantina di scuole femminili hanno
chiuso i battenti, metà a causa di incendi dolosi che le hanno
distrutte. Il risultato è che ora in questa provincia tremila
bambini e bambine non vanno più a scuola. Questo fenomeno, secondo i
dati dell’Unicef, è in continua crescita. Il ministero
dell’Istruzione tende a minimizzare, affermando che si tratta sempre di
una minoranza di casi rispetto al totale di settemila scuole operanti
su tutto il territorio nazionale. Ma quello che è successo lo
scorso 31 maggio a Kabul ha costretto le autorità a prendere atto della
gravità della situazione.
Quella mattina la piccola Hafizullah, dodici
anni, era andata a scuola, la Afshar School, periferia ovest
della capitale, in largo anticipo sull'orario d'inizio delle lezioni.
Nello stretto interstizio tra il muro della scuola e quello di una casa
adiacente ha notato uno strano oggetto: una zuppiera di terracotta con
dei fili elettrici che fuoriuscivano. L’ha mostrato a uno degli
insegnanti, che ha chiamato il preside, arrivato subito
accompagnato dalla polizia e da artificieri dell’esercito. “Dentro alla
zuppiera – ha raccontato Sayed Alim, capo del dipartimento di polizia
del quinto distretto di Kabul – c’era un panetto di esplosivo grande
come un sapone, e un timer fissato per le 9 in punto, quando la scuola
sarebbe stata piena di bambine. Loro fanno il turno di mattina, e i
maschi vengono il pomeriggio. Gli attentatori lo sapevano bene. Sarebbe
stata una strage, sarebbe stato il più grave attacco a una scuola
dall’epoca dei talebani”.
“Questa gente che pretende di agire in nome
dell’Islam infanga la nostra religione – ha commentato il mullah
Shaikzada, un religioso ‘liberale’ che vive a nord di Kabul –. Non sono
né mujaheddin né buoni musulmani, sono solo dei
criminali che agiscono contrariamente alla legge coranica della Sharìa, la quale
condanna fermamente l’uccisione
di persone innocenti”. “L’Islam, quello vero, non quello
predicato dai talebani qui in Afghanistan e dagli
integralisti in altri paesi, non prevede l’odio nei confronti
delle donne – afferma l’ayatollah Mohammed Asef Musini, leader del
partito islamico moderato Harakat-e-Islami – . Un
buon musulmano rispetta altamente le donne. Il nostro Profeta, ogni
volta che tornava a casa, baciava le mani di sua figlia Fatima, per la
quale nutriva un'immensa stima”.