05/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La condizione femminile in Afghanistan è la stessa dell'epoca talebana
Donna afganaLa dottoressa Frozan, che lavora all’ospedale Rabia Balkhi di Kabul, racconta la storia di una ragazza portata in ospedale da sua madre due mesi fa. “Era al quinto mese di gravidanza. Dentro il suo ventre aveva il feto di una bambina. Morta. Lei era piena di lividi e non parlava. Sua madre mi ha detto che pochi giorni prima aveva fatto l’ecografia, dalla quale si era visto che era incinta di una femmina. Tornata a casa, suo marito è andato su tutte le furie: non voleva una figlia femmina. E così l’ha selvaggiamente picchiata, colpendola al ventre e sedendovisi sopra, così da provocarle un aborto”.
 
Questo è un caso estremo, ma è assolutamente normale che una donna incinta di una bambina venga maltrattata, ripudiata o abbandonata. L’avvento di una figlia femmina è ancora vissuto dagli afgani come una tragedia familiare, una sventura tremenda, una vergogna. Molti sono i casi, soprattutto nelle province afgane più conservatrici, di madri che, pur di non affrontare la realtà di aver partorito una femmina, prima di tornare a casa dall’ospedale scambiano la propria bambina appena nata con un bambino. Spesso con la connivenza di medici e infermieri che magari, conoscendo il marito di lei, sanno bene a cosa andrebbe incontro dicendo la verità.
 
Se per una bambina afgana non è facile venire al mondo, altrettanto difficile è rimanerci, o quantomeno rimanerci con dignità pari a quella di un maschio. La scuola, il diritto all’istruzione è il primo banco di prova sul quale si misura come, ancora oggi, l’Afghanistan sia una società in cui alla donna è riservato un ruolo intermedio tra l’uomo e l’animale domestico. “E’ sufficiente che le ragazze imparino l’alfabeto – sostiene un giovane mullah di campagna della provincia di Logar, Mir Wais –, non hanno bisogno di ulteriore istruzione. Al massimo dovrebbero andare in moschea per imparare a pregare. Da noi si dice: ‘Due posti per la donna: la casa e la tomba’ ”.
 
Questo è quello che pensano i conservatori, i mullah più integralisti, i nostalgici dei talebani. Queste sono le idee che ispirano i gesti dello ‘squadrismo integralista’ che in tutto il paese prende di mira le scuole che accettano anche le bambine, dandole alle fiamme o semplicemente terrorizzando gli insegnanti al punto da farle chiudere.
 
Lo scorso settembre, proprio nella provincia di Logar - quella del sopracitato mullah - è stata attaccata una scuola ‘da campo’, di quelle fatte all’aperto sotto i tendoni bianchi dell’Unicef. C’erano due tende: una per la classe maschile (frequentata a turni da 750 bambini) e una per quella femminile (per 590 bambine). Gli integralisti, durante la notte, hanno cosparso di benzina il tendone femminile e vi hanno appiccato il fuoco, distruggendolo completamente. Quello maschile è rimasto intatto.
 
Nella sola provincia di Zabul, secondo la polizia locale, negli ultimi due anni e mezzo una quarantina di scuole femminili hanno chiuso i battenti, metà a causa di incendi dolosi che le hanno distrutte. Il risultato è che ora in questa provincia tremila bambini e bambine non vanno più a scuola. Questo fenomeno, secondo i dati dell’Unicef, è in continua crescita. Il ministero dell’Istruzione tende a minimizzare, affermando che si tratta sempre di una minoranza di casi rispetto al totale di settemila scuole operanti su tutto il territorio nazionale. Ma quello che è successo lo scorso 31 maggio a Kabul ha costretto le autorità a prendere atto della gravità della situazione.
 
Quella mattina la piccola Hafizullah, dodici anni, era andata a scuola, la Afshar School, periferia ovest della capitale, in largo anticipo sull'orario d'inizio delle lezioni. Nello stretto interstizio tra il muro della scuola e quello di una casa adiacente ha notato uno strano oggetto: una zuppiera di terracotta con dei fili elettrici che fuoriuscivano. L’ha mostrato a uno degli insegnanti, che ha chiamato il preside, arrivato subito accompagnato dalla polizia e da artificieri dell’esercito. “Dentro alla zuppiera – ha raccontato Sayed Alim, capo del dipartimento di polizia del quinto distretto di Kabul – c’era un panetto di esplosivo grande come un sapone, e un timer fissato per le 9 in punto, quando la scuola sarebbe stata piena di bambine. Loro fanno il turno di mattina, e i maschi vengono il pomeriggio. Gli attentatori lo sapevano bene. Sarebbe stata una strage, sarebbe stato il più grave attacco a una scuola dall’epoca dei talebani”.
 
“Questa gente che pretende di agire in nome dell’Islam infanga la nostra religione – ha commentato il mullah Shaikzada, un religioso ‘liberale’ che vive a nord di Kabul –. Non sono né mujaheddin né buoni musulmani, sono solo dei criminali che agiscono contrariamente alla legge coranica della Sharìa, la quale condanna fermamente l’uccisione di persone innocenti”. “L’Islam, quello vero, non quello predicato dai talebani qui in Afghanistan e dagli integralisti in altri paesi, non prevede l’odio nei confronti delle donne – afferma l’ayatollah Mohammed Asef Musini, leader del partito islamico moderato Harakat-e-Islami – . Un buon musulmano rispetta altamente le donne. Il nostro Profeta, ogni volta che tornava a casa, baciava le mani di sua figlia Fatima, per la quale nutriva un'immensa stima”.
 
Enrico Piovesana
Categoria: Diritti, Donne
Luogo: Afghanistan
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