In Afghanistan il pane, il nan, non è un alimento di accompagnamento, è la
base di ogni pasto. Anche in senso letterale, dato che spesso funziona
anche come piatto sul quale si servono il riso, i fagioli e, quando
c’è, la carne, mangiando tutto insieme. Ma questa non è la
norma. Per la maggior parte degli afgani, infatti, il pane è l’unico
alimento della loro dieta. Le famiglie più povere, come dire la
maggioranza della popolazione, mangiano solo pane: nan e chai, il tè: questo c’è
sulle loro tavole, pardon, sulle stuoie che vengono stese sul
pavimento quando si mangia seduti per terra sui cuscini.
Come in qualsiasi altro paese, anche in Afghanistan ci sono
tanti tipi diversi di pane a seconda della regione. Quello più comune è
però quello di Kabul: piatto, una sorta di base da pizza oblunga, di
circa mezzo metro di lunghezza. Il sapore è molto simile a quello della
nostra pizza. Appena sfornato è morbido e croccante. Quando si
raffredda diventa più duro e gommoso. Per questo i bambini
che vengono mandati dal fornaio vanno sempre di
corsa, per arrivare a casa con il pane ancora caldo.
Il nan viene fatto a mano
nelle centinaia di forni artigianali sparsi per la città: piccole
botteghe d'altri tempi formate da un piano rialzato su cui i panettieri
impastano i pani dando loro la forma, lanciandoli in aria e
facendoli roteare, proprio come i nostri piazzaioli. Spesso capita che
nell'impasto rimangano imprigionate anche le mosche che svolazzano
nella bottega, come ovunque in Afghanistan, sopratutto nella stagione
calda. I pani vengono poi messi a cuocere nei forni a legna
sotto il piano rialzato della bottega, e poi appesi fuori dal negozio
e venduti, per legge, a venti afgani (circa 30
centesimi di euro) al pezzo. E per legge, ogni pezzo di pane dovrebbe
pesare 200 grammi. Questo stabiliva fino ad oggi il calmiere deciso dal
governo.
Peccato però che, per far fronte
all’aumento del prezzo della farina, che viene acquistata all’estero in
valuta americana, i fornai di Kabul abbiano gradualmente diminuito il
peso di ogni pane, che oggi è in media di 150 grammi. La gente ha
protestato, ma il governo ha risposto di non avere soldi e
personale per organizzare un sistema di controllo su tutte le
panetterie della città per verificare il peso dei pani venduti. Quindi
le autorità hanno deciso di tagliare la testa al toro e di cambiare
sistema: stabilire il prezzo non al pane ma a peso, nella misura di 15
afgani al chilo.
A questo punto i
panettieri sono insorti e hanno deciso di scioperare. Una mattina di
fine giugno, tutti i forni di Kabul sono rimasti chiusi, gettando la
città nel panico. Mohammed Karim, del quartiere di Qali
Zamaan Khan, era furioso. “Nella mia famiglia si mangia solo pane e tè
dolce: cosa do da mangiare ai miei figli se non c’è più pane?”. Khadija, giovane
insegnante di scuola media, il giorno dello
sciopero non è andata al lavoro; è rimasta a casa a cuocere il pane per
la famiglia. E come lei molte altre donne di Kabul. Ma c’è
anche chi, quel giorno, era raggiante: i venditori di gallette, che
hanno fatto affari d’oro, con la coda di clienti fuori dai loro negozi.
“Il governo non può costringerci a vendere il pane a questo
prezzo – aveva dichiarato Haji Nejatullah, presidente dell’associazione
dei fornai di Kabul, all’agenzia Iwpr – perché adesso a noi costa molto
di più produrlo a causa dell’aumento del prezzo della farina. Se non ci
ascoltano sciopereremo ancora, lasciando la città senza pane”. Il governo si è
mostrato irremovibile, anche se poi,
davanti alla minaccia di nuovi scioperi e di fronte all’eventualità che
milioni di persone rimanessero ancora senza pane, cioè senza
cibo, le autorità sono scese a un piccolo compromesso: il nuovo
calmieramento sarà introdotto comunque, ma a 16 invece che a 15 afgani
al chilo. L’associazione dei panettieri ha accettato, stabilendo una
tregua nella guerra del pane.