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“Secondo fonti mediche che continuano nonostante tutto a operare in città, i
morti a Falluja sarebbero più di 600”. John Sloboda, capo ufficio stampa di Iraq Body Count, il sito internet indipendente che si occupa di monitorare le vittime civili
della guerra in Iraq, ha risposto così ieri in un’intervista del sito al-Jazeera.
“Le stime del ministero della Sanità iracheno si fermano a 280”, racconta Sloboda,
“ma le nostre fonti mediche e i testimoni oculari confermano questi dati e sostengono
che almeno 300 morti di questi 600 sono donne e bambini.”
“Il numero altissimo di vittime civili”, sostiene Sloboda, “è facilmente spiegabile
con l’uso massiccio dei bombardieri, che martellano da mesi la città. Questa tecnica
di combattimento, per sua stessa natura, comporta terribili conseguenze sui non-combattenti.
La stragrande maggioranza delle vittime risale a un periodo precedente il 12 aprile
2004, quando a molte donne e bambini fu consentito di abbandonare la città”.
L’accanimento sulla cittadina di Falluja, assediata e bombardata da mesi, si
giustificherebbe, nell’opinione delle forze della Coalizione, con la necessità
di catturare quest’uomo e i suoi fedelissimi. Resta da capire se questo è possibile
e, come sostengono in molti, se è necessario. Un mare d’ipotesi quindi, con poche
certezze. Una di queste è il massacro di Falluja.
Quasi tutte le informazioni che giungono da Falluja raccontano infatti di una
città semideserta e rasa al suolo, dove manca tutto, dai generi alimentari alle
medicine, per non parlare delle condizioni igienico-sanirtarie delle strutture
mediche sottoposte da mesi a una pressione enorme.
“Questa è l’ultima occasione. Invito i notabili e i capi tribù di Falluja a riprendere
i negoziati per trovare una soluzione politica alla vicenda”.
Questo il testo del comunicato diffuso ieri dall’ufficio del premier iracheno
Allawi nel pomeriggio di ieri.
Un ultimatum insomma, anche se per lo meno singolare, visto e considerato che
Falluja è una città fantasma.
Il testo di Allawi fa un chiaro riferimento a un eventuale assalto finale alla cittadina dove, secondo fonti dei servizi segreti della coalizione, si nasconderebbe Musab al-Zarqawi, il terrorista di origine giordana che sarebbe il vero punto di riferimento della resistenza in Iraq, nonché il principale collegamento nel Paese con la rete di al-Qaeda che fa capo ad Osama bin Laden.
Tutte supposizioni certo, avvalorate da comunicati su siti internet e da video dove, sempre secondo gli esperti militari, in alcuni casi sarebbe lo stesso al-Zarqawi il boia. Supposizioni però, visto e considerato che in molti, a cominciare dalla natia Giordania, dubitano fortemente che una figura di secondo piano come al-Zarqawi possa rivestire un ruolo così importante in Iraq. Quello che oggi viene presentato come uno spietato terrorista internazionale, viene infatti ricordato in patria come un ladro di mezza tacca, convertitosi all’Islam solo dopo uno degli innumerevoli periodi di detenzione.
Falluja è un po’ il simbolo di un Paese che è passato in un anno e mezzo dal
giogo della dittatura all’inferno dell’occupazione militare e della guerra. Una
ricerca dell’autorevole centro John Hopkins’Bloomberg School of Public Health di Baltimora negli Stati Uniti, pubblicata ieri dalla rivista Lancet, parlava
di “100 mila morti in Iraq dall’invasione del Paese nel 2003”. Il dato, come specifica
la ricerca, si basa sull’incidenza della guerra nelle vite delle persone che ne
sono travolte.
Questo per sottolineare che in guerra non si muore solo sotto le bombe, ma anche perché la qualità della vita diventa impossibile. “Il rischio di morire nell’Iraq del dopo invasione è cresciuto di 53 volte rispetto al periodo prima della guerra”, dice Les Roberts, uno dei medici che ha condotto la ricerca.
Le forze della coalizione sembrano sorde di fronte a tutto questo. Il 1 novembre
prossimo comincerà la distribuzione delle schede elettorali che continuerà per
sei mesi. Sembra un’assurdità di fronte a questi dati raggelanti, ma la politica
ha le sue scadenze e, come sempre, non saranno certo le vittime civili di un conflitto
a posticiparle.
Christian Elia