Matteo Colombi
Nel panorama non
esaltante dei mass media americani, i piccoli spazi di giornalismo
d’inchiesta di giornalismo critico, ed accurato vanno sempre più
restringendosi.
Già sotto Clinton, varie agenzie governative
hanno incominciato a produrre pseudo-news, confezionate per passare
inosservate e poi rivendute alle stazioni commerciali locali.
Propaganda governativa, propaganda aziendale e di lobby viene passata
come reportage.
Disinformazione a pieno ritmo. Sotto George Bush le
tecniche dell’Amministrazione Clinton sono state fatte andare a pieno ritmo,
con un aumento in termini di soldi a quantità di ‘notizie e
reportage’ preconfezionati, e addiritura si spendono soldi pubblici per
comprarsi i servizi di alcuni opinion makers (vedi nota 1).
Il governo ed i potenti di turno sono poi assistiti da molti
giornalisti ed editori anche quando questi ultimi scrivono i propri
pezzi. Il numero ristretto di fonti originarie, la riduzione dei
budget delle testate e la moltiplicazione dei possibili canali di
diffusione rende il sistema di informazioni sempre più aperto a
materiali preconfezionati, e quindi a condizionamenti indebiti e
strategie di disinformazione.
Scott McLellan,
portavoce di Bush, ha apertamente dichiarato che la stampa non fa
parte del sistema di pesi e contrappesi istituzionali della
democrazia, ma è piuttosto un’altra lobby, un altro gruppo di
interesse tra i molti tutti ugualmente legittimi.
La tv pubblica. In questo contesto
già desolante, in una TV pubblica già comunque orientata verso
le classi medio-alte per contenuti, i Repubblicani hanno lanciato un
attacco serrato mediante il nuovo chairman della
Public Broadcasting
Corporation per riorientare la Tv pubblica a destra (TV pubblica che è
in realtà una rete di tv locali che ricevono fondi pubblici e
donazioni da parte di fondazioni e individui - vedi nota 2).
L’attacco sferrato
da Kenneth Tomlison va in varie direzioni, ma non ha molta strada da
compiere. Perlopiù le Tv pubbliche mostrano un insieme di show
culinari, di viaggi e svago, musica classica e concerti, show per i
bambini senza pubblicità, teleuniversità e informazioni locali.
Troppo liberal, licenziato. In questa selva
apolitica, un programma indigesto alla destra è stato il programma
giornalistico condotto da Bill Moyers ‘Now with Bill Moyers’. Percepito come
troppo
liberal, questo importante decano del giornalismo di inchiesta è
stato licenziato sei mesi fa. Adesso al suo posto, invece di
inchieste possiamo visionare ‘reportage’ dall’Iraq scritti su
misura per l’Amministrazione Bush.
Le mani sulla Tv pubblica. Gli editorialisti
del Wall Street Journal, capitalisti ed imperialisti dichiarati, veri
nitscheani, hanno ottenuto in regalo mezz’ora alla settimana in cui
minacciare guerre, suggerire distruzioni, e sfruttamenti. Se nel
2002 un film su Emergency in Afghanistan è stato messo in onda
sulla Pbs, sfuggito ai censori, presentato sotto la rubrica Pov
(Point of View: Punto di Vista), adesso, nel 2005, al mercoledi’
sera ci mostrano un filmato che passa per documentario, dedicato alle
‘coraggiose ed onorevoli forze armate’. Una specie di film
solipsistico girato in tre giorni in Iraq, in cui i bambini sono
sempre amichevoli, il bazaar della Base ‘Camp Liberty’ a Baghdad è
mostrato come esempio della libera impresa ed imprenditorialità
latente degli Iracheni, ed un giovane uomo Americano vestito da fante
ci informa di future decisioni del governo iracheno, senza che sia
mai identificato.
La verità o la spartizione delle bugie. Come ha detto Moyers a Amy
Goodman, su Pacifica Radio: “...uno dei motivi
per cui sono nei guai è che i miei colleghi ed io a “Now” non
abbiamo giocato secondo le regole del giornalismo della Beltway
(Washington, D.C., ndr). Tali regole suddividono il mondo in
democratici e repubblicani, liberal e conservatori, e permettono ai
giornalisti di far finta d’aver fatto il proprio mestiere se,
invece di raccontare i fatti che si nascondono sotto le notizie,
danno un opportunità di manipolare l’informazione a ciascuna
delle due parti.”