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I giudici bengalesi hanno respinto oggi l'appello presentato da Muhammad Yunus relativo alla decisione, presa lo scorso marzo dalle autorità nazionali, di estromettere l'economista dalla dirigenza della Grameen Bank, l'istituto per il microcredito da lui stesso fondato e che gli è valso il Premio Nobel per la Pace nel 2006.
Secondo quanto affermato dal Ministro delle Finanze Abul Maal Muhith Abudl, Yunus sarebbe “troppo vecchio” per rimanere a capo della “Banca dei Poveri”, dato che, in Bangladesh, la legge sul pensionamento prevede che gli incarichi dirigenziali vengano lasciati al raggiungimento del sessantesimo anno di età e l'economista è ormai alla soglia dei 71.
Dietro l'apparente motivazione anagrafica sembrano, però, celarsi questioni ben più profonde, come sottolineato dallo stesso Yunus, e legate agli attriti politici sorti nel 2007 tra l'allora leader del partito di maggioranza Hasina Wajed (attualmente al Governo) e l'economista bengalese, deciso a fondare un partito politico (Potere del Cittadino), in seguito al colpo di Stato militare.
Nel 2010, inoltre, a gettare benzina sul fuoco giunse un documentario del giornalista danese, Tom Heinemann, che insinuava irregolarità nella gestione della banca, offrendo così al governo bengalese il pretesto per avviare delle indagini.
Un allontanamento forzato, dunque, sollecitato da un Governo che detiene il 25 per cento della banca e che teme sostanzialmente la forte autonomia che ha da sempre contraddistinto il progetto di Yunus: la Grameen Bank infatti, oltre a essere scollegata dagli apparati governativi, ha sempre rifiutato le proposte di finanziamento da parte della Banca Mondiale.
Parole chiave: Grameen Bank, Muhammad Yunus