02/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La situazione boliviana sempre appesa a un filo. Intanto le manifestazioni sfociano in violenze.
Scritto per noi da
Mirko Pozzi
 
Lancio di lacrimogeni per le strade di La PazLa Bolivia è ripiombata in uno stato di caos sociale di proporzioni preoccupanti.
Fra voci di golpe militare e richieste di dimissioni presidenziali, almeno 700mila persone si sono radunate intorno al parlamento di La Paz, tentando di assaltarlo, per chiedere la nazionalizzazione degli idrocarburi e la convocazione di un’Assemblea Costituente. I manifestanti hanno chiuso le strade di accesso alla città e hanno bloccato l’aeroporto. La crisi è esplosa come non mai e ormai il paese sembra ingovernabile. Il presidente Carlos Mesa ha anche fatto sapere, contrariamente a quanto affermato nella campagna elettorale del 2003, che sarà disposto a ordinare anche l’uso delle forze armate per fermare la protesta sociale. La polizia ha già attaccato i manifestanti disperdendoli con idranti e lacrimogeni durante le proteste del 31 maggio scorso. Anche se, nonostante tutto, in questo senso il governo di Mesa si sta distinguendo dal pugno di ferro dei suoi predecessori che gli scorsi anni hanno causato decine di morti.
Ma la situazione è di un'inedita complessità: la disgregazione sociale sembra essere arrivata a un punto di non ritorno. Il paese, oggi, si presenta spaccato in gruppi estremamente eterogenei, tutti per le strade a rivendicare e pretendere l'immediata soddisfazione dei loro particolari interessi di classe.
Cerchiamo di riassumere la situazione.
 
Scontri di piazza in BoliviaI contendenti. Gli Aymara dell’altopiano, la zona di Cochabamba, pretendono l'immediata nazionalizzazione del gas, in opposizione alla nuova contestatissima legge sugli idrocarburi che, ancora una volta, concede lo sfruttamento delle risorse di gas boliviane a condizioni favorevoli per le multinazionali del petrolio.
Altri settori sociali, tra cui il Mas di Evo Morales, il movimento al Socialismo, partito dell’opposizione, e i cocaleros, invece, spingono affinché l'Assemblea Costituente sia finalmente convocata per ridare un assetto giuridico più corrispondente alla realtà multietnica del paese.
La potentissima élite industriale di Santa Cruz, anima della famigerata Nación Camba, reagisce pretendendo un regime del tutto autonomo per la sua regione. Visti i ritardi di una definizione a livello nazionale di una qualche forma di decentramento amministrativo, alcuni giorni fa hanno auto-proclamato un referendum regionale istitutivo dell’autonomia. Una specie di provocazione che ha dell’indipendentismo.
 
Soluzioni? C’è chi chiede la I manifestanti chiusura del parlamento, chi le dimissioni di Mesa, chi la frammentazione del paese in regioni. Insomma: tutti contro tutti. Sembra che le grandi questioni irrisolte della Bolivia siano arrivate nello stesso tempo alla fase finale.
E la ingovernabilità è tanta e tale che si rincorrono, sempre più frequenti, le voci di un possibile golpe militare.
Le prospettive non sono buone. Se Mesa rinuncia, il presidente costituzionale diventa Hormando Vaca Diez, del Mir (Movimiento de la Izquierda Revolucionaria) attuale presidente del parlamento, uomo della classe politica tradizionale. Ed è facile intuire che la Bolivia sprofonderebbe negli scontri di piazza, come quelli che videro protagonisti gli indigeni nell’ottobre del 2003 e che culminarono con la cacciata dell’ex presidente Gonzalo Sanchez de Losada. Se il processo di autonomia di Santa Cruz non sarà tenuto sotto controllo e nei limiti della legalità il paese rischia l’atomizzazione.
La situazione è tanto complessa che una valutazione serena di ciò che sta accadendo è impossibile. Anche i politologi più preparati ammettono la loro incapacità di leggere l’attualità boliviana e prevedere i possibili sbocchi.
Quel che è certo è che questo momento segna una vittoria dei settori finanziari e politici legati alle multinazionali del petrolio.
 
Le illusioni. Dopo lo “octubre negro” del 2003, sembrava aprirsi per il paese una fase di democratizzazione, di una più equa redistribuzione delle ricchezze, di una riappropriazione delle risorse naturali del paese, di un rinato rispetto per le popolazioni indigene che da millenni vivono in questa parte dell’America Latina. Ma i partiti politici tradizionali e l’élite economico-finanziaria non sono state a guardare e hanno continuato il loro gioco. Sono riusciti a dividere i settori sociali e metterli contro il presidente Mesa, hanno creato una confusione sociale e un’insicurezza politica che giova solo a chi vuole destabilizzare ed esportare petrolio senza essere fiscalizzato.
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Bolivia
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