La situazione boliviana sempre appesa a un filo. Intanto le manifestazioni sfociano in violenze.
Scritto per noi da
Mirko Pozzi
La Bolivia è ripiombata in uno stato di caos sociale di proporzioni preoccupanti.
Fra voci di golpe militare e richieste di
dimissioni presidenziali, almeno 700mila persone si sono radunate
intorno al parlamento di La Paz, tentando di assaltarlo, per
chiedere la nazionalizzazione degli idrocarburi e la convocazione di
un’Assemblea Costituente. I manifestanti hanno chiuso le strade di
accesso alla città e hanno bloccato l’aeroporto. La crisi è
esplosa come non mai e ormai il paese sembra ingovernabile. Il
presidente Carlos Mesa ha anche fatto sapere, contrariamente a quanto
affermato nella campagna elettorale del 2003, che sarà disposto a
ordinare anche l’uso delle forze armate per fermare la protesta
sociale. La polizia ha già attaccato i manifestanti disperdendoli con
idranti e lacrimogeni durante le proteste del 31 maggio scorso.
Anche se, nonostante tutto, in questo senso il governo di Mesa si sta
distinguendo dal pugno di ferro dei suoi predecessori che gli
scorsi anni hanno causato decine di morti.
Ma la situazione è di un'inedita complessità: la disgregazione
sociale sembra essere arrivata a un punto di non ritorno. Il paese, oggi, si presenta spaccato in gruppi estremamente eterogenei,
tutti per le strade a rivendicare e pretendere l'immediata soddisfazione dei
loro particolari interessi di classe.
Cerchiamo di riassumere la situazione.
I contendenti. Gli Aymara dell’altopiano, la zona di Cochabamba, pretendono l'immediata nazionalizzazione del gas, in opposizione alla nuova
contestatissima legge sugli idrocarburi che, ancora una volta, concede lo sfruttamento
delle risorse di gas boliviane a condizioni favorevoli per le multinazionali del
petrolio.
Altri settori sociali, tra cui il Mas di Evo Morales, il movimento al Socialismo, partito dell’opposizione, e i cocaleros, invece,
spingono affinché l'Assemblea Costituente sia finalmente convocata per ridare
un assetto giuridico più corrispondente alla realtà multietnica del paese.
La potentissima élite industriale di Santa Cruz, anima della famigerata Nación Camba, reagisce pretendendo un regime del tutto autonomo per la sua regione. Visti
i ritardi di una definizione a livello nazionale di una qualche forma di decentramento
amministrativo, alcuni giorni fa hanno auto-proclamato un referendum regionale
istitutivo dell’autonomia. Una specie di provocazione che ha dell’indipendentismo.
Soluzioni? C’è chi chiede la
chiusura del parlamento, chi le dimissioni di Mesa, chi la frammentazione del
paese in regioni. Insomma: tutti contro tutti. Sembra che le grandi questioni
irrisolte della Bolivia siano arrivate nello stesso tempo alla fase finale.
E la ingovernabilità è tanta e tale che si rincorrono, sempre più frequenti,
le voci di un possibile golpe militare.
Le prospettive non sono buone. Se Mesa rinuncia, il presidente costituzionale
diventa Hormando Vaca Diez, del Mir (Movimiento de la Izquierda Revolucionaria)
attuale presidente del parlamento, uomo della classe politica
tradizionale. Ed è facile intuire che la Bolivia sprofonderebbe negli
scontri di piazza, come quelli che videro protagonisti gli indigeni
nell’ottobre del 2003 e che culminarono con la cacciata dell’ex
presidente Gonzalo Sanchez de Losada. Se il processo di autonomia di
Santa Cruz non sarà tenuto sotto controllo e nei limiti della legalità
il paese rischia l’atomizzazione.
La situazione è tanto complessa che una valutazione serena di ciò che sta accadendo
è impossibile. Anche i politologi più preparati ammettono la loro incapacità di
leggere l’attualità boliviana e prevedere i possibili sbocchi.
Quel che è certo è che questo momento segna una vittoria dei
settori finanziari e politici legati alle multinazionali del petrolio.
Le illusioni. Dopo lo “octubre negro” del 2003, sembrava aprirsi per il paese una fase di democratizzazione,
di una più equa redistribuzione delle ricchezze, di una riappropriazione delle
risorse naturali del paese, di un rinato rispetto per le popolazioni indigene
che da millenni vivono in questa parte dell’America Latina. Ma i partiti politici
tradizionali e l’élite economico-finanziaria non sono state a guardare e hanno
continuato il loro gioco. Sono riusciti a dividere i settori sociali e metterli
contro il presidente Mesa, hanno creato una confusione sociale e un’insicurezza
politica che giova solo a chi vuole destabilizzare ed esportare petrolio senza
essere fiscalizzato.