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Scritto per noi da
Simona Bottoni
"Le vittime di violazioni dei diritti umani e le loro famiglie hanno diritto di conoscere la verità sulle circostanze di queste violazioni, i motivi per cui sono state perpetrate e l'identità dei perpetratori". Queste le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon nel suo messaggio per la prima giornata mondiale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e la dignità delle vittime. La giornata ricorre nell'anniversario dell'assassinio di Mons. Oscar Romero - arcivescovo di San Salvador - ucciso dagli squadroni della morte nel marzo del 1980 mentre celebrava la messa con l'intento di mettere a tacere un ardente avversario della repressione. Per l'occasione l'Associazione Libera ha organizzato, qualche giorno fa, un incontro a Palazzo Valentini a Roma cui hanno partecipato Don Luigi Ciotti, la giornalista Rai ed editorialista de La Stampa Lucia Annunziata, la giornalista messicana Anabel Hernandez. Agli ospiti è stato chiesto di illustrare in che modo la loro vita avesse incontrato il diritto alla verità. La Hernandez, che nel dicembre scorso ha presentato il suo ultimo libro "Senores del narco" - un'inchiesta in cui svela i collegamenti tra narcotrafficanti, governo e polizia messicani - ha risposto che "In Messico dire la verità è molto difficile: perché va contro imprenditori e politici e perché i cittadini non vogliono ascoltarla (verrebbero messi di fronte alle loro responsabilità: il non far nulla per impedire la corruzione dilagante dei potenti)". Poi ha parlato della sua dolorosa esperienza personale:"Mio padre è stato sequestrato ed assassinato da una delle centinaia di bande che agiscono in Messico ed ancora oggi non sappiamo chi l'abbia ucciso. Questa è stata la spinta per portare avanti le mie investigazioni". Ed ha aggiunto:"La pubblicazione del mio ultimo libro ha spinto un Ministro dell'attuale Governo a minacciarmi di morte. La ricerca della verità, per me, quindi, ha avuto un prezzo molto alto ma sono orgogliosa di farlo e voglio continuare a farlo. Se le persone vedono che una donna comune come me può dire la verità, allora si faranno coraggio e si chiederanno cosa possano fare anche loro. Quel che faccio collegato a quel che fanno tante altre persone può produrre un cambiamento". Lucia Annunziata ha testimoniato la sua esperienza di inviata in El Salvador tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80:"La storia di quella terra era dominata da preti e suore; l'Università cattolica di San Salvador era gestita dai gesuiti; le undici chiese del paese erano luoghi di ritrovo per la ricerca della verità. In due anni di rivoluzione ci furono oltre 600.000 morti su una popolazione totale di 6 milioni". Poi la Annunziata ricorda il suo incontro con Mons. Romero:"Mi disse di andare a messa tutte le domeniche. Sul momento non compresi queste parole: venivo da Roma, la capitale della cristianità per sentirmi dire di andare a messa? Poi ci andai e capii che quelle erano le occasioni in cui si poteva dire, ascoltare e difendere la verità". La Annunziata ha fatto, poi, alcune riflessioni sull'informazione in Italia:"E' l'unico paese tra i primi 10 al mondo ad avere tutti i grandi gruppi editoriali in mano ad imprenditori e non ad editori puri. In questa situazione non sempre si riesce a dire ciò che si vorrebbe o dovrebbe dire. L'intreccio tra editori, imprenditori e politica è così forte che il giornalista ne viene schiacciato e spesso è indotto a chiedersi se davvero vuole dirla quella tale verità". Infine, Don Luigi Ciotti ha ricordato due sacerdoti che alla ricerca della verità hanno sacrificato la loro vita: Don Peppe Diana, ucciso nel 1994 a Castel di Principe dalla camorra per il suo impegno civile contro il clan dei casalesi; e Don Pino Puglisi, ucciso nel 1993 a Palermo dalla mafia per il suo impegno concreto contro la criminalità. Don Ciotti ha voluto ripetere le parole di Francesco Marino Mannoia, pentito di mafia, riferite dal magistrato che le verbalizzò:"La mafia ora tocca anche la Chiesa perché interferisce e la ostacola; prima, quando non lo faceva, la Chiesa era considerata sacra anche dalla mafia". E poi conclude:"Nell'ultima omelia di Don Puglisi c'è la sua condanna a morte perché dice che la Chiesa deve educare i ragazzi al rifiuto della mafia. Quel che mi auguro - dice Don Ciotti - è che la Chiesa abbia più coraggio".