Un giornalista racconta il suo Paese. Quello visibile e quello invisibile
“L’Iran è
diviso. Quella che si definisce società civile (i cittadini per usare
un termine diretto) è molto più evoluta e consapevole del governo e
delle forze che lo appoggiano. Questo è l’elemento centrale da
comprendere per cercare di capire il Paese”. Ahmad Rafat vive in Italia
da molti anni, fin da quando frequentava l’università a Firenze. Oggi è
un giornalista e dirige l’ufficio che, per l’importante settimanale
spagnolo ‘Il Tiempo’, si occupa del Bel Paese e del Medioriente.
“Noi iraniani – continua Rafat -abbiamo una
fortissima identità nazionale. A Tel Aviv ho fatto una scoperta. Gli
ebrei arrivati da ogni parte del mondo mantengono le proprie
radici culturali costruendo dei circoli. Per esempio:
Associazione degli ebrei di origine russa, ucraina o francese. Noi
siamo gli unici ad aver scelto una formula diversa.
La nostra è quella degli iraniani abitanti in Israele”.
L’ufficio del giornalista, a Roma,
ricorda una vecchia redazione del dopoguerra. La scrivania, antica,
grande e di legno scuro scolpito, è ingombra di libri, carte,
documenti, ma non c’è un computer. Su un armadio, coevo del tavolo, un
elmetto bianco, una maschera antigas, un cappello da ufficiale di
quella che fu l’Armata rossa. Ricordi di viaggio per un uomo dai
capelli quasi bianchi, la barba cortissima , due larghe bretelle da
cronista. Sprofondato nella sua poltrona è un professionista di altri
tempi, al lavoro per dodici ore al giorno. Quando va bene. Le
tecnologie moderne ci sono e lui le maneggia con grande abilità, ma le
ha relegate in un angolo.
Rafat va avanti
nel suo racconto: “I giovani sono la maggioranza della popolazione.
Hanno aspirazioni, volontà e sogni in rotta di collisione con
l’orientamento del governo islamico. Il presidente Mohammad Khatami fu
eletto nella speranza che lo scenario politico cambiasse in profondità.
Lui neppure poteva essere considerato un riformatore. Era uno studioso
e amava i suoi libri, le letture, i testi sacri. Proprio i sentimenti
popolari, le pressioni di una società inquieta, lo hanno convinto a
scegliere una strada di rinnovamento. L’esperimento è fallito e oggi
forse neppure lo voterebbero più. I giovani, gli studenti, con le
manifestazioni dei mesi passati, hanno provato ad imporre una
trasformazione. La repressione è stata durissima e continua senza sosta
anche in questi giorni. Per cui adesso siamo in pieno
riflusso. Mi sembra quasi non credano più alla
possibilità di ottenere le riforme in modo pacifico. Si sono messi a
studiare per terminare il prima possibile le scuole e partire, andare
via, all’estero”.
Alle spalle del
giornalista una grande fotografia: lui in piedi su un rottame di ferro. E' un
pezzo della enorme statua di Saddam Hussein, abbattuta con furia
iconoclasta a Baghdad lo scorso anno, poche ore dopo l’arrivo delle
truppe della Coalizione. Testimonianza di uno dei tanti reportage fatti
in giro per il mondo.
“Adesso l’Iran
aspetta – continua Rafat - e parlando con i
cittadini si percepisce come la minaccia di una aggressione
americana sia desiderata da una parte rilevante della
popolazione. Un modo per liberarsi dalla morsa
conservatrice dal regime. Secondo una ricerca del Ministrero
degli Interni della Repubblica Islamica, quasi la
metà dei giovani ha pensato al suicidio. Il consumo
di alcool è molto elevato. Sebbene vietato, il governo ne consente il
consumo ai non islamici. Così la comunità armena lo può commerciare al
suo interno. Di qui la possibilità di trovarlo di
contrabbando. Circola molta droga. Un altro aspetto, rilevato
da una università canadese e del tutto ignoto a
molti, è interessantissimo: oltre il 50 per cento di tutti i
blog nel mondo sono iraniani. Il blog è uno spazio virtuale in
Internet. Gestito da singoli navigatori, consente di pubblicare in
tempo reale notizie, informazioni o storie di ogni genere. E' un nuovo
modo per esprimersi in rete in
modo facile. Loro scrivono di tutto, di se stessi, di sesso, di
politica. Insomma, da questo si intuisce come la società iraniana sia
attiva, in movimento. Oggi ci sono addirittura giornali di moda
islamica, impensabili fino a qualche anno fa. Eppure il regime non
riesce a comprendere la domanda di modernizzazione. Le donne,
secondo me, usano il velo perché è obbligatorio. Se
l’imposizione fosse abolita molti rimarrebbero stupiti, perché solo in
poche continuerebbero a portarlo”.
Il
cronista a questo punto assume un’espressione preoccupata. La sua
analisi descrive con molta precisione un Paese doppio, con una
rappresentazione pubblica di se stesso e un universo sotterraneo e
segreto, poco raccontato dai media internazionali. La
domanda conseguente riguarda il futuro.
Lui risponde: “Non credo a una transizione spontanea.
Neppure pacifica. Il governo in questi giorni continua a chiudere tutti
i centri culturali. Non li ritiene in linea con la sua politica. La
repressione ha deluso le speranze di chi voleva un Paese moderno.
Io penso ad una implosione del sistema dagli esiti incerti e
in tempi impossibili da prevedere. Certo, se in Occidente si
riconoscesse il valore dell'opposizione e si avesse la volontà
politica di aiutarla a ritrovare fiducia, la crisi di identità in cui è
caduta e il riflusso potrebbero essere recuperati in
positivo. Invece ho l’impressione che neppure le forze
progressiste europee abbiano idee chiare sull’Iran. Insomma nessuna
certezza”.