17/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un giornalista racconta il suo Paese. Quello visibile e quello invisibile
Ciclisti“L’Iran è diviso. Quella che si definisce società civile (i cittadini per usare un termine diretto) è molto più evoluta e consapevole del governo e delle forze che lo appoggiano. Questo è l’elemento centrale da comprendere per cercare di capire il Paese”. Ahmad Rafat vive in Italia da molti anni, fin da quando frequentava l’università a Firenze. Oggi è un giornalista e dirige l’ufficio che, per l’importante settimanale spagnolo ‘Il Tiempo’, si occupa del Bel Paese e del Medioriente.
 
“Noi iraniani – continua Rafat -abbiamo una fortissima identità nazionale. A Tel Aviv ho fatto una scoperta. Gli ebrei arrivati da ogni parte del mondo mantengono le proprie radici culturali costruendo dei circoli. Per esempio: Associazione degli ebrei di origine russa, ucraina o francese. Noi siamo gli unici ad aver scelto una formula diversa. La nostra è quella degli iraniani abitanti in Israele”.
 
L’ufficio del giornalista, a Roma, ricorda una vecchia redazione del dopoguerra. La scrivania, antica, grande e di legno scuro scolpito, è ingombra di libri, carte, documenti, ma non c’è un computer. Su un armadio, coevo del tavolo, un elmetto bianco, una maschera antigas, un cappello da ufficiale di quella che fu l’Armata rossa. Ricordi di viaggio per un uomo dai capelli quasi bianchi, la barba cortissima , due larghe bretelle da cronista. Sprofondato nella sua poltrona è un professionista di altri tempi, al lavoro per dodici ore al giorno. Quando va bene. Le tecnologie moderne ci sono e lui le maneggia con grande abilità, ma le ha relegate in un angolo.
 
Rafat va avanti nel suo racconto: “I giovani sono la maggioranza della popolazione. Hanno aspirazioni, volontà e sogni in rotta di collisione con l’orientamento del governo islamico. Il presidente Mohammad Khatami fu eletto nella speranza che lo scenario politico cambiasse in profondità. Lui neppure poteva essere considerato un riformatore. Era uno studioso e amava i suoi libri, le letture, i testi sacri. Proprio i sentimenti popolari, le pressioni di una società inquieta, lo hanno convinto a scegliere una strada di rinnovamento. L’esperimento è fallito e oggi forse neppure lo voterebbero più. I giovani, gli studenti, con le manifestazioni dei mesi passati, hanno provato ad imporre una trasformazione. La repressione è stata durissima e continua senza sosta anche in questi giorni. Per cui adesso siamo in pieno riflusso. Mi sembra quasi non credano più alla possibilità di ottenere le riforme in modo pacifico. Si sono messi a studiare per terminare il prima possibile le scuole e partire, andare via, all’estero”.
 
Alle spalle del giornalista una grande fotografia: lui in piedi su un rottame di ferro. E' un pezzo della enorme statua di Saddam Hussein, abbattuta con furia iconoclasta a Baghdad lo scorso anno, poche ore dopo l’arrivo delle truppe della Coalizione. Testimonianza di uno dei tanti reportage fatti in giro per il mondo.
 
“Adesso l’Iran aspetta – continua Rafat - e parlando con i cittadini si percepisce come la minaccia di una aggressione americana sia desiderata da una parte rilevante della popolazione. Un modo per liberarsi dalla morsa conservatrice dal regime. Secondo una ricerca del Ministrero degli Interni della Repubblica Islamica, quasi la metà dei giovani ha pensato al suicidio. Il consumo di alcool è molto elevato. Sebbene vietato, il governo ne consente il consumo ai non islamici. Così la comunità armena lo può commerciare al suo interno. Di qui la possibilità di trovarlo di contrabbando. Circola molta droga. Un altro aspetto, rilevato da una università canadese e del tutto ignoto a molti, è interessantissimo: oltre il 50 per cento di tutti i blog nel mondo sono iraniani. Il blog è uno spazio virtuale in Internet. Gestito da singoli navigatori, consente di pubblicare in tempo reale notizie, informazioni o storie di ogni genere. E' un nuovo modo per esprimersi in rete in modo facile. Loro scrivono di tutto, di se stessi, di sesso, di politica. Insomma, da questo si intuisce come la società iraniana sia attiva, in movimento. Oggi ci sono addirittura giornali di moda islamica, impensabili fino a qualche anno fa. Eppure il regime non riesce a comprendere la domanda di modernizzazione. Le donne, secondo me, usano il velo perché è obbligatorio. Se l’imposizione fosse abolita molti rimarrebbero stupiti, perché solo in poche continuerebbero a portarlo”.
 
Il cronista a questo punto assume un’espressione preoccupata. La sua analisi descrive con molta precisione un Paese doppio, con una rappresentazione pubblica di se stesso e un universo sotterraneo e segreto, poco raccontato dai media internazionali. La domanda conseguente riguarda il futuro. 
 
Lui risponde: “Non credo a una transizione spontanea. Neppure pacifica. Il governo in questi giorni continua a chiudere tutti i centri culturali. Non li ritiene in linea con la sua politica. La repressione ha deluso le speranze di chi voleva un Paese moderno. Io penso ad una implosione del sistema dagli esiti incerti e in tempi impossibili da prevedere. Certo, se in Occidente si riconoscesse il valore dell'opposizione e si avesse la volontà politica di aiutarla a ritrovare fiducia, la crisi di identità in cui è caduta e il riflusso potrebbero essere recuperati in positivo. Invece ho l’impressione che neppure le forze progressiste europee abbiano idee chiare sull’Iran. Insomma nessuna certezza”.
 
Roberto Bàrbera
Categoria: Popoli
Luogo: Iran