28/03/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



La controversia ruota attorno all'accordo del 2010 che toglie all'Egitto il diritto di veto sui progetti che potrebbero interferire con il corso della acque del fiume

Il centro studi Brookings Institution, uno dei più noti think tank di Washington, ha pubblicato un rapporto nel quale prospetta violenti scontri tra i Paesi del bacino del Nilo, nel caso questi non riescano a raggiungere un accordo consensuale sulla gestione delle acque provocando un vero e proprio disastro ambientale.

Il primo ministro egiziano, Essam Adbel-Aziz Sharaf, è arrivato ieri in Sudan per discutere l'annosa questione delle risorse idriche: la controversia ruota attorno all'accordo Nile Cooperative Framework Agreement (Cfa), firmato nel maggio scorso, che modifica il trattato coloniale in vigore dal 1929 privando l'Egitto del diritto di veto sui progetti che potrebbero interferire con il flusso del fiume. Venuto meno il veto, Il Cairo teme che i Paesi più a sud possano realizzare dighe e centrali idroelettriche che riducano il flusso d'acqua verso il suo territorio: il 90% delle esigenze degli 80 milioni di egiziani è soddisfatta proprio dalle acque del Nilo.

Il Cfa prevede che questo tipo di progetti possano essere realizzati solo dopo avere ricevuto l'approvazione dalla maggioranza dei Paesi firmatari, mentre il vecchio trattato richiedeva l'unanimità: l'Egitto desidera che venga mantenuto il vecchio criterio oppure si introduca la necessità di un nulla osta da parte del Cairo o Khartoum (che insieme controllano circa il 90% delle acque del Nilo).

Tutti gli aderenti al Cfa riconoscono che il trattato del 1929 non è più accettabile e che, in questo momento, è necessario trovare un nuovo accordo: il fatto che il colonnello Muammar Gheddafi, mediatore fondamentale nella controversia sulle acque del fiume, sia ormai fuori gioco non semplifica le cose.

 

Parole chiave: acqua, risorse idriche
Categoria: Risorse, Politica, Ambiente
Luogo: Egitto