16/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Si riapre il processo per la morte della giornalista Zahara Kazemi
scritto per noi da
Veronica Fallini
 
Zara Khazemi e il carcere di EvinIl 17 luglio e' una data importante perchè si riapre in Iran il processo per la morte di Zara Khazemi la fotogiornalista irano-canadese deceduta un anno fa all'ospedale di Teheran in seguito alle percosse subite durante la sua detenzione. 'La più grande prigione per giornalisti del Medioriente' e' così infatti che Robert Ménard, il segretario generale di Reporters sans frontières, ha definito il Paese. E i dati parlano chiaro: con 120 quotidiani chiusi dal 2001 ad oggi e l'arresto di oltre 50 giornalisti - 11 dei quali tuttora in carcere - l'Iran rimane un Paese in cui è estremamente difficile fornire un'informazione libera e altrettanto difficile accedervi.
 
Negli ultimi anni la riforma Kathami ha avviato - almeno nella forma - una politica di distensione verso gli Stati dell'Unione Europea, ma si continuano a registrare storie di repressione e arresti irregolari, nei confronti di intellettuali, giornalisti e artisti. Più volte - segnala il dossier del 29 giugno 2004 di Reporters sans frontières - gli avvocati dei giornalisti in carcere hanno denunciato le torture subite dai loro clienti e riferito dell'impossibilià di accedere alla documentazione che li riguarda.
 
Fra i tanti dibattimenti che rischiano di sprofondare nell'ingranaggio giudiziario del regime confessionale c' è anche quello della Kazemi. La reporter, di 54 anni, era stata fermata dalla polizia iraniana il 23 giugno 2003 mentre stava fotografando i parenti dei detenuti davanti al carcere di Evin, a nord di Teheran, durante una manifestazione di protesta. Il 10 luglio le autorità iraniane avevano dato notizia della sua morte e provveduto a una sepoltura frettolosa a Chiraz, nell'Iran meridionale, mentre rimane tuttora inascoltata la richiesta del figlio della donna di rimpatriare la salma per effettuare un'autopsia e una perizia di parte.
 
Il 13 luglio, sotto richiesta del presidente Khatami, è stata istituita una commissione di inchiesta sulla vicenda i cui risultati sono stati resi noti solo una settimana dopo. Nel dossier le autorità iraniane ammettono che la donna venne 'picchiata' e che nei giorni tra il 23 e il 27 giugno fu sottoposta a una serie di interrogatori. Il primo di questi fu eseguito dagli agenti del Procuratore generale di Teheran, Said Mortazavi, il secondo dalla polizia, il terzo di nuovo dagli agenti del Procuratore e l'ultimo dai servizi segreti. Come causa della morte di Zahara Kazemi viene indicato un trauma cranico che le sarebbe stato inferto o mentre si trovava nelle mani degli agenti del Procuratore o in quelle dei servizi segreti.
 
Infine i medici dell'ospedale Baghiatollah hanno constatato la morte cerebrale il 27 giugno, ma non si comprende perchè abbiano atteso il 10 luglio, cioè il giorno dopo l'anniversario delle manifestazioni studentesche del 1999, per diffondere ufficialmente la notizia. "La sezione canadese della nostra associazione - ha detto Alessandro Oppes, presidente della sezione italiana di Reporters sans frontières - se ne sta occupando direttamente, ma i contatti sono molto difficili. Da tempo i nostri colleghi hanno chiesto i visti alle autorità iraniane per entrare nel Paese e presenziare al processo, ma finora non c' è stata alcuna risposta e abbiamo ragione di temere che quei visti non arriveranno mai".
 
Continua intanto da parte di Teheran il balletto di nomi sulle possibili responsabilità nell'omicidio. Secondo il dossier di Rsf  in un primo tempo era stato indicato lo stesso Procuratore generale di Teheran, Said Mortazavi, che effettivamente presenziò ad uno degli interrogatori e che, come ex presidente di un Tribunale sui reati di stampa, ha alle spalle una certa esperienza in fatto di repressione. In seguito, per evitare una responsabilità diretta delle istituzioni, si è preferito accusare di "omicidio quasi intenzionale" l'agente dei servizi segreti Mohammad Reza Aghdam Ahmadi. Ultimamente i sospetti sono stati indirizzati verso Mohammad Bakhshi, funzionario della prigione di Evine.
 
L'impressione in ogni caso è che il governo centrale voglia trovare un capro espiatorio qualsiasi piuttosto che ammettere una responsabilià politica riconducibile alle cariche direttive più alte. Contro la possibilià che l'intero caso venga archiviato come un incidente si sta battendo in prima linea l'avvocato della famiglia della fotoreporter, il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi. A lei spetta il compito di dimostrare che chi colpì Zahara Kazemi lo fece con l'intenzione di eliminare una persona scomoda rispetto alla gestione dell'informazione da parte del regime.
 
Secondo Oppes: "Purtoppo la vicenda di Zara Kazhemi non è assolutamente isolata e si inserisce in una lotta che va avanti da anni tra la presidenza del moderato Khatami e il regime degli ajatollah che è ancora solidamente in piedi e controlla tutto l'apparato della magistratura e dell'amministrazione. L'invito che facciamo all'Unione europea, che in questi anni ha avviato un dialogo con molti Paesi in cui i diritti umani vengono messi a rischio, è di porre delle condizioni precise affinché queste realtà entrino in una nuova logica di rispetto per le libertà civili".
 
Oltre agli evidenti ostacoli che incontra l'informazione interna, in Iran anche le voci provenienti dall'esterno sono accuratamente selezionate e oscurate. L'esempio più macroscopico è quello della rete. I ministri iraniani hanno ammesso in una dichiarazione ufficiale che l'accesso a migliaia di siti informativi è stato bloccato per evitare notizie sgradite alla stessa oligarchia religiosa. La lista nera comprende ben 15 mila indirizzi internet e, secondo fonti della Bbc, le leggi iraniane prevedono pene severissime anche per quei server provider che si rifiutino di sospendere le attività di quei siti.
 
Tuttavia i segnali di ottimismo non mancano e arrivano dalla parte più progressista della società iraniana. Forse mai come in questo periodo, pur con tutte le limitazioni, il panorama culturale è stato così attivo e motivato. Del resto l'età media degli iraniani è fra le più basse al mondo e questo dato porta con se la disposizione ad un'apertura verso contenuti sempre nuovi.
 
Calzante la riflessione dello scrittore satirico Seyyed Ebrahim Nabavi, intervistato dalla Misna in un recente convegno a Roma, che fotografa bene la delicata congiuntura storica che attraversa l'Iran: "Il vero problema dell'esecutivo di Teheran è che vuole essere insieme governo e opposizione. Di conseguenza è come se esistessero due governi: uno che mette gli autori in carcere, l'altro che pubblica i libri che scrivono". Tuttavia nessuno smette di scrivere perchè "Pensiamo che ridere della politica o della religione sia un modo per combattere lo status quo".
Categoria: Diritti, Media
Luogo: Iran