25/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Uno sguardo alle relazioni diplomatiche tra Iran e potenze occidentali
Kamal KharraziNelle ultime settimane si è assistito ad un confronto a più riprese tra la  diplomazia Iraniana e quelle occidentali, in particolare con la Gran Bretagna, su due delicate questioni apparentemente distinte.
 
Il primo è il caso degli otto marinai arrestati lunedì dai Guardiani della Rivoluzione Islamica lungo il canale dello shatt al Arab, nello spazio navale iraniano. Attorno agli otto, fermati insieme alle tre imbarcazioni, si è aperta una contesa che ha visto impegnarsi in prima persona importanti esponenti della diplomazia iraniana e britannica.
 
In principio le autorità iraniane hanno comunicato tramite la tv al-Alam che i marinai sarebbero stati processati, per l’invasione territoriale, ma anche a causa delle armi, delle mappe e delle telecamere spia trovate in loro possesso. A queste accuse il ministero della difesa britannico ha replicato che i marinai avevano commesso solo un errore di navigazione, aggiungendo che le pattuglie arrestate si trovavano nella zona per aiutare le forze di sicurezza irachene a trasferire un battello da Umm Qasr a Bassora e che i marines arrestati erano in possesso delle sole armi personali. Da parte iraniana allora si è cercato di minimizzare le accuse precedenti, ma allo stesso tempo, in modo apparentemente contradditorio, alle autorità britanniche non è stato consentito l’accesso agli uomini e alle barche sequestrate, non è nemmeno stato comunicato il luogo di detenzione. L’indomani un portavoce del ministero degli esteri riferiva di un colloquio telefonico tra il ministro Jack Straw e il suo omologo iraniano Kamal Kharrazi dal quale però non sembravano emergere progressi nè sul fronte delle informazioni istruttorie nè su quello dell’accesso ai detenuti.
 
L’ambasciatore iraniano a Londra Morteza Sarmadi è stato così convocato al Foreign Office per spiegare i motivi della detenzione dei militari della marina da parte delle autorità di Teheran e per sollecitare il loro rilascio. Lunedì notte, la televisione pubblica di Tehran ha mostrato le immagini dei britannici - marines, marinai e un riservista in servizio come vigile del fuoco – che, bendati, si presentavano e confessavano l’invasione territoriale scusandosi - con le proprie famiglie, il governo britannico e la nazione iraniana - per l’errore commesso.
L’indomani Ali Reza Afshar, vice capo dello stato maggiore interforze della Repubblica Islamica Iraniana ha riferito che il suo governo aveva ordinato ufficialmente la liberazione degli otto militari della Marina britannica. Lo stesso ha dichiarato che il rilascio era stato disposto in seguito alle ammissioni di colpa delle forze britanniche, precisando che il provvedimento risaliva alla tarda serata di lunedì, in seguito ai colloqui tra il Straw e Kharrazi.
 
Lo stesso Kharrazi ha dichiarato che il rilascio sarebbe avvenuto il giorno stesso, ma poche ore dopo la televisione iraniana ha comunincato che le imbarcazioni da pattugliamento e le attrezzature sequestrate con esse sarebbero rimaste sotto custodia iraniana e che la liberazione dei detenuti non avrebbe potuto avvenire prima di giovedì. Poche ore dopo, la televisione iraniana mandava in onda nuove immagini degli arrestati che, ancora bendati, camminavano in fila indiana sotto il sole. Già da martedì una delegazione diplomatica si era recata a Tehran per far visita agli otto, trattarne il rilascio e porre fine alla trasmissione delle immagini umilianti che potevano turbare l’opinione pubblica britannica.
 
Giovedì mattina, l’epilogo, con i marinai presi in custodia dalla delegazione diplomatica e caricati su un aereo militare diretto a Londra. I marinai hanno dichiarato di non aver subito alcun maltrattamento e le autorità iraniane si sono dette soddisfatte. Secondo confidenze, rilasciate dai negoziatori all’agenzia Afp, le trattative per il rilascio sono state complesse a causa del non riconoscimento da parte iraniana dell’occupazione britannica dell’Iraq, tanto che agli ex prigionieri non è stato permesso di riprendere il mare al confine con l’Iraq ed è stato necessario organizzare un ponte aereo che passasse prima per Tehran per poi puntare verso la Gran Bretagna.
 
Questo episodio non è un caso isolato, nei mesi scorsi sono stati diversi i sequestri di natanti da parte dei Pasdaran – i Guardiani della Rivoluzione Iraniana - nell’area del Golfo. I Pasdaran già all’inizio di giugno avevano sequestrato 7 vascelli da pesca degli Emirati Arabi Uniti, arrestando 22 marinai. Questi sequestri erano a loro volta ritorsioni rispetto al precedente sequestro di 2 navi iraniane: la prima da parte degli Emirati Arabi Uniti il mese scorso, la seconda il 15 giugno ad opera delle autorità del Qatar. In quest’ultimo caso, secondo il racconto del ministro per la sicurezza interna di Tehran “ le pattuglie del Qatar hanno dapprima ordinato al capitano iraniano di lasciare l’area, poi hanno aperto il fuoco ipotizzando che l’imbarcazione in allontanamento stesse scappando”; un marinaio è morto e altri quattro sono rimasti feriti. In altre due occasioni, sempre nel Golfo Persico il 31 maggio e il 3 giugno, si era rischiato lo scontro tra imbarcazioni Pasdaran e, rispettivamente, un’unità britannica e una statunitense.
 
Bridget Kenddall, corrispondente diplomatico dalla BBC ha sostenuto che in questi mesi le forze britanniche dislocate nell’Iraq meridionale hanno avuto la consegna di mantenere la tensione ai confini con l’Iran al livello minimo possibile, in particolar modo nell’area del canale di Shatt al-Arab, lo sbocco principale dell’Iraq nel Golfo Persico. La gestione dell’incidente tra Iran e GB, oscillante tra registro intimidatorio e collaborativo, dipende evidentemente da varie implicazioni diplomatiche che fanno capo allo stato attuale dei rapporti tra le due nazioni; relazioni che negli ultimi tempi sono state fortemente condizionate dalla vicenda delle ispezioni dell’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea).
 
Nelle ultime settimane, l’agenzia stava concludendo le consultazioni e le ispezioni che hanno portato all’approvazione il 18 di giugno, di una risoluzione - presentata da Gran Bratagna, Francia e Germania - che valuta il programma nucleare iraniano in modo piuttosto critico. In sostanza nel documento di Vienna, oltre al biasimo per la scarsa collaborazione da parte iraniana nei confronti degli ispettori, si “invita” l’Iran a riconsiderare due progetti: l’impianto di gassificazione dell’uranio di Isfahan e la costruzione di un reattore ad acqua pesante a scopo di ricerca ad Arak.
 
Anche in questo caso, la vicenda ha tovato un parziale punto di equilibrio solo dopo un lungo braccio di ferro diplomatico. Sulle prime, il ministro degli esteri iraniano Kamal Karrazi parlando a Radio Tehran l’ha definita una risoluzione “motivata politicamente”, accusando l’agenzia di non avere agito “in base a dati puramente tecnici, e di avere amplificato alcuni problemi minori per gli obbiettivi politici di alcune potenze”, aggiungendo che l’Iran non avrebbe assunto ulteriori impegni per fare luce sulle proprie attività“.
 
Il presidente Mohammad Khatami già nei giorni precedenti all’adozione della risoluzione si era espresso duramente nei confronti della bozza - già varie volte modificata per risultare meno punitiva - attorno a cui verteva la discussione, definendola “inaccettabile”, sostenendo che essa “viola i diritti del nosro paese” e minacciando la ripresa dei processi di arricchimento dell’uranio. Il giorno successivo alle dichiarazioni di Khatami l’Aiea ammetteva di aver sbagliato nel sostenere che l’Iran stesse tacendo informazioni circa l’importazione di parti di una centrifuga per l’arricchimento dell’uranio. Nonostante l’errata corrige dell’Aiea, il dibattito si è concluso con l’approvazione di un testo che se da un lato deplora la mancata “piena e tempestiva collaborazione” nel fornire informazioni agli ispettori, dall’altro non si spinge fino a condannare l’iran, cosa che avrebbe comportato il passaggio del caso nelle mani del Consiglio di Sicurezza delle N.U. – come auspicato dagli Stati Uniti – dove Tehran rischiava come minimo sanzioni economiche.
 
Per queste ragioni, lo stesso prsidente Khatami ha preferito alleggerire il tono delle dichiarazioni fatte nell’immediatezza della notizia della risoluzione, quando aveva minacciato l’uscita dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare cui Tehran aveva aderito volontariamente nell’ottobre 2003 (Dichiarazione di Tehran). Per sottolineare la posizione moderata così assunta da Khatami -il portavoce di Theran a Vienna -, Hossein Mousavian ha commentato la risoluzione assicurando che nonostante l’insoddisfazine la repubbica isalmica avrebbe continuato la cooperazione con l’Aiea, e il ministro degli esteri Hamid Reza Asefi ha assicurato che al momento non si ha intenzione di riprendere il programma per l’arricchimento dell’uranio. La moderazione di queste ultime dichiarazoni di Mousavian si spiega con il fatto che nonostante le pressioni venute da Washinghton non è stato posto nessun ultimatum. Polemicamente però, il portavoce del ministero degli esteri Asefi, ha anche dichiarato al quotidiano Iran Daily che l’Iran potrebbe rivedere i propri impegni sulle attività nucleari perchè gli europei non hanno mantenuto le promesse fatte in seguito alla dichiarazione di Tehran e del meeting di Brussels:”l’Iran ha sempre mantenuto un atteggiamento trasparente e di sincera collaborazione con l’Aiea” e dunque “non ci sono ragioni per mantenere apperto il dossier Iran”.
 
In una riunione tenutasi a Brussels a febbraio l’Unione Europea aveva accettato di aiutare l’Iran a chiudere il suo dossier aperto dall’Aiea in cambio di un’estensione della proibizione anche alla costruzine di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, anche per scopi pacifici.
 
Naoki Tomasini
Categoria: Politica
Luogo: Iran