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A oltre sette mesi dalle elezioni (svoltesi il 3 ottobre 2010) e dopo infinite discussioni, oscillamenti e tentativi di compromesso, è dei giorni scorsi la notizia della formazione di un governo nella Federazione croato-bosniaco, una delle due entità in cui è divisa la Bosnia Erzegovina, con capitale Sarajevo. La composizione del nuovo governo rispecchia la frattura creatasi negli ultimi mesi, e diventata ormai oggetto di crisi, tra le due anime della Federazione, quella bosgnacca (musulmana) e quella croata.
Perno della nuova piattaforma governativa è l'Sdp (Partito social-democratico), unico partito di massa che identifica il suo elettorato in una prospettiva non etnica ma di scelta politiche, che ha ottenuto un buon risultato nelle ultime elezioni. Intorno ad esso ruotano l'Sda (Partito dell'azione democratica), partito nazionalista bosgnacco, a capo del quale si trova il figlio d'arte del defunto presidente Izetbegović, che non sembra essere avere ereditato un grande talento politico, ma ha capitalizzato il nome di famiglia. All'alleanza si aggiungono due partiti croati, il Partito per il miglioramento e il Partito croato del diritto, il secondo dei quali non ha ancora fatto i conti con il passato ustaša.
Restano fuori dalla piattaforma, invece, i due partiti che rappresentano la maggioranza dell'elettorato croato, l'Hdz Bih e l'Hdz 1990, nati da una scissione della costola bosniaca della Comunità democratica croata, il partito nazionalista del presidente Tuđman. I quali hanno deciso di bloccare l'elezione di propri delegati alla Camera dei popoli nei cantoni dove hanno la maggioranza. E iniziato un inedito flirt politico con l'Snds, il partito del presidente dell'entità Milorad Dodik, che insiste ormai da anni su toni accesamente nazionalisti e sulla secessione dell'entità serba dalla Bosnia Erzegovina.
I timori che l'esclusione dei rappresentanti dei maggiori partiti croati possa far precipitare il delicato equilibrio che mantiene la Bosnia Erzegovina in una semi-stagnazione vengono sollevati da più parti. Per comprendere la complessità del quadro bisogna sottolineare il fatto che l'Sdp, sebbene faccia appelli ai cittadini bosniaco-erzegovesi e non a uno specifico gruppo etnico, raccoglie gran parte dei suoi voti da quei settori dell'elettorato bosgnacco (che è numericamente l'assoluta maggioranza nella Federazione) scontenti dei partiti nazionalisti, contro percentuali quasi nulle nelle zone croate, in particolare in quelle rurali. Una circostanza simile si è già verificata con l'elezione del membro dell'Sdp eljko Komšić all'interno della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, composta su basi rigidamente etniche da un membro musulmano, uno croato e uno serbo. Così sulla poltrona croata per due volte si è seduto Komšić, croato di Sarajevo, ma eletto grazie ai voti degli elettori bosgnacchi.
Grida di scontento si sono alzate dai partiti nazionali croati, che hanno lamentato il fatto che non ci fosse nessuno a difendere gli interessi del loro popolo, dato che Komšić avrebbe difeso quelli dell'Sdp a base bosgnacca. E considerato che gli altri due popoli costitutivi avevano ottenuto un rappresentante proveniente da un partito etnicamente allineato (Bakir Izetbegović per l'Sda e Nebojša Radmanović per l'Snsd).
Il quadro politico bosniaco-erzegovese è particolarmente intricato e mette in luce tutta una serie di contraddizioni. Innanzitutto quella della Bosnia Erzegovina come democrazia etnica, in cui a sedici anni dalla fine della guerra la maggioranza della popolazione continua a votare a seconda della propria appartenenza nazionale e non scegliendo una linea politica. L'Sdp in ciò rappresenta, insieme al piccolo partito Naša stranka (Il nostro partito), un'eccezione, ma d'altro canto non è alieno certo dai giochi di spartizione delle poltrone, altra piaga che affligge la società bosniaca. Guardando all'ultimo governo, inoltre, appare difficile capire quale linea politica comune possa trovare un partito che nasce dalla Lega dei comunisti bosniaci (dalla cui eredità non si distanzia) con il Partito croato del diritto che viene da un bakground politico di estrema destra. Con un semplice calcolo numerico si evince che qualsiasi ipotesi governativa per l'Sdp appare condizionata dall'alleanza con partiti nazionali. E mentre si attende il parere della Corte costituzionale, la Bosnia Erzegovina appare ancora una volta bloccata.