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Uno arrestato due giorni fa. Paul Foreman, capo missione. Un altro ieri
mattina, Vincent Hoedt, coordinatore dei progetti in Darfur.
L’organizzazione Medici Senza Frontiere (Msf) si definisce “scioccata”
per quanto sta accadendo in Sudan ai suoi operatori, accusati dal
Governo di crimini contro lo stato. L’organizzazione stessa è stata
accusata di aver pubblicato un rapporto falso riguardo la violenza
sessuale in Darfur, di mettere in pericolo la società e di spionaggio.
“Come operatori umanitari che garantiscono assistenza medica e come
esseri umani riteniamo impossibile restare in silenzio quando siamo
testimoni di questi abusi, ovunque essi accadano”, ha affermato il
direttore generale della sezione olandese impegnata in Darfur, Geoff
Prescott. “Msf vuole denunciare all’opinione pubblica e ai governi
queste gravi violazioni in modo che venga intrapresa una reale azione
per fermarle. Chiunque abbia visto la situazione in Darfur, compreso il
Governo del Sudan, ha potuto concludere che gli stupri rappresentano un
problema”. Dello stesso avviso è l’organizzazione statunitense
Phisicians for Human Rights, che ha collaborato alla stesura del
rapporto “The use of rape as a weapon of war in the conflict in Darfur,
Sudan”, preparato per la US Agency for International Development/OTI e
pubblicato a ottobre. Vi si legge. “Tutte le prove raccolte sinora e
riordinate in questo rapporto indicherebbero che l’estensione dello
stupro contro questa popolazione sia ampia e che il numero di
sopravvissuti che ora ha bisogno di sostegno e assistenza sia molto
alto”.
Arrestate dopo la violenza. Le accuse mosse dal Governo sudanese riguardano il rapporto di Msf reso
pubblico l’otto marzo, che riporta quanto visto e sentito fra ottobre
2004 e metà febbraio 2005 negli oltre venti presidi sanitari ove i
medici dell’organizzazione offrono assistenza: “Abbiamo iniziato
intervistare e a curare le donne che arrivavano: da queste interviste e
visite sono emersi i dati su cui abbiamo redatto il rapporto, dati
medici” racconta a PeaceReporter il direttore generale di
Msf Italia, Stefano Savi. Si parla di 500 donne e
adolescenti stuprate in diverse zone del Darfur meridionale e
occidentale. Quasi un terzo delle vittime ha raccontato violenze
ripetute più di una volta, da parte di uno o più assalitori. In oltre
la metà, accanto alla violenza, le donne hanno riportato abusi fisici,
percosse di vario genere (con bastoni, fruste, asce). Le donne vengono
aggredite quando escono dai loro villaggi, o dai campi per sfollati,
per cercare acqua o legna per il fuoco, beni necessari per accudire la
loro famiglia. Famiglia che spesso, purtroppo, le rifuta una volta
saputo dello stupro: “La violenza sulle donne è distruttiva nei
confronti dei nuclei familiari e dei matrimoni. Le donne spesso sono
ripudiate. In caso di gravidanza dopo lo stupro, vengono messe in
prigione: è una gravidanza che non rientra nella legalità perché è
esterna al matrimonio, significa che la donna ha avuto una relazione”
ci spiega Savi. “Noi abbiamo fotografato questo problema e lo abbiamo
fatto presente attraverso il nostro rapporto al Governo sudanese, che
ha reagito in questo modo: arrestando il capo missione e il
responsabile dei progetti in Sudan”.
Cura e testimonianza. Msf conferma quanto riportato nella relazione di marzo e rifiuta
l’accusa di falsità del rapporto, ma è nell’impossibilità di fornire
prove aggiuntive: “In Sudan e in tutti i Pasi del mondo c’è una
relazione etica tra il medico e il paziente: ci aspettiamo ovunque nel
mondo che le informazioni date al medico vengano mantenute riservate.
Per questo non abbiamo potuto assecondare la richiesta del Governo
sudanese, dicendo che queste informazioni rimarranno riservate. Da qui
le accuse del Governo ai nostro operatori e all’organizzazione”,
continua Savi. “La cosa difficile da capire è perché il Governo
sudanese ci abbia così direttamente attaccato, nel momento in cui il
nostro rapporto si basa su dati scientifici precisi. Non accusiamo il
Governo come responsabile di questi fatti. Sicuramente ha una
responsabilità per quanto riguarda le garanzie di sicurezza sul
territorio, ma oltre a
quello non vi sono accuse”. Da 24 anni presente in Sudan, Msf solo negli ultimi dodici mesi ha prestato assistenza
medica
a oltre un milione di persone e inserito in programmi contro la
malnutrizione 50 mila bambini. “Ci sfugge il perché dell’accusa di
spionaggio. Noi facciamo il nostro lavoro come organizzazione
sanitaria. Siamo uno dei principali partner del Ministero della sanità
sudanese” commenta ancora Savi, e conclude: “Noi difendiamo anche il
nostro diritto di esprimere quello che vediamo e quello che è la
situazione umanitaria in Darfur, che rimane comunque una situazione
estremamente fragile dove i bisogni sono ancora enormi”.
Valeria Confalonieri