01/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Due operatori di MSF fermati in Sudan e accusati di crimini contro lo stato
Vincent Hoedt, a sinistra. Paul Foreman, a destra. I due operatori di Msf arrestati in Sudan. Foto di Medici Senza Frontiere.Uno arrestato due giorni fa. Paul Foreman, capo missione. Un altro ieri mattina, Vincent Hoedt, coordinatore dei progetti in Darfur. L’organizzazione Medici Senza Frontiere (Msf) si definisce “scioccata” per quanto sta accadendo in Sudan ai suoi operatori, accusati dal Governo di crimini contro lo stato. L’organizzazione stessa è stata accusata di aver pubblicato un rapporto falso riguardo la violenza sessuale in Darfur, di mettere in pericolo la società e di spionaggio. “Come operatori umanitari che garantiscono assistenza medica e come esseri umani riteniamo impossibile restare in silenzio quando siamo testimoni di questi abusi, ovunque essi accadano”, ha affermato il direttore generale della sezione olandese impegnata in Darfur, Geoff Prescott. “Msf vuole denunciare all’opinione pubblica e ai governi queste gravi violazioni in modo che venga intrapresa una reale azione per fermarle. Chiunque abbia visto la situazione in Darfur, compreso il Governo del Sudan, ha potuto concludere che gli stupri rappresentano un problema”. Dello stesso avviso è l’organizzazione  statunitense Phisicians for Human Rights, che ha collaborato alla stesura del rapporto “The use of rape as a weapon of war in the conflict in Darfur, Sudan”, preparato per la US Agency for International Development/OTI e pubblicato a ottobre. Vi si legge. “Tutte le prove raccolte sinora e riordinate in questo rapporto indicherebbero che l’estensione dello stupro contro questa popolazione sia ampia e che il numero di sopravvissuti che ora ha bisogno di sostegno e assistenza sia molto alto”.

Un campo profughi in Darfur.Arrestate dopo la violenza. Le accuse mosse dal Governo sudanese riguardano il rapporto di Msf reso pubblico l’otto marzo, che riporta quanto visto e sentito fra ottobre 2004 e metà febbraio 2005 negli oltre venti presidi sanitari ove i medici dell’organizzazione offrono assistenza:  “Abbiamo iniziato intervistare e a curare le donne che arrivavano: da queste interviste e visite sono emersi i dati su cui abbiamo redatto il rapporto, dati medici” racconta a PeaceReporter il direttore generale di Msf Italia, Stefano Savi. Si parla di 500 donne e adolescenti stuprate in diverse zone del Darfur meridionale e occidentale. Quasi un terzo delle vittime ha raccontato violenze ripetute più di una volta, da parte di uno o più assalitori. In oltre la metà, accanto alla violenza, le donne hanno riportato abusi fisici, percosse di vario genere (con bastoni, fruste, asce). Le donne vengono aggredite quando escono dai loro villaggi, o dai campi per sfollati, per cercare acqua o legna per il fuoco, beni necessari per accudire la loro famiglia. Famiglia che spesso, purtroppo, le rifuta una volta saputo dello stupro: “La violenza sulle donne è distruttiva nei confronti dei nuclei familiari e dei matrimoni. Le donne spesso sono ripudiate. In caso di gravidanza dopo lo stupro, vengono messe in prigione: è una gravidanza che non rientra nella legalità perché è esterna al matrimonio, significa che la donna ha avuto una relazione” ci spiega Savi. “Noi abbiamo fotografato questo problema e lo abbiamo fatto presente attraverso il nostro rapporto al Governo sudanese, che ha reagito in questo modo: arrestando il capo missione e il responsabile dei progetti in Sudan”.

Profughi sudanesi.Cura e testimonianza. Msf conferma quanto riportato nella relazione di marzo e rifiuta l’accusa di falsità del rapporto, ma è nell’impossibilità di fornire prove aggiuntive: “In Sudan e in tutti i Pasi del mondo c’è una relazione etica tra il medico e il paziente: ci aspettiamo ovunque nel mondo che le informazioni date al medico vengano mantenute riservate. Per questo non abbiamo potuto assecondare la richiesta del Governo sudanese, dicendo che queste informazioni rimarranno riservate. Da qui le accuse del Governo ai nostro operatori e all’organizzazione”, continua Savi. “La cosa difficile da capire è perché il Governo sudanese ci abbia così direttamente attaccato, nel momento in cui il nostro rapporto si basa su dati scientifici precisi. Non accusiamo il Governo come responsabile di questi fatti. Sicuramente ha una responsabilità per quanto riguarda le garanzie di sicurezza sul territorio, ma oltre a quello non vi sono accuse”.
Da 24 anni presente in Sudan, Msf solo negli ultimi dodici mesi ha prestato assistenza medica a oltre un milione di persone e inserito in programmi contro la malnutrizione 50 mila bambini. “Ci sfugge il perché dell’accusa di spionaggio. Noi facciamo il nostro lavoro come organizzazione sanitaria. Siamo uno dei principali partner del Ministero della sanità sudanese” commenta ancora Savi, e conclude: “Noi difendiamo anche il nostro diritto di esprimere quello che vediamo e quello che è la situazione umanitaria in Darfur, che rimane comunque una situazione estremamente fragile dove i bisogni sono ancora enormi”.

 

Valeria Confalonieri

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