01/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Molti ex soldati scelgono la pace. Ma la maggioranza crede ancora nella guerra
scritto per noi da
Alessandro Ursic
 
Una delle 260mila lapidi del cimitero militare di Arlington, alle porte di WashingtonDopo tutto quello che hanno visto al fronte, molti soldati di solito ammorbidiscono le loro posizioni. Hanno perso qualche amico, hanno dovuto uccidere, e al fatto che una guerra possa essere inutile o addirittura dannosa prima o poi ci pensano. Alcuni a quel punto combattono in prima linea per la pace, e si riuniscono in associazioni dai nomi inequivocabili: Veterans For Peace, Veterans Against the War, Veterans for Common Sense sono solo alcune di queste. Ma un soldato spesso resta un soldato nell’animo: è abituato a obbedire, a credere che il presidente agisca per il bene del Paese. Così, anche se sono quelli pacifisti a finire sui giornali, anche per la guerra in Iraq la maggioranza degli ex soldati è a favore del conflitto.
 
"La guerra in Iraq? Sta andando più che bene, certo", dice con sicurezza Arnold Graham, un robusto veterano della Corea e del Vietnam. Siamo al cimitero militare di Arlington, alla periferia di Washington. E’ l’ultimo lunedì di maggio e come ogni anno questo è il Memorial Day: dopo la festa dell’indipendenza del 4 luglio, forse il giorno in cui il patriottismo americano viene ostentato di più. Gli Stati Uniti si fermano per ricordare i caduti in guerra e ringraziare tutti quelli che hanno servito la patria: solo ad Arlington riposano 260mila veterani, davanti a ogni lapide c’è una bandiera a stelle e strisce. E in ogni Memorial Day migliaia di veterani arrivano qui per deporre fiori sulla tomba di amici, padri, figli.
 
Un veterano e la moglie all'entrata del cimiteroL’ex soldato guarda diritto negli occhi il giornalista indiscreto e ribatte: "C’è bisogno di portare democrazia in Medio Oriente ed è giusto che siano gli Stati Uniti a intraprendere questa missione, perché hanno la potenza militare per farlo". Al prezzo di quanti morti? "A qualunque prezzo. Non mi importa se muoiono 100mila americani in Iraq, perché la causa è giusta. Sa quante persone perdono la vita ogni anno in incidenti stradali negli Usa? Quarantamila". E le migliaia di civili uccisi? "Molti muoiono per mano dei terroristi, gli iracheni devono aiutarci a sconfiggerli. Vedrà che il tempo ci darà ragione". Quando gli viene ricordato che la guerra è stata dichiarata non per portare la democrazia ma per rimuovere un dittatore dotato di armi di distruzione di massa che poi si sono rivelate inesistenti, Graham non ha un attimo di esitazione: "Le hanno spostate!", grida. E nella discussione interviene anche la moglie: "Ora saranno in Iran, in Siria, in Giordania. Ma sono sicura che le armi c’erano".
 
Democrazia, armi di distruzione di massa, bisogno di stabilizzare la regione. Ma la guerra all’Iraq è stata lanciata perché l’amministrazione Bush ha tracciato un filo tra l’11 settembre, al Qaeda e Saddam Hussein. Una relazione non confermata da un rapporto indipendente del Congresso redatto nell’estate 2004. Ciononostante, molti statunitensi anche qui ad Arlington pensano che la linea in Iraq non vada cambiata. "Sa perché mi piace Bush? – chiede Martin Collins, anche lui con un passato nell’esercito – Perché è fermo sulle sue posizioni". Anche se le sue posizioni si sono rivelate errate? Collins ci pensa un momento e risponde: "Sì. Bush crede in quello che fa, e per molti americani questo è un pregio".
 
Per Josh Howard, la guerra in Iraq e' necessaria per estirpare i terroristi"I sondaggi dicono che gli iracheni vorrebbero che le truppe americane si ritirassero? Non credo a questi numeri", dice Greg Taylor, un ex soldato che però non è mai stato al fronte. "Alle elezioni di gennaio hanno votato in tanti, ha visto il dito viola? E non mi interessa quello che dicono i giornali sull’Iraq nel caos: i media riportano sempre le brutte notizie, non le belle. Sono sicuro che le cose vanno molto meglio di come si pensa".
 
Vicino all’uscita del cimitero, Josh Howard si riposa un attimo su una panchina. Non ha un passato nell’esercito, ma sostiene Bush al cento per cento. Cosa pensa della guerra in Iraq? "Era necessaria, perché il terrorismo islamico deve essere estirpato. Guardi cosa è successo in Spagna! Magari la prossima volta tocca a Roma". Quando gli si fa notare che Madrid è stata colpita dai terroristi quando la guerra in Iraq era già iniziata da un anno, e che forse questo conflitto sta creando una nuova generazione di terroristi invece, Howard sorride e fa un chiaro gesto con le mani. "Come on, provino a farsi sotto. Su, li aspettiamo. Possiamo cancellarli in un colpo solo, tappezzandoli di bombe".
 

Alessandro Ursic

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