01/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Storia di Zida, la dura realtà delle condizioni di vita della popolazione haitiana.
Scritto per noi
da Cecilia Corneo

 
Leon, corso di MDM: Annette e Claudine/foto cecilia corneo“Est-ce que je vais mourir?” Moriro’? Zida raccoglie tutte le sue forze per riuscire a pronunciare queste parole, e usa tutto il fiato che le rimane in gola, perché vuole che chi le sta vicino possa sentirla, e capisca bene la sua domanda. La sua voce è implorante, come lo sono i suoi occhi, incollati su quelli dei suoi soccorritori come se quel legame invisibile avesse il potere di  tenerla incollata alla vita.
Il marito la tiene fra le braccia magre e muscolose, il viso reso quasi inespressivo da una stanchezza cronica che rivela la fatica della sopravvivenza. La jeep di Medecins du Monde (MDM), in corsa verso l’ospedale di Jeremie, sobbalza di continuo sulla strada sterrata che taglia la foresta tropicale. La terra rossa si è rapidamente trasformata in un fango spesso e vischioso per via del temporale appena scoppiato; i tuoni e una pioggia battente costringono ad alzare la voce fino quasi a gridare  per farsi sentire.
 
Zida ha quarant’anni. Con il marito e quattro figli vive a Leon, una piccola città, o meglio, un  enorme villaggio, nell’entroterra della regione di Grand’Anse, il lembo di terra haitiana che costituisce l’estremità sud-occidentale dell’isola di Hispaniola.
Leon dista da Port-au-Prince, la capitale, poco più di 150 Km in linea d’aria, ma per arrivarci ci vuole una giornata intera. Esiste una strada, ma non è praticabile a meno che si vogliano passare dodici ore su un fuoristrada. Allora da Port-au-Prince bisogna prendere un piccolo aereo da 17 posti,  arrivare a Jeremie, la città sulla costa capoluogo della regione di Grand’Anse, e da lì proseguire per Leon con una jeep per Leon: donne al fiume (foto cecilia corneo)altre due ore buone su una strada accidentata che si inerpica sulle montagne.
È una delle zone più isolate e remote di Haiti. Per la strada non incrociamo nessuna altra macchina: qui la gente si sposta  a piedi, solo pochi hanno la fortuna di possedere un mulo e potersene servire per trasportare i carichi più pesanti. Ogni tanto qualche capanna di legno, o una casupola in cemento; come ovunque nel paese, si vedono donne e bambini a piedi nudi che trasportano a braccia o in bilico sulla testa enormi contenitori d’acqua e ceste di ortaggi.
La natura è rigogliosa e possente, come da nessun’altra parte a Haiti. Qui la foresta esiste ancora, ricopre di verde le montagne, e nelle valli scorrono fiumi ricchi d’acqua. Il processo di desertificazione, che sta inesorabilmente trasformando in una pericolosa pietraia il resto del paese, nella regione di Grand’Anse non si è ancora innescato.
La prosperità della natura ancora intatta mitiga la povertà degli abitanti di questa zona, perlomeno sembra renderla più sopportabile rispetto alla miseria di Port-au-Prince, dove gli alberi non ci sono più, le colline sono brulle, e i letti asciutti dei fiumi sono diventati delle discariche di spazzatura in cui la gente pascola il bestiame, e i più poveri tra i  poveri hanno costruito le loro baracche.
Purtroppo però, secondo Oddy, haitiano di Jeremie e volontario di MDM da 17 anni, anche questa zona finirà per essere disboscata a meno che non si mettano in atto immediatamente delle misure di prevenzione. Il fatto è, spiega Oddy, che nella totale povertà, il legno è l’unica risorsa economica rimasta accessibile a tutti. Ci vogliono delle risorse alternative per convincere gente che non possiede nulla, a rinunciare a tagliare gli alberi per farne assi, sedie, tavoli e carbone da utilizzare per sé o da vendere al mercato. E per ora, alternative non ce ne sono.
 
Non è un caso che MDM abbia deciso di realizzare proprio a Leon alcuni  progetti sanitari per migliorare le condizioni di base degli abitanti della zona. In questo popoloso villaggio che si sviluppa lungo la sponda di un grande fiume, nel quale i bambini fanno il bagno, le donne lavano i panni e i maiali si abbeverano, si calcola Ospedale di Jeremie (foto cecilia corneo) vivano circa 30.000 persone.  Per queste 30.000 persone, ci sono solamente due infermiere e neanche un medico. In Italia, per lo stesso numero di abitanti, di medici ce ne sono mediamente 170, e nella confinante Repubblica Dominicana, 65. A Leon MDM sta mettendo in piedi un centro sanitario in cui si possano curare almeno le malattie più comuni e le piccole emergenze.
Oltre a provvedere alla ristrutturazione dell’edificio e a fornire il materiale necessario al centro, MDM si occupa di formarne il personale sanitario e amministrativo. Quando i volontari di MDM hanno bisogno  di consultare un rappresentante della comunità di Leon, devono andare a cercarlo in chiesa, perché l’unica autorità del villaggio è il prete: a Leon non c’è un municipio, né un brandello di amministrazione locale, né una stazione di polizia: nei fatti, qui lo Stato non esiste.
 
Annette è una levatrice. Insieme ad altre due anziane donne del villaggio, oggi è venuta al centro per seguire un corso di formazione organizzato da MDM. Le tre donne ascoltano con attenzione, sembrano delle bambine al primo giorno di scuola, sedute composte nei loro vestiti della festa. Chissà quante donne gravide hanno curato e consigliato, quanti bambini hanno fatto nascere, e quante volte hanno visto madri e figli morire al momento del parto. Ad Haiti, secondo le stime di UNDP, il programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, 9 bambini  su 1000 muoiono alla nascita, e 123 non arrivano ai cinque anni; la speranza di vita per le donne è di 50 anni. Come ci spiega Claudine, la giovane infermiera di Jeremie che tiene il corso, l’obiettivo principale è quello di insegnare alle levatrici a riconoscere in tempo i casi  a rischio, e di incoraggiare le donne a recarsi  al centro sanitario, dove il personale è in grado di fornire loro cure e medicinali.
In queste zone, nella maggioranza dei casi, le complicazioni che le donne incontrano durante la gravidanza e  il parto – e che diventano letali per una media di 4 donne ogni giorno, un tasso di mortalita’ che supera di 20 volte quello dei paesi industrializzati - sono originate da una totale ignoranza in fatto di igiene e di anatomia. Sono queste le materie principali che Claudine insegna alle levatrici di Leon, a cui durante il corso - che prevede dodici incontri lungo un periodo di sei mesi -  non viene dato nulla di scritto, visto che non sanno né leggere né scrivere, come circa la metà della popolazione haitiana.
Tutto viene appreso oralmente, ed è per questo motivo che la componente visiva è tanto importante: per descrivere l’apparato riproduttivo della donna e il meccanismo della fecondazione, Claudine utilizza dei disegni e una lavagna, ma soprattutto si serve di una mimica e di una gestualità che rendono le sue parole indimenticabili. Le levatrici  sono incantate dalla sua voce chiara e modulata, dal suo musicalissimo “kryol” (la lingua corrente di Haiti, ufficiale insieme al francese, che però conoscono in pochi) e dalla sua energia. Claudine sembra un’attrice sulla scena, ma la passione che mette nell’insegnare è così autentica da farle guadagnare immediatamente la fiducia delle sue insolite allieve. Tutte partecipano, e sono impazienti di prendere la parola per fare domande o per raccontare storie e casi di cui sono state testimoni. Hanno voglia di imparare dov’è lo stomaco e a cosa servono i polmoni, cosa sono le ovaie e gli spermatozoi, e di capire perché se un uomo e una donna “fan bagai” in certi giorni del mese, ci sono alte probabilità che la donna resti incinta… A Leon, come del resto in tutte le zone rurali di Haiti, molte donne hanno più di dieci figli, e la contraccezione non esiste. Nonostante le numerose campagne di prevenzione, l’uso del preservativo è ancora limitato, e Haiti detiene il triste primato di paese non africano con la maggiore percentuale di popolazione adulta affetta da Aids - il 6%, secondo le stime del 2001.
 
Zida è coricata nel letto dell’ospedale di Jeremie. Sono passate quasi tre ore da quando il marito, aiutato dal personale del centro sanitario, l’ha caricata sulla jeep di MDM che da Leon ritornava in città. La moglie era malata da oltre due settimane, Leon: i volontari MDM soccorrono Zida (foto cecilia corneo)aveva febbre, dissenteria e da qualche giorno non riusciva più né a mangiare né a bere. Durante il tragitto, distesa sui sedili posteriori, avvolta in un lenzuolo sporco e maleodorante, e coperta con un panno termico di alluminio,  Zida rimane sveglia e vigile; solo quando l’auto prende qualche grossa buca, lei sussulta e lancia un urlo acuto. Un paio di volte perde conoscenza, e il marito si impregna le dita dell’odore acre del proprio sudore per farla rinvenire.
Lui avrebbe voluto portarla prima all’ospedale, ma come? L’unico mezzo di trasporto pubblico è il cosiddetto tap-tap, ossia un camioncino che una volta al giorno fa la spola tra Leon e Jeremie, e sul quale si viaggia in piedi uno addosso all’altro.
Al centro sanitario di Leon erano stati somministrati a Zida alcuni farmaci contro la febbre e una flebo per reidratarla, ma le sue condizioni non erano migliorate.
I volontari MDM che la assistono nel tragitto in auto riconoscono alcuni sintomi della malaria e della febbre tifoide, pero’ nessuno di loro è medico e si azzarda a fare una diagnosi; ma la donna non sembra in fin di vita, e  tutti sono convinti che ce la farà.
L’arrivo all’ospedale avviene in un’atmosfera surreale: l’ingresso per le auto è bloccato da un tizio fermo su un pick-up: Sebastian, il francese capo della missione MDM ad Haiti, deve usare parole forti perché  l’uomo sposti la sua auto e  faccia passare la jeep con a bordo la malata.
Davanti all’ospedale poi, qualche infermiere osserva con indifferenza la macchina arrivare, e neanche uno si avvicina per prestare aiuto. Sono il marito e i volontari Posto di blocco a Jacmel MDM a trasportare Zida nel reparto delle donne, dove uno dei sedici letti è ancora libero: privo di lenzuola pero’, perche’ quelle i malati se le devono portare da casa. Per fortuna una delle altre ricoverate cede una delle sue, così a Zida viene almeno risparmiato il contatto diretto con  la dura plastica di cui è foderato il materasso.
Manca il medico. Le infermiere dicono di non sapere dove sia. Finalmente, uno dei ricoverati si avvicina ai volontari e rivela, sottovoce perché le infermiere non lo sentano, che il dottore è nell’edificio di fronte, ma che non esce perché piove.
Quando i volontari di MDM riescono a trovarlo, il medico acconsente a recarsi in ospedale, ma vuole che lo si accompagni  in macchina, per non rischiare di sporcarsi le scarpe di fango.
Accontentato, il giovane medico – in tenuta da rapper e senza camice -  finalmente visita Zida e fa la sua diagnosi: malaria.
 
 Non resta che il materasso ricoperto di plastica azzurra. Il letto dove ieri sera c’era Zida oggi è vuoto. L’infermiera dice che la donna è morta nella notte. Non è in grado di fornire maggiori dettagli, lei è arrivata solamente stamattina e conosce il caso perché ha letto il referto. Il giovane medico di ieri sera oggi non c’è.  
Ce n’è un altro, questa volta una persona seria e gentile. Va a cercare il referto, lo legge, e dichiara che, visti i sintomi, la donna non doveva avere la malaria, bensì la leptospirosi, una malattia trasmessa da topi e ratti, non rara in queste zone, e che va curata con forti dosi di antibiotici e penicillina.
Visto lo stadio avanzato della malattia, forse una diagnosi corretta non avrebbe salvato la vita di Zida. In ogni caso, la direzione dell’ospedale, sollecitata da MDM, ha aperto un’indagine sul caso e ha licenziato il giovane medico.
I bene informati dicono che adesso ha aperto uno studio privato nella capitale, a Port-au-Prince.
 
Categoria: Popoli, Salute
Luogo: Haiti
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