“Est-ce que je vais mourir?” Moriro’? Zida raccoglie tutte le sue forze per riuscire a pronunciare queste parole, e
usa tutto il fiato che le rimane in gola, perché vuole che chi le sta vicino possa
sentirla, e capisca bene la sua domanda. La sua voce è implorante, come lo sono
i suoi occhi, incollati su quelli dei suoi soccorritori come se quel legame invisibile
avesse il potere di tenerla incollata alla vita.
Il marito la tiene fra le braccia magre e muscolose, il viso reso quasi inespressivo
da una stanchezza cronica che rivela la fatica della sopravvivenza. La jeep di
Medecins du Monde (MDM), in corsa verso l’ospedale di Jeremie, sobbalza di continuo sulla strada
sterrata che taglia la foresta tropicale. La terra rossa si è rapidamente trasformata
in un fango spesso e vischioso per via del temporale appena scoppiato; i tuoni
e una pioggia battente costringono ad alzare la voce fino quasi a gridare per
farsi sentire.
Zida ha quarant’anni. Con il marito e quattro figli vive a Leon, una piccola città, o meglio, un enorme
villaggio, nell’entroterra della regione di Grand’Anse, il lembo di terra haitiana
che costituisce l’estremità sud-occidentale dell’isola di Hispaniola.
Leon dista da Port-au-Prince, la capitale, poco più di 150 Km in linea d’aria,
ma per arrivarci ci vuole una giornata intera. Esiste una strada, ma non è praticabile
a meno che si vogliano passare dodici ore su un fuoristrada. Allora da Port-au-Prince
bisogna prendere un piccolo aereo da 17 posti, arrivare a Jeremie, la città sulla
costa capoluogo della regione di Grand’Anse, e da lì proseguire per Leon con una
jeep per
altre due ore buone su una strada accidentata che si inerpica sulle montagne.
È una delle zone più isolate e remote di Haiti. Per la strada non incrociamo
nessuna altra macchina: qui la gente si sposta a piedi, solo pochi hanno la fortuna
di possedere un mulo e potersene servire per trasportare i carichi più pesanti.
Ogni tanto qualche capanna di legno, o una casupola in cemento; come ovunque nel
paese, si vedono donne e bambini a piedi nudi che trasportano a braccia o in bilico
sulla testa enormi contenitori d’acqua e ceste di ortaggi.
La natura è rigogliosa e possente, come da nessun’altra parte a Haiti. Qui la
foresta esiste ancora, ricopre di verde le montagne, e nelle valli scorrono fiumi
ricchi d’acqua. Il processo di desertificazione, che sta inesorabilmente trasformando
in una pericolosa pietraia il resto del paese, nella regione di Grand’Anse non
si è ancora innescato.
La prosperità della natura ancora intatta mitiga la povertà degli abitanti di
questa zona, perlomeno sembra renderla più sopportabile rispetto alla miseria
di Port-au-Prince, dove gli alberi non ci sono più, le colline sono brulle, e
i letti asciutti dei fiumi sono diventati delle discariche di spazzatura in cui
la gente pascola il bestiame, e i più poveri tra i poveri hanno costruito le
loro baracche.
Purtroppo però, secondo Oddy, haitiano di Jeremie e volontario di MDM da 17 anni,
anche questa zona finirà per essere disboscata a meno che non si mettano in atto
immediatamente delle misure di prevenzione. Il fatto è, spiega Oddy, che nella
totale povertà, il legno è l’unica risorsa economica rimasta accessibile a tutti.
Ci vogliono delle risorse alternative per convincere gente che non possiede nulla,
a rinunciare a tagliare gli alberi per farne assi, sedie, tavoli e carbone da
utilizzare per sé o da vendere al mercato. E per ora, alternative non ce ne sono.
Non è un caso che MDM abbia deciso di realizzare proprio a Leon alcuni progetti sanitari
per migliorare le condizioni di base degli abitanti della zona. In questo popoloso
villaggio che si sviluppa lungo la sponda di un grande fiume, nel quale i bambini
fanno il bagno, le donne lavano i panni e i maiali si abbeverano, si calcola
vivano circa 30.000 persone. Per queste 30.000 persone, ci sono solamente due
infermiere e neanche un medico. In Italia, per lo stesso numero di abitanti, di
medici ce ne sono mediamente 170, e nella confinante Repubblica Dominicana, 65.
A Leon MDM sta mettendo in piedi un centro sanitario in cui si possano curare
almeno le malattie più comuni e le piccole emergenze.
Oltre a provvedere alla ristrutturazione dell’edificio e a fornire il materiale
necessario al centro, MDM si occupa di formarne il personale sanitario e amministrativo.
Quando i volontari di MDM hanno bisogno di consultare un rappresentante della
comunità di Leon, devono andare a cercarlo in chiesa, perché l’unica autorità
del villaggio è il prete: a Leon non c’è un municipio, né un brandello di amministrazione
locale, né una stazione di polizia: nei fatti, qui lo Stato non esiste.
Annette è una levatrice. Insieme ad altre due anziane donne del villaggio, oggi è venuta al centro per
seguire un corso di formazione organizzato da MDM. Le tre donne ascoltano con
attenzione, sembrano delle bambine al primo giorno di scuola, sedute composte
nei loro vestiti della festa. Chissà quante donne gravide hanno curato e consigliato,
quanti bambini hanno fatto nascere, e quante volte hanno visto madri e figli morire
al momento del parto. Ad Haiti, secondo le stime di UNDP, il programma delle Nazioni
Unite per lo Sviluppo, 9 bambini su 1000 muoiono alla nascita, e 123 non arrivano
ai cinque anni; la speranza di vita per le donne è di 50 anni. Come ci spiega
Claudine, la giovane infermiera di Jeremie che tiene il corso, l’obiettivo principale
è quello di insegnare alle levatrici a riconoscere in tempo i casi a rischio,
e di incoraggiare le donne a recarsi al centro sanitario, dove il personale è
in grado di fornire loro cure e medicinali.
In queste zone, nella maggioranza dei casi, le complicazioni che le donne incontrano
durante la gravidanza e il parto – e che diventano letali per una media di 4
donne ogni giorno, un tasso di mortalita’ che supera di 20 volte quello dei paesi
industrializzati - sono originate da una totale ignoranza in fatto di igiene e
di anatomia. Sono queste le materie principali che Claudine insegna alle levatrici
di Leon, a cui durante il corso - che prevede dodici incontri lungo un periodo
di sei mesi - non viene dato nulla di scritto, visto che non sanno né leggere
né scrivere, come circa la metà della popolazione haitiana.
Tutto viene appreso oralmente, ed è per questo motivo che la componente visiva
è tanto importante: per descrivere l’apparato riproduttivo della donna e il meccanismo
della fecondazione, Claudine utilizza dei disegni e una lavagna, ma soprattutto
si serve di una mimica e di una gestualità che rendono le sue parole indimenticabili.
Le levatrici sono incantate dalla sua voce chiara e modulata, dal suo musicalissimo
“kryol” (la lingua corrente di Haiti, ufficiale insieme al francese, che però
conoscono in pochi) e dalla sua energia. Claudine sembra un’attrice sulla scena,
ma la passione che mette nell’insegnare è così autentica da farle guadagnare immediatamente
la fiducia delle sue insolite allieve. Tutte partecipano, e sono impazienti di
prendere la parola per fare domande o per raccontare storie e casi di cui sono
state testimoni. Hanno voglia di imparare dov’è lo stomaco e a cosa servono i
polmoni, cosa sono le ovaie e gli spermatozoi, e di capire perché se un uomo e
una donna “fan bagai” in certi giorni del mese, ci sono alte probabilità che la
donna resti incinta… A Leon, come del resto in tutte le zone rurali di Haiti,
molte donne hanno più di dieci figli, e la contraccezione non esiste. Nonostante
le numerose campagne di prevenzione, l’uso del preservativo è ancora limitato,
e Haiti detiene il triste primato di paese non africano con la maggiore percentuale
di popolazione adulta affetta da Aids - il 6%, secondo le stime del 2001.
Zida è coricata nel letto dell’ospedale di Jeremie. Sono passate quasi tre ore da quando il marito, aiutato dal personale del centro
sanitario, l’ha caricata sulla jeep di MDM che da Leon ritornava in città. La
moglie era malata da oltre due settimane,
aveva febbre, dissenteria e da qualche giorno non riusciva più né a mangiare
né a bere. Durante il tragitto, distesa sui sedili posteriori, avvolta in un lenzuolo
sporco e maleodorante, e coperta con un panno termico di alluminio, Zida rimane
sveglia e vigile; solo quando l’auto prende qualche grossa buca, lei sussulta
e lancia un urlo acuto. Un paio di volte perde conoscenza, e il marito si impregna
le dita dell’odore acre del proprio sudore per farla rinvenire.
Lui avrebbe voluto portarla prima all’ospedale, ma come? L’unico mezzo di trasporto
pubblico è il cosiddetto tap-tap, ossia un camioncino che una volta al giorno
fa la spola tra Leon e Jeremie, e sul quale si viaggia in piedi uno addosso all’altro.
Al centro sanitario di Leon erano stati somministrati a Zida alcuni farmaci contro
la febbre e una flebo per reidratarla, ma le sue condizioni non erano migliorate.
I volontari MDM che la assistono nel tragitto in auto riconoscono alcuni sintomi
della malaria e della febbre tifoide, pero’ nessuno di loro è medico e si azzarda
a fare una diagnosi; ma la donna non sembra in fin di vita, e tutti sono convinti
che ce la farà.
L’arrivo all’ospedale avviene in un’atmosfera surreale: l’ingresso per le auto
è bloccato da un tizio fermo su un pick-up: Sebastian, il francese capo della
missione MDM ad Haiti, deve usare parole forti perché l’uomo sposti la sua auto
e faccia passare la jeep con a bordo la malata.
Davanti all’ospedale poi, qualche infermiere osserva con indifferenza la macchina
arrivare, e neanche uno si avvicina per prestare aiuto. Sono il marito e i volontari
MDM a trasportare Zida nel reparto delle donne, dove uno dei sedici letti è
ancora libero: privo di lenzuola pero’, perche’ quelle i malati se le devono portare
da casa. Per fortuna una delle altre ricoverate cede una delle sue, così a Zida
viene almeno risparmiato il contatto diretto con la dura plastica di cui è foderato
il materasso.
Manca il medico. Le infermiere dicono di non sapere dove sia. Finalmente, uno
dei ricoverati si avvicina ai volontari e rivela, sottovoce perché le infermiere
non lo sentano, che il dottore è nell’edificio di fronte, ma che non esce perché piove.
Quando i volontari di MDM riescono a trovarlo, il medico acconsente a recarsi
in ospedale, ma vuole che lo si accompagni in macchina, per non rischiare di
sporcarsi le scarpe di fango.
Accontentato, il giovane medico – in tenuta da rapper e senza camice - finalmente visita Zida e fa la sua diagnosi: malaria.
Non resta che il materasso ricoperto di plastica azzurra. Il letto dove ieri sera c’era Zida oggi è vuoto. L’infermiera dice che la donna
è morta nella notte. Non è in grado di fornire maggiori dettagli, lei è arrivata
solamente stamattina e conosce il caso perché ha letto il referto. Il giovane
medico di ieri sera oggi non c’è.
Ce n’è un altro, questa volta una persona seria e gentile. Va a cercare il referto,
lo legge, e dichiara che, visti i sintomi, la donna non doveva avere la malaria,
bensì la leptospirosi, una malattia trasmessa da topi e ratti, non rara in queste
zone, e che va curata con forti dosi di antibiotici e penicillina.
Visto lo stadio avanzato della malattia, forse una diagnosi corretta non avrebbe
salvato la vita di Zida. In ogni caso, la direzione dell’ospedale, sollecitata
da MDM, ha aperto un’indagine sul caso e ha licenziato il giovane medico.
I bene informati dicono che adesso ha aperto uno studio privato nella capitale,
a Port-au-Prince.