Confessioni di guerriglieri e propaganda dei ribelli. Tutto è lecito?
La guerra televisiva. Gli ultimi in ordine di tempo a confessare in diretta sono stati i cinque insorti,
quattro palestinesi e un iracheno, accusati dell'attentato al mercato di Baghdad
del 15 maggio scorso: 15 morti e 84 feriti. Gli imputati sono apparsi all'ora
di cena su una rete dell'
Iraqi Television Network, il gruppo radio televisivo fondato da Paul Bremer quando comandava l'apparato
civile della Coalizione.
Il loro arresto, avvenuto solo nove ore dopo l'attentato, aveva destato molte
perplessità. Solo che la confessione in diretta tv ha sgomberato il campo dai
dubbi. Ma questo non è un caso isolato e, secondo molti osservatori, il principio
è un altro: fiaccare la resistenza armata irachena.
Quella che si può immaginare come puntata zero della guerra mediatica è stata
l'uccisione dei figli di Saddam Hussein.
Confessioni in diretta. Le immagini dei volti tumefatti di Uday e Qusay, uccisi in un attacco delle truppe
della Coalizione a luglio del 2003, trasmesse per ore sugli schermi delle televisioni
degli iracheni, sono state un colpo notevole per il morale dei fedelissimi di
Saddam. Da quel momento in poi, a ciclo continuo, le immagini più significative
dei successi militari della Coalizione diventavano pane quotidiano per le televisioni
di quell’ Iraqi Television Network creato apposta e che non ha precedenti nella storia dei conflitti recenti. Gli
ultimi mesi sono invece stati caratterizzati dalle 'video-confessioni'. Detenuti
in odore di guerriglia armata appaiono in tv nelle ore di massimo ascolto e, con
un atteggiamento profondamente contrito, confessano tutte le azioni per le quali
sono in carcere ma, soprattutto, sottolineano l'assoluta inutilità della resistenza
armata, la profonda inumanità della condizione nella quale hanno vissuto fino
a quel momento e si pentono del sangue versato. L'invito con il quale si chiudono
quasi tutte queste trasmissioni è quello a lasciare il fucile e a dedicarsi alla
costruzione del nuovo Iraq. Dopo due anni di guerra, con un numero di vittime
civili che diventa sempre più difficile nascondere e con le bare dei militari
in continuo aumento, gli Usa hanno deciso di utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione
per accelerare il processo di normalizzazione dell'Iraq, anche per le crescenti
difficoltà nel reclutare forze fresche da inviare nel Paese.
Lezioni di guerriglia. Non sono solo gli Stati Uniti a conoscere le potenzialità del mezzo visivo
per comunicare quello che si vuole. E la guerriglia si è adeguata. Il pensiero
corre veloce ai video con le rivendicazioni dei rapimenti o alle immagini agghiaccianti
degli sgozzamenti di ostaggi. Adesso però i mezzi di comunicazione dei ribelli
si sono affinati e, in un momento difficile per la lotta armata contro le truppe
della Coalizione, il video viene utilizzato anche come elemento di propaganda
e di chiamata alle armi. Sono ormai due anni che in Iraq, con una media di cinque
attentati suicidi al giorno, si combatte senza sosta. Per quanto appoggiata in
taluni casi dalla popolazione, per paura o per comunità d'intenti, la resistenza
armata irachena ha il fiato corto. Negli ultimi giorni, in diversi siti internet
della galassia della guerriglia in Iraq, sono apparsi dei veri e propri appelli
alla lotta armata contro le truppe straniere che occupano l'Iraq e contro tutti
coloro che in qualche maniera la aiutano.
Chiamata alle armi. Nello specifico i siti offrono una guida pratica per diventare cecchini che,
come specifica il bando della 'chiamata alle armi', è un modo indipendente per
aiutare la resistenza armata. Il canale televisivo statunitense ABC ne ha trasmesso
un'analisi dettagliata. “I siti internet degli insorti iracheni”, raccontava il
servizio della tv Usa, “insegnano ai guerriglieri a fare i cecchini e l'invitano
in particolare a colpire gli ufficiali e i piloti statunitensi per infliggere
il massimo danno possibile”. Questo genere di siti sono sempre più interattivi.
Mentre si naviga si viene sottoposti a domande improvvise del tipo: “A chi devi
sparare? Chi devi colpire per liberare il tuo Paese?”. La risposta è abbastanza
scontata. Alle istruzioni pratiche e alla chiamata alle armi sono spesso accompagnati
dei video 'celebrativi'. Immagini di azioni terroristiche riuscite, filmati amatoriali
di mezzi militari della Coalizione in fiamme e immagini di brutalità commesse
dalle truppe occupanti. Una sorta di videoteca dagli intenti allo stesso tempo
celebrativi e didattici. Se uno dei motivi della guerra in Iraq era di farne un
Paese più 'occidentale', dal punto di vista della comunicazione si può essere
contenti dei risultati.