Il governo Bush sta facendo di tutto per nascondere il reale costo di vite umane
della guerra in Iraq, perchè a fronte di un così alto numero di morti è sempre
più difficile sostenere l’utilità dell’occupazione irachena, specialmente nell’anno
delle elezioni presidenziali.
Un’analisi del fenomeno è stata fatta da Paul de Rooij in un articolo intitolato
“Deliberate Undercounting of Coalition Fatalities”, in merito al periodo che va
dal 1 maggio 2003 al 31 gennaio 2004. Per prima cosa viene posta la questione
sulla natura della “coalizione”, un termine usato in modo ambivalente secondo
convenienza: ci si riferisce alla coalizione per enfatizzare la multilateralità
di determinate operazioni, mentre per ridurre il numero delle vittime annunciate
i media “embedded” fanno riferimento alle sole vittime Usa, ignorando che la coalizione
è composta anche da Britannici, Spagnoli, Polacchi, Italiani e Iracheni.
Questo atteggiamento, e gli stessi dati, vengono assunti anche dai media Britannici
che, come BBC online, forniscono le cifre complessive dei morti Usa e solo saltuariamente
anche il conto dei morti britannici. Una comoda strada per insabbiare i resoconti
delle perdite è offerta dalle ambiguità della classificazione degli eventi: la
maggioranza dei media infatti riferisce soltanto i decessi causati da azioni ostili,
dunque incidenti come saltare su una mina vengono considerati non-ostili e non
sono conteggiati. Ad aggravare il quadro l’osservazione da parte di diversi analisti,
di una pratica di manipolazione degli incidenti mortali in combattimento, che
dopo qualche tempo vengono misteriosamente riclassificati come accidentali. Esistono
certo stime diverse che contano i decessi senza fare queste distinzioni, ma qui
si tratta dei conteggi ufficiali forniti dal Pentagono sui siti CentCom e DefenceLink,
e sono quelli da cui attingono CNN e BBC.
L’autore si sofferma poi sulla riduzione delle uccisioni dalla cattura di Saddam:
dagli oltre 30 attacchi al giorno che si registravano a novembre, si è passati
da gennaio a metà, 17; ma il dato è frainteso se non si tiene conto che l’esposizione
dei soldati nel frattempo si è ridotta ad un terzo, da 1500 pattuglie a 500. Vista
così la statistica rivela un aumento del tasso di mortalità. Altre due voci che
condizionano le statistiche sono quelle relative ai soldati trasferiti in ospedali
all’estero per ricevere trattamenti medici, tra quali i deceduti raramente vengono
conteggiati tra i soldati Usa morti in guerra, alla voce: mercenari o “contractors”.
Il numero delle vittime tra questi ultimi è rapidamente crescito con l’avanzare
della crisi, molti di loro sono anche cittadini americani, ma nemmeno quando vengono
uccisi entrano nel novero delle vittime della guerra. L’atteggiamento nei loro
confronti sembra dire: “Eri ben pagato per fare un lavoro rischioso. E ti è andata
male.”
Per quale motivo poi, nel calcolare il costo in vite di una guerra ci si dovrebbe
concentrare solo sui morti? Ci sono centinaia di soldati feriti o mutilati le
cui vite sono rovinate per sempre, ma le statistiche che li riguardano sono molto
poco accurate; non è forse lecito attendersi una percentuale di decessi tra questi
ultimi? Basti pensate ai casi già registrati di Sindrome da Guerra del Golfo,
una malattia spesso mortale imputabile all’impiego di proiettili all’uranio impoverito,
nota dai tempi della prima guerra nel Golfo Persico. Al riguardo un Maggiore riservista
dell’esercito Usa dichiarava in un’intervista: “I soldati sono costretti a lavorare
in una zuppa tossica, ma quando morirano di orribili malattie saranno tornati
negli States e non verranno conteggiati.” Altra grave lacuna nella resa delle
cifre è il fatto che non vi siano statistiche affidabili sui poliziotti iracheni
uccisi. I caduti in questo caso, vengono contati giorno per giorno, ma poi le
informazioni si perdono senza formare una serie ricostruibile.
Infine, se si parla di costo della guerra in termini di vite umane non si può
fare a meno di sottolineare come il dato più dimenticato e insieme quello eticamente
più rilevante è il computo delle vittime civili. L’omissione del numero totale
delle vittime civili è il primo interesse di chi intende minimizzare i resoconti
delle perdite; una cronaca precisa e puntuale delle perdite civili inoltre, si
pone in chiaro contrasto con l’idea di guerra che si cerca di far passare: una
specie di intervento chirurgico in cui le perdite sono minime e accidentali.
Per farsi carico di un così imponente lavoro di raccolta e verifica di fatti
e fonti, sono sorti dei siti internet che si occupano specificamente di vittime
civili. Uno su tutti, il progetto Iraq Body Count, basato sul Rapporto sulle Vittime
Civili della Guerra in Afghanistan dal 2001 del professor Marck Herold e patrocinato
dalla Commissione per la Sicurezza Umana. “Le vittime civili sono la conseguenza
più inaccettabile di tutte le guerre -dice il professor Herold - ciascuna vittima
costituisce una tragedia e non dovrebbe mai essere considerata il costo necessario
per raggiungere obiettivi militari”. E ha aggiunto: “ Riteniamo un obbligo morale
e umanitario che ciascuna morte venga registrata, resa nota e, quando possiblie,
che costituisca oggetto di indagini.