13/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo Bush cerca di nascondere il costo di vite della guerra
Bare di soldati americaniIl governo Bush sta facendo di tutto per nascondere il reale costo di vite umane della guerra in Iraq, perchè a fronte di un così alto numero di morti è sempre più difficile sostenere l’utilità dell’occupazione irachena, specialmente nell’anno delle elezioni presidenziali.
 
Un’analisi del fenomeno è stata fatta da Paul de Rooij in un articolo intitolato “Deliberate Undercounting of Coalition Fatalities”, in merito al periodo che va dal 1 maggio 2003 al 31 gennaio 2004. Per prima cosa viene posta la questione sulla natura della “coalizione”, un termine usato in modo ambivalente secondo convenienza: ci si riferisce alla coalizione per enfatizzare la multilateralità di determinate operazioni, mentre per ridurre il numero delle vittime annunciate i media “embedded” fanno riferimento alle sole vittime Usa, ignorando che la coalizione è composta anche da Britannici, Spagnoli, Polacchi, Italiani e Iracheni.
 
Questo atteggiamento, e gli stessi dati, vengono assunti anche dai media Britannici che, come BBC online, forniscono le cifre complessive dei morti Usa e solo saltuariamente anche il conto dei morti britannici. Una comoda strada per insabbiare i resoconti delle perdite è offerta dalle ambiguità della classificazione degli eventi: la maggioranza dei media infatti riferisce soltanto i decessi causati da azioni ostili, dunque incidenti come saltare su una mina vengono considerati non-ostili e non sono conteggiati. Ad aggravare il quadro l’osservazione da parte di diversi analisti, di una pratica di manipolazione degli incidenti mortali in combattimento, che dopo qualche tempo vengono misteriosamente riclassificati come accidentali. Esistono certo stime diverse che contano i decessi senza fare queste distinzioni, ma qui si tratta dei conteggi ufficiali forniti dal Pentagono sui siti CentCom e DefenceLink, e sono quelli da cui attingono CNN e BBC.
 
L’autore si sofferma poi sulla riduzione delle uccisioni dalla cattura di Saddam: dagli oltre 30 attacchi al giorno che si registravano a novembre, si è passati da gennaio a metà, 17; ma il dato è frainteso se non si tiene conto che l’esposizione dei soldati nel frattempo si è ridotta ad un terzo, da 1500 pattuglie a 500. Vista così la statistica rivela un aumento del tasso di mortalità. Altre due voci che condizionano le statistiche sono quelle relative ai soldati trasferiti in ospedali all’estero per ricevere trattamenti medici, tra quali i deceduti raramente vengono conteggiati tra i soldati Usa morti in guerra, alla voce: mercenari o “contractors”. Il numero delle vittime tra questi ultimi è rapidamente crescito con l’avanzare della crisi, molti di loro sono anche cittadini americani, ma nemmeno quando vengono uccisi entrano nel novero delle vittime della guerra. L’atteggiamento nei loro confronti sembra dire: “Eri ben pagato per fare un lavoro rischioso. E ti è andata male.”
 
Per quale motivo poi, nel calcolare il costo in vite di una guerra ci si dovrebbe concentrare solo sui morti? Ci sono centinaia di soldati feriti o mutilati le cui vite sono rovinate per sempre, ma le statistiche che li riguardano sono molto poco accurate; non è forse lecito attendersi una percentuale di decessi tra questi ultimi? Basti pensate ai casi già registrati di Sindrome da Guerra del Golfo, una malattia spesso mortale imputabile all’impiego di proiettili all’uranio impoverito, nota dai tempi della prima guerra nel Golfo Persico. Al riguardo un Maggiore riservista dell’esercito Usa dichiarava in un’intervista: “I soldati sono costretti a lavorare in una zuppa tossica, ma quando morirano di orribili malattie saranno tornati negli States e non verranno conteggiati.” Altra grave lacuna nella resa delle cifre è il fatto che non vi siano statistiche affidabili sui poliziotti iracheni uccisi. I caduti in questo caso, vengono contati giorno per giorno, ma poi le informazioni si perdono senza formare una serie ricostruibile.
 
Infine, se si parla di costo della guerra in termini di vite umane non si può fare a meno di sottolineare come il dato più dimenticato e insieme quello eticamente più rilevante è il computo delle vittime civili. L’omissione del numero totale delle vittime civili è il primo interesse di chi intende minimizzare i resoconti delle perdite; una cronaca precisa e puntuale delle perdite civili inoltre, si pone in chiaro contrasto con l’idea di guerra che si cerca di far passare: una specie di intervento chirurgico in cui le perdite sono minime e accidentali.
 
Per farsi carico di un così imponente lavoro di raccolta e verifica di fatti e fonti, sono sorti dei siti internet che si occupano specificamente di vittime civili. Uno su tutti, il progetto Iraq Body Count, basato sul Rapporto sulle Vittime Civili della Guerra in Afghanistan dal 2001 del professor Marck Herold e patrocinato dalla Commissione per la Sicurezza Umana. “Le vittime civili sono la conseguenza più inaccettabile di tutte le guerre -dice il professor Herold - ciascuna vittima costituisce una tragedia e non dovrebbe mai essere considerata il costo necessario per raggiungere obiettivi militari”. E ha aggiunto: “ Riteniamo un obbligo morale e umanitario che ciascuna morte venga registrata, resa nota e, quando possiblie, che costituisca oggetto di indagini. 
 
Naoki Tomasini
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq