La Russia chiude le sue basi in Georgia. La reazione dei separatisti osseti

“E’ un evento storico per il nostro Paese, una data
importantissima che segna la fine di due secoli di presenza militare russa in
Georgia”.
Con queste parole il presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha
commentato lunedì sera il sudatissimo raggiungimento dell’accordo tra Tbilisi
e
Mosca sulla chiusura delle ultime due basi militari russe in territorio
georgiano.
Dopo anni di difficilissime trattative, il ministro degli Esteri
russo Sergei Lavrov e il suo omologo georgiano Salome Zurabishvili
hanno
stabilito che i tremila soldati russi delle due basi di Akhalkalaki
(vicino al
confine armeno) e di Batumi (sulla costa del Mar Nero) con i loro carri
armati
dovranno lasciare la Georgia entro e non oltre la fine del 2008.
La fine di un’epoca
durata due secoli. L’accordo
sulla smobilitazione militare russa, siglato non a caso
pochi giorni dopo il quattordicesimo anniversario dell’indipendenza
georgiana dall’Unione
Sovietica (25 maggio 1991), segna effettivamente la fine di un’epoca
che ha
visto questo Paese vivere per duecento anni all’ombra del Cremlino.
Un’epoca iniziata
nel 1801 con la formalizzazione dell’annessione del regno di Georgia
all’impero
zarista, continuata dopo l’invasione sovietica del 1921, finita
formalmente con
il crollo dell’Urss, ma terminata sostanzialmente solo con
la
‘rivoluzione
delle rose’ del novembre 2003,
quella che vide l’uscita di scena dell’ex leader comunista Eduard
Shevardnadze
e l’ingresso del giovane avvocato filoamericano Mikhail Saakashvili.
La chiusura delle basi russe rappresenta il coronamento del
processo di sganciamento della Georgia dalla sfera d’influenza russa e il suo
ingresso in quella occidentale, americana ed europea. Con buona pace dei
nazionalisti di Mosca.
Clima più disteso tra
Tbilisi e Mosca. L’accordo è stato accompagnato da un profluvio di
dichiarazioni di amicizia russo-georgiana, da entrambe le parti.
Il presidente Saakashvili ha dichiarato che i georgiani
“vogliono relazioni di amicizia e di buon vicinato con la Russia, alla quale
non creeranno mai nessun problema”.
Il ministro degli Esteri russo Lavrov, dal canto suo, ha
affermato che la Russia “farà il possibile per contribuire a una soluzione
pacifica dei conflitti separatisti in Ossezia del Sud e Abkhazia”.
Conflitti che sono stati entrambi alimentati dalla Russia
dopo il 1991 nel tentativo di destabilizzare la neonata repubblica indipendente
di Georgia. E che sono tornati a infiammarsi lo scorso anno a causa della
politica irredentista e nazionalista di Saakashvili.
Ma i separatisti
osseti non si danno per vinti. Uno scenario che rischia di ripetersi anche questa estate.
Domenica, dopo un anno di relativa calma, quattro miliziani
separatisti osseti e un poliziotto georgiano sono morti in uno scontro a fuoco
avvenuto in un villaggio poco a nord di Tskhinvali, capitale
dell’autoproclamata repubblica dell’Ossezia del Sud. Le versioni georgiana e
osseta sulla dinamica dei fatti sono diametralmente opposte. Secondo Tbilisi un
checkpoint della polizia è stato attaccato da un gruppo di miliziani. Secondo
Tskhinvali invece è stata la polizia ad aprire il fuoco contro un’auto in cui
viaggiavano “volontari” osseti.
Ma mentre il governo georgiano non ha fatto commenti, Eduard
Kokoity, presidente non riconosciuto della repubblica separatista, ha
dichiarato lunedì che si è trattato di una
provocazione del governo georgiano, lanciando contro di esso accuse e minacce:
“La Georgia si prepara a usare la forza militare per risolvere la questione
osseta, ma sbaglia perché questo le costerà molte vite umane”.
E’ probabile invece il contrario, ovvero che si sia trattato
di una provocazione dei separatisti per attirare l’attenzione della Russia
nell’estremo tentativo di scongiurare l’accordo sulla chiusura delle basi, un
accordo che per gli osseti significa non avere più la garanzia di una protezione
militare russa in caso di guerra con la Georgia.
C’è da aspettarsi che non sarà
l’ultimo incidente del genere.